Dialogo tra generazioni di donne

Precarie, dentro e fuori l’Università. Per un’unica “colpa”: essere donne. Testimonianze, tante, quelle che si sono susseguite nella due giorni – il 9 e 10 novembre – sul tema della precarietà femminile, organizzata dal centro “Archivio delle donne” de L’Orientale. Un dialogo tra generazioni di donne che hanno parlato della loro vita, dei loro saperi e della loro instabile collocazione lavorativa. A sostenerle, “Prec@s”, la rete italiana delle Giovani Studiose di Genere che da qualche anno ha ripreso le battaglie del femminismo in chiave moderna. A dar man forte alle giovani precarie, la prof.ssa Laura Balbo, sociologa, docente all’Università di Ferrara, ex ministro delle Pari opportunità nell’ultimo governo D’Alema. Un appuntamento, quello novembrino, che ha tenuto a battesimo la nascita del nodo napoletano di Prec@s, per la felicità di tante donne partenopee che vivono in una città dove la precarietà è diventata, purtroppo, un’abitudine.
“Sono circa due anni che la rete si riunisce in Italia – riferisce Laura Fantone, moderatrice della rete telematica Prec@s – con l’obiettivo di condividere i problemi di tante giovani donne che lavorano nell’università e nella ricerca. Donne isolate e poco informate, che usufruiscono di incongrui riconoscimenti economici per i loro saperi, che devono ancora dare conto alla differenza di genere per fare carriera nel mondo accademico. Donne precarie, insomma, a tutto tondo”. Attraverso la rete – una rete di solidarietà e sostegno, “trasparente e resistente come quella del ragno”, afferma la prof.ssa Lidia Curti de L’Orientale, coordinatrice del dottorato di ricerca in Cultura, storia e letteratura dei paesi anglofoni – le Giovani Studiose di Genere cercano di elaborare strategie di sopravvivenza comuni da promuovere a livello intergenerazionale, stabilite di volta in volta sulla base di incontri con donne segnate dalla precarietà. Di qui l’esigenza di creare nodi locali, ora anche nell’Italia centro-meridionale, “per meglio comprendere la condizione delle donne del Sud”.
Milano, Bologna, Bari, Torino, Cosenza: all’incontro napoletano sono giunte donne da ogni parte d’Italia per raccontare di sé. Testimonianze, non piagnistei, perché – dicono le giovani studiose di genere – si può parlare della precarietà anche in maniera propositiva. “Sono contenta che a Napoli sia nato un nodo di Prec@as – dichiara Sara Marinelli, assegnista di ricerca – perché significa relazionarsi con altre donne che condividono le mie stesse paure per un futuro che appare sempre più incerto”. Una carta dei diritti delle precarie, la sua proposta, “per ottenere visibilità e riconoscimento dei nostri diritti”. “All’Università di Bologna – fa sapere Gaia, dottoressa di ricerca – siamo venticinque precarie che lavoriamo sulla comunicazione di genere”. “Diamoci da fare – ammonisce – perché la precarietà sta diventando come le ciglia davanti agli occhi: rischiamo di non vederla più”. 
A voler entrare nella rete, anche le giovanissime. “A Napoli – denuncia una studentessa, 21 anni appena – non esiste alcuna coscienza di genere tra le mie coetanee. Aprite le porte di Prec@as anche a noi, è un modo per farci sentire meno sole”. Allargare le maglie, stendere tentacoli, crescere ancora per diventare realtà, realtà politica: le giovani donne precarie ragionano sul da farsi. “Realizziamo un sito internet dove poter pubblicare i nostri saperi, anche in forme diverse, tipo video, registrazioni audio, ecc.”, l’idea di Francesca Ferranolo, webmaster (“mistress”, dice scherzando) all’Università di Torino. Un laboratorio politico capace di elaborare la posizione politica delle donne è ciò che suggerisce Iaia De Marco, napoletana, 46 anni, nel mondo del lavoro da quando ne aveva 20, “una precaria di ritorno – racconta di sé – perché a 40 anni ho smesso di lavorare, sono tornata all’università, mi sono laureata ed ora sono docente a contratto, quindi precaria”.  
Essere precarie, tuttavia, non è solo roba da università. Antonia fa parte dell’ArciLesbica di Napoli. “La nostra precarietà – ammette – è dovuta al genere ed anche alla sessualità. La via d’uscita è lavorare in rete, unire le forze”. Varcare i confini dell’università, dunque. Ne è convinta Laura Balbo, il ministro in cardigan, così fu soprannominata durante il suo dicastero. “In Cina – narra la sociologa – cinquanta milioni di persone studiano inglese; ogni anno si laureano quattro milioni tra cinesi e indiani. Insomma, il futuro che ci aspetta ha contorni nuovi; pertanto, cominciamo ad inventare nuovi saperi, magari partendo proprio dall’università”. precas@women.it, l’indirizzo mail delle giovani studiose di genere. Per non sentirsi più sole nel precariato della vita.
Paola Mantovano 
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