Microeconomia, come affrontarlo

Microeconomia, uno degli insegnamenti fondamentali della Facoltà,  certamente uno dei più temuti, anche se negli anni la sensibilità degli studenti verso questa materia è cambiata e anche il modo di approcciarvisi. Il corso comincia il secondo semestre. “Dall’anno scorso abbiamo cercato di rispondere alle esigenze manifestate dagli studenti dedicando a questo insegnamento 15 crediti, per consentire di dedicarvi il tempo necessario”, dice il prof. Riccardo Martina, uno dei docenti della disciplina.
Con l’introduzione del nuovo ordinamento i programmi fra i diversi Corsi di Laurea sono stati differenziati, approfondendo per ciascun settore le questioni centrali e diversificando quindi anche i testi di riferimento. “Ad Economia Aziendale approfondiamo i temi relativi all’industria, al comportamento degli agenti economici e degli strumenti che lo Stato predispone quando i mercati presentano difficoltà. Ad Economia e Commercio, invece, abbiamo proseguito la scelta di testi più astratti, rivolti a coloro che sono interessati all’analisi economica”. Tutto per soddisfare una platea molto diversificata che ha diversi interessi e anche diversi retroterra culturali. “Il nostro è un esame anche scritto. Capita che non si superino le prove non solo per le scarse conoscenze in ambito logico matematico o quantitativo, ma anche per difficoltà nell’analisi logica e grammaticale di settore. Per questo cerchiamo di offrire un programma articolato che non mortifichi chi si avvicina alla disciplina”. 
La gestione, se così la si vuol chiamare, dell’esame da parte degli studenti è uno degli elementi maggiormente preoccupanti a dire del docente. “Sono coloro che scelgono di sostenere Microeconomia al termine del triennio. Un problema di organizzazione didattica sul quale ho più volte richiamato la Facoltà. È quanto meno bizzarro che in una Facoltà di Economia si consenta agli studenti di andare avanti senza aver fatto quello che un tempo era l’esame di Economia 1. Senza avere, quindi, una rigorosa conoscenza degli strumenti di Analisi economica. È come pretendere di laurearsi in Medicina senza aver affrontato Anatomia, o in Ingegneria lasciandosi alla fine gli esami di Analisi”. 
Non arretrarsi l’esame, seguire e fare gli esercizi può quindi essere il primo consiglio agli studenti. “Non esiste l’obbligo di sostenere questo esame al primo anno, ma in quasi nessuna Facoltà si incontrano questi problemi, perché l’organizzazione segue una credibile successione logica”, prosegue ancora il docente.
Alle accuse degli studenti di non avere alcun interesse ad insegnare o a trasmettere il proprio sapere, il professore risponde così: “in linea di principio, a distanza di molti anni dall’inizio, tutti i docenti si interrogano sulle loro modalità di insegnamento. È chiaro che poi restano storie pregresse e indoli caratteriali su cui è difficile intervenire”. 
Comunque, a partire dal prossimo semestre, visto l’elevato numero di studenti iscritti al Corso di Laurea in Economia e Commercio, ci sarà uno sdoppiamento delle cattedre che dovrebbe consentire una migliore qualità delle lezioni, visto che aule con trecento persone ed oltre impediscono inevitabilmente l’interazione con gli studenti. “Una situazione in cui anche organizzare delle prove intercorso diventerebbe un problema gigantesco”, sottolinea Martina. Una opinione condivisa anche da alcuni studenti. “Non credo che la prova intercorso a Microeconomia possa essere utile. I ragionamenti alla base della teoria del consumatore e dell’impresa sono collegati, non si possono suddividere”, commenta Dario Scarpato, studente di Economia Aziendale. 
‘Educare’ all’approccio alla materia resta comunque un obiettivo fondamentale per l’intero gruppo di studiosi del settore. “Non sarà mai tollerato che la massa di studenti che posticipa Microeconomia alla fine degli studi possa prendere l’esame per stanchezza presentandosi decine di volte agli esami. Consentire agli studenti di laurearsi nei tre anni non significa semplificare. E questo i ragazzi lo capiscono. Praticamente nessuno viene a provare l’esame senza essere preparato. Del resto il metodo di verifica è ben collaudato, i ragazzi svolgono un compito che in seguito possono verificare e che viene loro spiegato. Troppo spesso, però, abbiamo difficoltà a spiegare agli studenti cosa non hanno capito ma in termini di categorie generali, non di contenuti relativi”.
Simona Pasquale
- Advertisement -
spot_img
spot_img
spot_img

Articoli Correlati