Carcere e spazi: studenti di Giurisprudenza e Architettura a confronto

Carcere. Spazi, diritti e cambiamento culturale: il tema affrontato nel ‘Seminario Interdipartimentale’ promosso dalla cattedra di Diritto Penitenziario della prof.ssa Clelia Iasevoli e dalla prof.ssa Marella Santangelo, docente di Composizione architettonica e urbana del Dipartimento di Architettura. Gli incontri, partiti il 9 aprile su piattaforma Teams, hanno lo scopo mettere il luce il ruolo fondamentale degli ‘spazi’ nelle carceri, ai fini della rieducabilità della pena. “Un carcere sovraffollato implica spazio ristretto e non igienico, mancanza di privacy, ridotte attività fuori cella, sovraccarico dei servizi di assistenza sanitaria, spersonalizzazione, tensione crescente, violenza – spiega la prof.ssa Iasevoli, docente di Procedura Penale – La privazione della libertà personale non comporta di per sé il venir meno dei diritti riconosciuti dalla Convenzione europea e dalla nostra Costituzione; al contrario, essi assumono peculiare rilevanza proprio a causa della situazione di vulnerabilità in cui si trova la persona sottoposta al controllo esclusivo degli agenti dello Stato”. Ad ogni detenuto vanno assicurate condizioni compatibili con il rispetto della dignità umana. Recentemente le Sezioni unite “hanno affermato che nella valutazione dello spazio minimo di tre metri quadrati si deve aver riguardo alla superficie che assicura il normale movimento e, pertanto, vanno detratti gli arredi tendenzialmente fissi al suolo, tra cui rientrano i letti a castello. Senza spazi adeguati è difficile pensare a come una persona possa essere reindirizzata ed inserita nella normalità. Senza gli spazi non può avvenire la rieducazione e il passaggio, che la stessa persona si ravveda, della rottura del patto sociale con la collettività”. I seminari partono da questo stato di cose, “che è il risultato di forti resistenze culturali che lasciano prevalere la funzione repressiva della pena”. Da qui la necessità di coinvolgere non solo i giuristi, “ma anche i colleghi di Architettura che si occupano di costruire la struttura penitenziaria a misura delle esigenze della persona, con spazi funzionali dedicati all’affettività, alle attività di miglioramento del processo evolutivo della personalità”. Un confronto che vedrà gli studenti di Giurisprudenza e quelli di Architettura discorrere sul tema venerdì 7 maggio. “I ragazzi hanno incontrato i Direttori di alcune carceri, poi ascoltato le esperienze dei magistrati di sorveglianza”. Il seminario si concluderà il 14 maggio con la Lectio Magistralis di Nicolò Zanon, Giudice della Corte Costituzionale.
GLI STUDENTI. “Il tema dei diritti dei detenuti non è adeguatamente conosciuto. L’argomento dello spazio contiene una molteplicità di diritti, tra cui quello alla dignità e all’affettività”, dice Claudia Aquilino, studentessa al V anno. Grazie al confronto con la docente di Architettura, “ho capito che il carcere deve essere inteso come elemento della città, mentre spesso non lo è. È necessaria “una trasformazione culturale della società e una conformità delle Istituzioni all’art. 27 della Costituzione che sancisce la funzione rieducativa della pena”. Il corso di Diritto Penitenziario e quello di Legislazione Penale Minorile seguito in passato hanno consentito a Claudia di individuare una strada praticabile nel dopo laurea: “mi piacerebbe lavorare in ambito penitenziario. Per ora sto pensando di dedicarmi ad attività di volontariato”. Anche per Maria Rosa Tancredi, studentessa all’ultimo anno, l’esperienza si è rivelata “molto interessante, soprattutto per l’interdisciplinarietà degli argomenti. Raramente possiamo confrontarci con ambiti diversi dal giurista, mi ha fatto piacere ascoltare un punto di vista differente”. L’incongruenza con il dettato Costituzionale: “C’è un filo rosso che lega gli spazi e le persone: in tre metri si può mettere in atto la funzione rieducativa?”. Se l’obiettivo è la rieducazione, “è giusto, allora, occuparci dell’affettività, della sessualità, dei bisogni di chi è detenuto. È impensabile che non siano previsti spazi riservati per gli incontri con le famiglie. Prossima alla laurea, “mi auguro di diventare magistrato e dopo questi incontri non mi dispiacerebbe occuparmi di sorveglianza”. Sottolinea l’innovatività dei seminari Mattia Volante: “Non avevo mai sentito accostare l’architettura alla giurisprudenza. Sono venuti fuori spunti interessanti”. Grazie all’intervento dei relatori, “che sono stati puntuali nei loro racconti, ho scoperto ambiti che non ritenevo conciliabili, tematiche nuove e rivelanti fatte oggetto di studio”. Pur non avendo ancora le idee chiare sul futuro professionale, Mattia non chiuderà nel cassetto gli spunti emersi durante il seminario: “mi serviranno da ispirazione”. Anche per Palmira Marino, gli incontri sono stati “molto stimolanti, come studentessa e come cittadina”. Sottolinea: “Noi giuristi in formazione non possiamo prescindere dal fatto che i detenuti siano persone, esseri umani che hanno tutti i diritti che ne salvaguardino la dignità”. L’esperienza “ha acceso un faro su queste problematiche”. A settembre inizierà il tirocinio da avvocato ma “non mi precludo alcuna strada. Ho un forte interesse per la materia penitenziaria”.
Susy Lubrano

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