Il fenomeno Trump visto da uno storico dell’America del Nord

Quando Donald Trump annunciò di voler concorrere alle primarie dei Repubblicani che avrebbero designato il candidato alla presidenza degli Stati Uniti, pochi avrebbero scommesso in una sua vittoria. Quando, poi, sfidò Hillary Clinton, la candidata dei Democratici, i pronostici erano nettamente contro di lui. È stato eletto, però, e da gennaio, quando si è insediato alla Casa Bianca, non trascorre giorno senza che i suoi provvedimenti, annunciati od attuati, dallo smantellamento dell’Obama Care sulla Sanità alla proibizione dell’ingresso negli Usa per i cittadini di alcuni paesi musulmani, fino alla costruzione di un muro che impedisca l’immigrazione irregolare dal Messico, suscitino proteste, polemiche e dibattiti. Il fenomeno Trump è sempre più al centro dello scenario internazionale. Ateneapoli ha chiesto una riflessione sul nuovo Presidente Usa al professore Stefano Luconi, che insegna Storia dell’America del Nord all’Università L’Orientale. Chi ha votato per Trump? “L’elettorato di Trump è rappresentato da individui bianchi di ascendenza europea (quindi non di origine ispanica), con una prevalenza maschile, un basso livello di istruzione (per esempio, Trump ha conquistato il 74% del voto dei maschi bianchi privi di un diploma successivo alla scuola secondaria) e una collocazione nella classe media impoverita dalla grande recessione manifestatasi nel 2008 e nei ceti operai colpiti dall’incremento della perdita di impiego nel settore manifatturiero. Si tratta, in particolare, di coloro che sono rimasti ai margini della ripresa economica stimolata dall’amministrazione Obama che, pur riuscendo a far uscire gli Stati Uniti dalla crisi e a riportare la disoccupazione sotto il 5%, ha prodotto una crescita disomogenea, accentuando le diseguaglianze sociali e ampliando la forbice tra ricchi e poveri, che ha finito per arrecare maggiori benefici ai primi rispetto ai secondi”. Nella storia recente e meno recente degli Usa esiste un Presidente analogo? “No. Quello di Trump è un caso senza precedenti di un imprenditore che è riuscito a conquistare la presidenza degli Stati Uniti senza alcuna esperienza politica pregressa e senza aver ricoperto in precedenza alcun mandato elettivo o una qualche carica pubblica. L’esperienza di Trump è spesso accostata a quella dell’ex attore Ronald Reagan, eletto alla Casa Bianca per il partito repubblicano nel 1980. Tuttavia, prima di diventare Presidente, Reagan era stato governatore della California per due mandati (dal 1967 al 1975). Quindi, a differenza di Trump, non era un ‘profano’ della politica. Gli unici esempi accostabili a Trump, pur con un notevole sforzo di fantasia, sono quelli di ex militari che, in un passato sempre più lontano, entrarono alla Casa Bianca senza passare attraverso la trafila
dell’elezione a uffici politici minori. Però si trattava di personalità che avevano comunque avuto una qualche autorità di comando operativo in una carica pubblica. L’ultimo di costoro fu il generale Dwight D. Eisenhower, eletto alla presidenza nel 1952, dopo essere stato Capo di stato maggiore dell’esercito”.
È corretto dire che incarna il mito wasp, acronimo in inglese di bianco, anglosassone e protestante? “È una forzatura in quanto gli elettori bianchi di Trump non sono soltanto di ascendenza anglosassone e di confessione protestante. La classe operaia bianca colpita dall’incedere della deindustrializzazione è composta in misura significativa da cattolici dalle lontane origini irlandesi, italiane e polacche nonché da discendenti di immigrati greci di confessione ortodossa. Sono questi gruppi, non gli anglosassoni protestanti, ad aver costituito lo ‘zoccolo duro’ dell’elettorato trumpiano, che vede nella globalizzazione una minaccia per il proprio impiego e negli immigrati irregolari ispanici, soprattutto messicani, un capro espiatorio a cui attribuire l’incremento della  disoccupazione nonché la compressione dei livelli salariali e, quindi, del reddito. Quando Trump afferma di voler ‘make America great again’ (rendere di nuovo grande l’America), fa sicuramente riferimento all’America bianca – cioè promette la salvaguardia dei privilegi, ormai in declino, dei bianchi di ascendenza europea – ma senza alcuna distinzione tra le sue diverse componenti etniche”. Perché un miliardario che ha fatto fortuna in epoca di globalizzazione incanta l’America meno ricca e isolazionista? “La ragione è che Trump è riuscito a presentarsi come un individuo di successo (ciò che quasi tutti gli statunitensi vorrebbero essere) ma estraneo all’establishment. Ha cavalcato con sapiente demagogia e grande maestria populista la tigre dell’anti-politica, che attribuisce agli intenti globalistici del ceto dirigente tutti i mali, o quasi, che affliggono la società statunitense attuale. Trump ha usato un linguaggio diretto, tendente più a lanciare slogan che ad argomentare le sue proposte, per rivolgersi alla ‘pancia’ della nazione. Soprattutto ha banalizzato i problemi per far apparire risolutive le sue proposte semplicistiche: il completamento di una barriera divisoria lungo il confine con il Messico per impedire l’immigrazione irregolare che minaccerebbe i posti di lavoro degli statunitensi, la deportazione in massa dei clandestini che avrebbero abbassato i livelli occupazionali, il bando all’ingresso dei musulmani stranieri per difendere il Paese dagli attentati terroristici, il protezionismo per perequare i frutti della crescita economica”.
Il muro ai confini con il Messico
Nella storia degli Usa in quali altri periodi si sono manifestate tendenze isolazioniste? “L’isolazionismo ha avuto molteplici sfaccettature. Fino alla ratifica del Patto Atlantico che istituì la NATO nel 1949, gli Stati Uniti non avevano mai stipulato alleanze militari in tempo di pace. La bocciatura del trattato di Versailles e il conseguente rifiuto di aderire alla Società delle Nazioni nel 1919 sono generalmente considerati la manifestazione dell’isolazionismo politico degli Stati Uniti nel periodo compreso tra la prima e la seconda guerra mondiale. Salvo una breve parentesi durante l’amministrazione Wilson alla vigilia del primo conflitto mondiale, gli Stati Uniti adottarono una politica protezionistica di alte tariffe doganali dalla fine del Settecento alla conclusione della seconda guerra mondiale. Infine, gli Stati Uniti hanno bloccato l’immigrazione di massa con provvedimenti adottati nel 1921 e nel 1924 allo scopo di ridurre al minimo l’ingresso di membri di specifiche nazionalità sgradite perché ritenute inassimilabili, al tempo soprattutto gli italiani. Infine, nel 2006, con il voto a favore di Barack Obama e Hillary Clinton, il Congresso ha approvato il Border Secure Act per innalzare una barriera divisoria lungo le 700 miglia più porose del confine con il Messico. La sua costruzione, iniziata sotto l’amministrazione Bush, è poi continuata sotto la presidenza di Obama”. La politica verso la Russia di Trump ha precedenti nella storia
americana o è completamente inedita? “La premessa indispensabile è che questa politica è ancora in corso di definizione perché nel partito repubblicano permane la resistenza di autorevoli esponenti, come il senatore John McCain, che non ritengono che Vladimir Putin sia un interlocutore affidabile. Comunque, i rapporti tra Washington e Mosca non sono sempre stati improntati alla conflittualità della guerra fredda. L’Unione Sovietica è stata un alleato degli Stati Uniti nella Seconda guerra mondiale e alcuni politici democratici, come l’ex Vice presidente Henry A. Wallace, avrebbero voluto continuare tale
collaborazione nel secondo dopoguerra, come ipotizzato da Franklin D. Roosevelt prima di morire. Tra l’altro, un tentativo di migliorare i rapporti con la Russia, dopo le tensioni dovute alla guerra in Georgia nell’agosto del 2008, fu promosso proprio da Obama all’inizio del suo mandato e questa politica, chiamata ‘Reset’ e condotta da Hillary Clinton nella sua veste di segretario di Stato, culminò con la firma del trattato START del 2010 per il dimezzamento delle rampe missilistiche nucleari. Obama si è inoltre avvalso della cooperazione della Russia nella crisi siriana, anche per trovare una via diplomatica alla distruzione dell’arsenale chimico del regime di Assad”. Crede che davvero si spingerà a costruire un muro con il Messico? “Più che la costruzione di un muro ex novo si tratterebbe del completamento di una barriera che è già stata realizzata in parte sotto le amministrazioni Bush Jr. e
Obama. Trump ha già promulgato un decreto presidenziale in proposito, l’ordine esecutivo 13767, lo scorso 25 gennaio. Però, per mettere in pratica la decisione politica del Presidente, è necessario che il Congresso stanzi i fondi necessariper finanziare l’erezione. Ancora non lo ha fatto ed è improbabile che lo farà, almeno in tempi rapidi, anche in considerazione dei costi astronomici dell’iniziativa. Del resto, questa è una situazione ottimale per il Presidente e, pertanto, Trump stesso non ha motivo di modificarla. Con il decreto, emanato a cinque giorni dall’ingresso alla Casa Bianca, Trump ha dimostrato al proprio elettorato di voler realizzare le sue promesse elettorali senza alcun indugio. Al tempo stesso, fintanto perdura l’impasse al Congresso, può addossare la responsabilità dello stallo al ceto politico di Washington, rafforzando così la propria immagine di Presidente anti-establishment e ‘paladino del popolo’”. Come cambieranno i rapporti con l’Europa e con la Cina? “Alcuni giorni fa il Segretario di Stato Rex Tillerson ha annunciato l’intenzione di non partecipare al vertice della NATO del 6-7 aprile per presenziare al contemporaneo summit tra Trump e il Presidente cinese Xi Jinping. È un segnale delle priorità di Washington, ovvero dello scarso interesse per l’Europa e dell’attenzione per la Cina. Trump non persegue un rapporto con l’Europa. Mira a consolidare il tradizionale asse privilegiato tra Washington e Londra, anche per trovare un fidato partner commerciale che possa compensare la perdita di quote di mercato internazionale per eventuali forme di rappresaglia economica alle politiche protezionistiche di Washington, e a favorire la disgregazione dell’Unione Europea, incentivando nuove fuoriuscite sul modello della Brexit. Verso la Cina Trump vorrebbe
attuare una politica di contenimento tanto politico e militare quanto economico e finanziario, come attestato dalla gaffe diplomatica della telefonata alla Presidente di Taiwan e dagli strali lanciati contro la sottovalutazione del renminbi. Esiste, però, un’interdipendenza di fatto (circa un quarto del debito federale americano è nelle mani di banche cinesi ed è l’interscambio tra le due nazioni a contribuire alla crescita economica statunitense)
che non suggerisce un deterioramento insanabile nei rapporti traWashington e Pechino”.
Fabrizio Geremicca
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