“Ho bisogno di sentirmi davvero parte di ciò che studio”

Dell’Università le matricole hanno potuto conoscere finora solo codici teams, scadenze da rispettare, comunicazioni piovute dall’alto. Ma pare certo che possano esserci delle storie e delle coscienze – seppur embrionali e confuse – dietro quelle lunghe liste di prenotati per gli esami che pervengono in automatico ai docenti. Dal bisogno di chi, provenendo dalle province irpine, avverte l’esigenza di aumentare i giri del proprio motore e confrontarsi con una realtà, quella napoletana, fatta di ritmi diversi e dinamiche decisamente più complesse; per finire a quei ragazzi che, nel passaggio dalla scuola superiore all’università, hanno patito l’iniziale mancanza di metodo nello studio, riuscendo a portare a casa solo pochi esami. Ad entrambi i casi, per esempio, risponde la storia personale di Annamaria Cerillo, studentessa irpina del primo anno di Lettere Moderne che si appresta a varcare la soglia del chiostro per la prima volta (come tutti i suoi colleghi) in occasione delle attività integrative in presenza volute dal Corso di Studi. “Purtroppo sono indietro con gli esami, sono riuscita a sostenerne solo uno. Mi sono orientata su quest’attività (il seminario dedicato a ‘L’importanza delle fonti e rappresentazioni nella ricerca geografica’) proprio per approfondire ulteriormente un argomento che dovrò affrontare a breve”. La scelta, quella di iscriversi a Lettere Moderne, arrivata quasi per caso: “Ho sempre pensato che avrei fatto Psicologia, ma il criterio per entrarci (voto dell’esame di maturità, ndr) me lo ha impedito, dunque ho dovuto optare per altro, e ora posso dire comunque di essere soddisfatta”. E, dopo circa sei mesi dall’inizio di questo nuovo cammino, diventa ineludibile il tema della dad: “Ho riscontrato problemi. Per colpa della connessione non sono riuscita a sostenere un esame e non ho potuto ripeterlo. Per noi del primo anno è tutto nuovo, e nessuno ci ha spiegato come si fa. Ho vissuto tanta disorganizzazione”. Sempre dalla provincia di Avellino, parlano Nicola Capobianco e Federica Abbondandolo. Il primo, che si dedicherà ai ‘Classici della Letteratura italiana’, ammette candidamente che “la Dad ha i suoi aspetti positivi. Io vengo da una bocciatura, e ciononostante sono riuscito a portare a casa 2 esami su 3. Il fatto di dover restare chiuso in casa mi ha spinto a dare di più, e quindi a rendere di più”. Ma il punto, per quanto gli approcci varino da studente a studente, resta sempre lo stesso: “arrivati a questo punto però, ho bisogno di sentirmi davvero parte di ciò che studio, e questo può darmelo solo la didattica in presenza”. Stesso discorso anche per l’altra studentessa che, pur avendo “sostenuto tre esami su tre” ritenendosi molto soddisfatta, ha dovuto mettere da parte – al momento – il desiderio di “evadere da Avellino. Ho la necessità di ampliare gli orizzonti e confrontarmi con una città che corre ad una velocità completamente diversa”. In questo caso la conoscenza del chiostro le sarà garantita dal seminario ‘La perdita d’aureola del poeta nell’Italia del primo Novecento’. Ma si sa, al netto delle difficoltà strutturali, l’esperienza universitaria è pure qualcosa di soggettivo. Mariarosaria Caruso racconta di un “ottimo impatto, seppur digitale. Non ho patito molto il passaggio dal liceo all’università, anzi, mi piace il potermi gestire da sola, poter scegliere gli esami da sostenere. Credo di aver trovato una dimensione più consona alla mia persona, infatti ho dato tre esami su tre”. Tuttavia resta il fatto che “con la modalità online non riesco ad appassionarmi ai corsi, e quindi approfitto del ritorno in presenza per varcare finalmente la soglia di Porta di Massa, e ridestare i miei interessi. Non ne ho mai avuto l’opportunità finora”. I seminari scelti: ‘Maestri della filologia italiana del Novecento’ e ‘Preparazione all’esame di Storia Medievale’; “mi doteranno di ulteriori strumenti concettuali per affrontare al meglio questi due esami, che sosterrò prossimamente”, conclude la studentessa. A ben vedere, volendo farne una summa al netto delle attività integrative scelte, la platea delle matricole di Lettere Moderne sembra soffrire la lontananza da tutto quello che può rappresentare nel bene e nel male l’università. Studenti monchi: chi denuncia disorganizzazione, chi mancanza di coinvolgimento. Sentimenti, più che pensieri complessi inseriti in un discorso di più ampia portata. E forse proprio il vivere le dinamiche universitarie potrebbe accrescere le possibilità di formazione di una coscienza che sappia distinguere, marcare l’obiettivo e incanalare energie. Come emerge, in parte, dalle parole di Christian Gargiulo, studente del secondo anno, che, sì, prova a riassumere brevemente la storia del suo ultimo anno, ma punta il dito contro i vertici dell’Ateneo, rei di non aver fatto “il possibile secondo me, per garantirci almeno una parziale normalità. Questa situazione ha coinvolto tutti, è vero, ma si poteva fare molto di più. La Federico II mi ha deluso”. Ad ogni modo Christian è pronto a tornare, in occasione del seminario ‘Come si scrive il dialetto’, ma, si può dire, con l’amaro in bocca. “Tornerò al fianco di professori e compagni ormai da veterano – ride – gli unici tre mesi vissuti in presenza hanno lasciato un segno, sono stati intensi. La mancanza di contatto con i docenti, ascoltare e seguire i corsi dal vivo, improntare la giornata al confronto diretto con i propri coetanei. Terminato il liceo ero pronto e carico a lanciarmi in un’esperienza che continuo a reputare tra le più importanti della vita. Tutto questo manca tantissimo, e grava inevitabilmente sulle nostre carriere”. Ancor più deciso il tono di Carmen Lega – ormai al primo anno di Filologia Moderna – che idealmente potrebbe rappresentare il termine del fil rouge che da una denuncia sconnessa arriva ad una presa di posizione nei confronti del piano di ritorno in presenza “promesso, e mai mantenuto”, accusa. Se da un lato si dimostra felice per il ritorno in sede in occasione del seminario ‘Scritture in transito’ – “ho ancora impressa nella mente la sensazione provata lo scorso giugno alla mini riapertura. Mi affacciai sul cortile, e non nascondo di essermi commossa. L’università è comunità”, dice Carmen – d’altra parte non nasconde il proprio dissenso. “Per me la Federico II non ha fatto nulla per invertire la tendenza, ad eccezione di qualche docente che ha operato in autonomia. Di tempo n’è passato e una pianificazione era possibile e doverosa. Le tante riaperture promesse non hanno mai trovato concretezza perché mancava un lavoro di strutturazione del problema. È paradossale che io lo scorso luglio mi sia laureata in Dad con il ritmo di 4 – 5 contagi in Campania. È per tutti questi motivi che stiamo chiedendo con insistenza maggiore incisività da parte dell’Ateneo: riapertura di alcune aule studio in primis”.
Claudio Tranchino

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