Giovani laureati tra precariato e identità indefinita

‘L’identità indefinita dei giovani italiani’ è il titolo della ricerca svolta dal Dipartimento di Scienze Relazionali della Federico II, partita dall’analisi delle testimonianze di giovani laureati, lavoratori a tempo indeterminato, precari o in cerca di prima occupazione, raccolte dal quotidiano La Repubblica. “Il presupposto della nostra ricerca – afferma la prof.ssa Laura Aleni Sestito, docente di Psicologia dello Sviluppo e coordinatrice della ricerca condotta insieme a Luigia Sica e Maria Nasti – è che, quando un soggetto racconta di sé, dà senso alla sua esperienza cercando di rintracciare un significato ed una continuità. In questo modo, chiarisce la propria identità personale e narrativa”. Quali sono i principali risultati che emergono dall’analisi delle storie? “Dal punto di vista lessicale, non ci sono grosse differenze tra coloro che lavorano a tempo indeterminato e chi, invece, è precario o alla ricerca di occupazione, nel senso che tutti, allo stesso modo, non riescono a conciliare le loro scelte affettive (l’identità personale) e quelle professionali (l’identità professionale). I primi, magari, raccontano di essersi spostati dalle proprie regioni d’origine, non senza sacrifici, rompendo legami affettivi che non sono, poi, riusciti a ricreare; gli altri, non trovando una propria definizione nell’identità professionale, esprimono frustrazione ed umiliazione, vivono ancora con i genitori, pur avendo superato i trent’anni”. Si avvertono, in ogni caso, differenze cruciali. “I giovani che lavorano a tempo indeterminato hanno mostrato maggiore progettualità a lungo termine, più grinta e fiducia nella possibilità di influire sugli eventi, a differenza degli altri che hanno già intrapreso il percorso universitario con scarsa convinzione”. 
Dunque, in una società così complessa, si sente sempre più la necessità di indagare su se stessi al momento delle scelte da compiere al termine delle scuole superiori. “Tanti diplomati decidono di continuare gli studi senza avere bene presente il percorso accademico e senza conoscere i propri obiettivi”. Secondo la ricerca, andrebbe rafforzata la fase di orientamento negli ultimi due anni della scuola superiore e nei primi due dell’Università. “Oggi si fa un orientamento di tipo informativo che, spesso, rischia di essere disorientante”, e invece “i ragazzi dovrebbero saper decifrare le proprie caratteristiche personali per potersi orientare in maniera davvero realistica, mettendo insieme una serie di informazioni non solo relative al piano di studi e al Corso di Laurea prescelto, ma anche riguardo il proprio sé”. Oltretutto, i neo-diplomati presentano lacune rispetto alle conoscenze di base richieste dall’Università. “Tra coloro che passano i test d’ingresso, tanti conseguono punteggi bassi, soprattutto nelle aree della Linguistica e in quella Logico-Matematica. Gli stessi ragazzi se ne meravigliano, avendo magari anche voti elevati al diploma”. In definitiva, i giovani avrebbero un gran bisogno di essere supportati nella comprensione delle proprie capacità e limiti, “per questo la soluzione possibile – conclude la Sestito – sta proprio in un orientamento formativo”.
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