Il mio calvario

Apprendo dal numero 19 di Ateneapoli che secondo il candidato alla presidenza della Facoltà di Medicina Sun Camillo Del Vecchio Blanco “Medicina non deve essere più presa in giro”. Medicina non deve essere più presa in giro, è così. Occorre una piccola correzione però: sono gli studenti di Medicina, la vera essenza della facoltà, a non dover essere più presi in giro. Il professore non me ne voglia, so benissimo che si riferiva ad “ipotesi e promesse che vengono proposte ad ogni campagna elettorale” riguardanti le strutture, l’azienda policlinico, la riunificazione della facoltà divisa tra Napoli e Caserta. Ma quell’espressione, “prendere in giro”, ha scatenato in me una valanga di sentimenti forti, addirittura violenti, perchè definisce perfettamente ciò di cui mi sento vittima da molto tempo ormai, e che il prof. Del Vecchio Blanco conferma essere cosa molto sgradevole. Diciamocelo pure: a nessuno piace essere preso in giro. Ai presidi, ai presidenti di corso di laurea, ai docenti, al personale tecnico-amministrativo non piace sentirsi promettere che qualcosa si farà per migliorare la “situazione dell’assistenza che a Napoli Sun è penosa”. E a me, che studio Medicina, non piace sentirmi dire che l’università si preoccupa della mia formazione, perché non è così.
Prova pratica di specializzazione annullata 
Anche se sono nel cuore di una tempesta (di emozioni forti, violente), non dimentico la buona educazione, per cui mi presento. Tuttavia capirete presto per quale motivo non c’è granché da dire su di me. Non ho più un nome e un cognome, mi hanno costretto a dimenticarli. Non ho sesso: sono un uomo e sono una donna. Sono laureato o laureata in Medicina e Chirurgia, ma non vi dico presso quale delle due “prestigiose” facoltà napoletane: fossi matto o matta. Uscendo dalle aule di Medicina ho imparato che per poterci rientrare, al fine di mettere in pratica un principio che il rettore della Federico II Guido Trombetti propugna con fervore, quello del long life learnig, la formazione permanente, bisogna essere omertosi. Far finta di non vedere quando durante i test di ingresso alle scuole di specializzazione dell’area medica i candidati si sgomitano l’un l’altro, come se si fosse alle scuole elementari, per suggerirsi le risposte esatte. Far finta di non capire quando i bandi di concorso vengono interpretati un anno in un modo e l’anno dopo in un altro (ma sì, quest’anno alla voce ‘pubblicazioni’, tra i titoli valutabili che fanno punteggio, diamo il significato di ‘articoli’, l’anno prossimo però potranno avere anche semplicemente il significato di ‘abstract’). Assumere un’aria indifferente, da uomo o donna di mondo che pensa “sono cose che capitano”, quando ti arriva a casa una lettera in cui è scritto testualmente: “Oggetto: prova pratica per l’ammissione alla scuola di specializzazione in Anestesia e rianimazione a.a. 2004/05. Si comunica che, con D.R. n. 2518 del 24.6.2005, così come richiesto dalla Commissione Esaminatrice, è stata annullata la prova pratica relativa al concorso indicato in oggetto, a seguito del verificarsi di “una indeterminabile diffusione dei temi inerenti la prova pratica stessa, anche in considerazione del fatto che la ripetizione di quest’ultima non reca nocumento ai partecipanti per la circostanza che gli elaborati non sono ancora stati corretti dalla Commissione”. “Al fine della rinnovazione della suddetta prova, la S.V. è convocata per il giorno… Firmato il rettore Guido Trombetti”. Mi chiedo cosa avrà pensato il rettore nell’annullare quella prova e nel firmare quella lettera. Mi chiedo se si sia rammaricato, o vergognato, se abbia pensato al long life learning o se invece non abbia provato alcun sentimento, pensando, come un uomo di mondo, “sono cose che capitano”. Naturalmente il destinatario della lettera non ero io, ma un mio amico o amica, al quale o alla quale, come a me, hanno strappato il nome. Una cosa è certa: il destinatario è riuscito a rimanere indifferente per non più di due minuti. Perché poi mille domande si sono agitate nella sua mente. Cosa significa indeterminabile diffusione dei temi inerenti la prova pratica? Lui pensava che le tracce dei temi fossero gelosamente custodite da chi di competenza, pensava con rispetto alle grosse buste sigillate dalle quali sarebbero venute fuori le prove su cui competere con i colleghi servendosi delle proprie conoscenze scientifiche, della propria intuizione, del proprio intelletto. Prove su cui competere ad armi pari. Chi intendeva conoscere prima del tempo i temi oggetto della prova non aveva certo alcuna intenzione di porsi su un onesto piano di parità con gli altri. Bè, al concorrente la tentazione di barare può venire, questa sì che è una cosa che succede. Chi dovrebbe vigilare però da che parte sta? La risposta l’abbiamo avuta nero su bianco, ecco da che parte sta: mette a disposizione del baro le tracce anzitempo. Salvo poi cercare di correre ai ripari quando si rende conto che la sporcizia del gioco è venuta o potrebbe venire a galla. Si annulla tutto e si riparte daccapo. Con quali nuove garanzie di pulizia non è dato sapere. Tanto è tutto così fumoso, nessuno ha più un nome, proprio come me che, lo avrete capito, ho imparato da loro a nascondermi. La diffusione dei temi infatti è indeterminabile, nessuno potrebbe dire da chi o da che cosa è dipesa. Chissà, potrebbe essere stato un paziente del policlinico in preda a un raptus a strappare le grandi buste sigillate e a suggerire le tracce a un concorrente rigorosamente a caso. Su questa storia, che risale alla scorsa estate, mi sono dilungato o dilungata parecchio, anche se è solo una delle stranezze del percorso post-laurea a Medicina, per una ragione molto semplice: dà corpo a quell’espressione così fastidiosa, “prendere in giro”. La riempie tutta fino all’orlo, la fa traboccare. E’ una storia esemplare. Ma non è l’unica, ce ne sono altre ugualmente ricche di suspance, ambientate anche alla Sun. Non vi posso dire dove mi sono laureato o laureata, ma ammetto senza timore che, quanto alla scuola di specializzazione, gli atenei li conosco entrambi, sia l’Università degli Studi di Napoli Federico II che la Seconda Università degli Studi di Napoli. In quest’ultimo è ugualmente possibile assistere a delle bizzarrie. Un direttore di scuola di Specializzazione che siede distratto alla cattedra facendo finta di non vedere che tutti copiano in occasione dei test preliminari, ad esempio. E il fenomeno della collaborazione in aula non è cosa da poco: primo perché siamo medici e non alunni delle scuole elementari (certe cose si possono perdonare solo ai bambini), secondo perché quando tutti, grazie alla copiarella, totalizzano il massimo del punteggio, viene meno il meccanismo selettivo. Avevi sudato tanto sulle migliaia di quesiti a risposta multipla tra cui vengono sorteggiate le domande del test e alla fine ti ritrovi a pari merito con chi ha studiato poco o pochissimo e sbircia sul foglio di quello davanti prima di mettere un segno sul proprio. Guardi l’illustre professore e direttore e ti chiedi: non prova vergogna? Un uomo così illustre! Un insigne scienziato che si troverà domani circondato da specializzandi di tali costumi! Pensi, ripensi e, non volendo rinunciare a stimarlo per quello tutti dicono che sia, cioè un illustre, insigne, magnifico scienziato, maestro e uomo di cultura, ti dici: sarà forse costretto suo malgrado a tollerare tutto ciò?
Il nepotismo
Ci ho pensato e mi sono stupito o stupita di quanto semplice fosse la spiegazione. Quanti figli, nipoti, amici dei direttori partecipano alle prove? E quanti sono i posti messi a concorso? Spessissimo i posti disponibili si contano sulle dita di una mano. Inevitabile che si ricorra a sistemi vari, che a un occhio ingenuo possono apparire bizzarri, per far contento il figliolo, il nipote, l’amico o l’amica. Inevitabile. Del resto, mettiamoci nei panni del professore-direttore della scuola. Come dire di no a un figlio? I figli, si sa, “so piezz ‘e core”. E all’amico che ti chiede un favore? L’amicizia è sacra. I parenti poi, spesso sono serpenti, ma non si sa mai, meglio accontentare anche loro. Tutto questo ha un nome dietro il quale c’è una storia antica: nepotismo. 
In un articolo pubblicato sul Corriere della Sera dello scorso primo novembre, intitolato “Tutti i costi del nepotismo”, Sabino Cassese scrive: “la regola dinastica applicata alle imprese riduce il loro valore di mercato, secondo recenti studi economici, del 10 per cento: l’erede che prende il comando diventa capo di una azienda che ha perduto il 10 per cento del suo valore. Ma in tal caso è lui stesso il proprietario, e le sue ambizioni di carriera o di comando danneggiano il suo patrimonio. Quando lo stesso accade con uffici pubblici, è la collettività che paga il costo del nepotismo”. Mi permetto di scomodare l’ottimo giurista (che essendo docente universitario sicuramente avrà una profonda conoscenza del fenomeno) per sottolineare che il mio personale calvario, mio e di altri giovani privi di raccomandazioni, di speranza e infine di nome, si traduce ben presto in un calvario per la collettività. Ricordate gli occhi supplichevoli dell’uomo che a Palermo ha visto la moglie entrare in coma dopo un tranquillo parto, seguito ad una gravidanza altrettanto serena? “Com’è stato possibile, dove hanno sbagliato i medici, cos’è successo in quell’ospedale?”, chiedeva. Chiamava in causa il ministro Storace, voleva aiuto e giustizia. Non gli sarà passato per la mente di chiamare in causa anche il ministro Moratti, no. Nessuno si chiede quale problema c’è a monte, al livello della formazione. A chi si consente di acquisire certi titoli? I futuri pediatri, ginecologi, internisti, anestesisti, geriatri, oculisti, otorini, chirurghi: quale preparazione scientifica hanno? Se i concorsi che dovrebbero dare accesso al sistema della formazione si svolgono in questo modo, cosa ci si deve aspettare dagli altri concorsi pubblici nel settore della sanità? 
“L’Università
 mi ha ingannato”
Ho fatto riferimento al long life learning, ma qui non si tratta solo di questo. Per uno o una come me, la specializzazione è qualcosa che va ben oltre l’applicazione del principio della formazione permanente. Laurearsi in Medicina e non potersi specializzare è come nascere senza braccia o senza gambe. Non puoi fare nulla. Sopravvivi andando avanti monco, privo dell’essenziale. Qui non si tratta solo di continuare a studiare, interessarsi, aggiornarsi. Si tratta di ottenere un riconoscimento formale della tua preparazione, uno strumento indispensabile per poter esercitare con dignità la professione che hai scelto. Ecco un’altra parola importante: dignità. Quella che l’università mi ha tolto. Ho meno di 26 anni, laureato o laureata con il massimo dei voti, ma senza dignità. L’università mi ha ingannato, proclamandomi dottore a 24 anni e bloccando il mio camino subito dopo. Quando ho finalmente capito quello che succedeva mi sono regolato o regolata di conseguenza. Con scarsi risulti finora, ma chissà, forse domani riuscirò a trovare l’aggancio giusto. Perché per chi non discende da una dinastia medica importante è tutta questione di agganci. E’ soprattutto per questo che nascono pseudo associazioni studentesche e pseudo associazioni culturali dalle molteplici diramazioni politiche. E’ per questo che tanti di noi rinunciano alla propria identità, non vengono mai allo scoperto, non si lamentano quasi mai pubblicamente. Se non si può scalfire il sistema, tanto vale cercare di entrarne a far parte, divenirne l’ennesimo ingranaggio. Per salvare anni di sacrifici, di amore per lo studio, di dedizione, si fa anche questo. Attenzione: non per il blasone, almeno nel mio caso. Il blasone non mi interessa, mi interessa poter imparare ancora tutto quello che c’è da imparare sulla disciplina che ho scelto e poi mettere a frutto le mie conoscenze. Tutto qui. E pare che nelle nostre università questo non sia possibile senza perdere la propria dignità.
Recitano i primi versi di uno dei più bei libri della Bibbia, il Salterio: “beato l’uomo che non segue il consiglio degli empi, non indugia nella via dei peccatori e non siede in compagnia degli stolti”. E’ il salmo che parla delle due vie, quella del male e quella del bene, l’inevitabile bivio. Io il bivio l’ho trovato da giovanissimo in questa facoltà, la Facoltà di Medicina e Chirurgia di Napoli nell’Università degli Studi di Napoli Federico II e nella Seconda Università degli Studi di Napoli. E dolorosamente, mi trovo a dover scegliere quello che non vorrei, cioè il consiglio degli empi, la strada dei peccatori, la combriccola degli stolti. La strada cui ti obbliga chi tiene in pugno il diritto allo studio e ti costringe a elemosinare, a strisciare, a prostituirti.
Lettera firmata
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