Carcere duro, ne parlano gli esperti

Al via le attività seminariali del corso in Diritto Penitenziario, cattedra tenuta dal prof. Pasquale Troncone. Attività che intendono, vista l’afferenza alla laurea in Scienze del Servizio Sociale, fornire utili strumenti di conoscenza e di metodo operativo nel campo della rieducazione. Il primo appuntamento ha riguardato la bioetica e si è svolto l’8 aprile, alla presenza di Giuseppe Acocella, Presidente del Corso di Laurea. Tra gli ospiti Stefano Rodotà, ex garante della privacy e dei trattamenti dei dati personali. “In quella sede – dichiara Troncone – sono intervenuto in materia di eutanasia e sulla legge inerente la procreazione medicamente assistita, cui è legato il prossimo referendum di giugno. Sono spunti di riflessione che riprenderemo, nell’interesse dei futuri laureati, affinché acquisiscano uno spettro di conoscenze sui temi attuali il più ampio possibile”. Mercoledì 28 aprile, si terrà un altro seminario, dalle otto e trenta,  cui interverranno magistrati ed avvocati per affrontare il famigerato 41 bis, il cosiddetto carcere duro, come misura di rigore nell’ambito dell’ordinamento penitenziario. Una recente ordinanza della Corte Costituzionale pone l’accento sul problema, evidenziandone ulteriori aspetti e rendendola legge a tutti gli effetti. All’incontro prenderanno parte l’avvocato Michele Cerabona, Claudio Botti, Antonio D’Amato, ex magistrato di Napoli, attualmente impegnato al ministero di Giustizia, il dott. Domenico Airoma, presidente di una sezione del Tribunale Penale di Napoli. “Quest’appuntamento – commenta Troncone – vuole essere la base di un lungo dibattito in cui si inserisce l’esperienza di Sergio Cusani ed Adriano Sofri”. Un altro seminario è previsto nella prima decade di maggio, in materia di misure alternative alla detenzione. “Ho scritto una nota alla recente ordinanza cui ho fatto cenno, che sarà pubblicata sulla rivista Penale nel mese di maggio. Il mio parere: se da un lato è giusto salvaguardare la sicurezza dei cittadini, dall’altro la necessità di interrompere i rapporti tra il detenuto pericoloso e l’esterno è uno dei provvedimenti classici dell’emergenza della legislazione penale.  Penso che si tratti di misure fuori quadro rispetto ai principi fondamentali della Costituzione; mi riferisco al diritto alla salute, perché vengono privati ampi spazi alla libertà personale del detenuto. E’ una misura, questa, che si applica non solo quando c’è la sentenza definitiva, ma addirittura nella fase cautelare. E se poi il detenuto dovesse essere, in sede di giudizio, assolto definitivamente, chi lo ripagherebbe di un regime di detenzione così terribile? La presunzione di innocenza confligge con questo tipo di iniziativa fortemente repressiva”.   
Elviro Di Meo
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