Pascale, lo scrittore agronomo, ospite della Facoltà che lo ha laureato

Si stava meglio quando si stava peggio, anche a tavola? E così, “Il sapore dei pomodori non è più quello di una volta?”. Se lo chiedeva nel 2006 Pietro Citati sulle pagine di Repubblica, rimpiangendo il sapore dei pomodori dolci e succosi che mangiava quando era ragazzo e che non ha più ritrovato. Se lo chiedono oggi docenti, ricercatori e studenti della Facoltà di Agraria di Portici. In un incontro-dibattito che si è tenuto lo scorso 2 aprile, cui ha partecipato anche lo scrittore Antonio Pascale, autore del libro Scienza e sentimento, si è discusso vivacemente di “Agricoltura e Alimenti tra tradizione e innovazione”. Il Preside della Facoltà, prof. Paolo Masi, tecnologo alimentare, ha aperto i lavori con una provocazione: “Come mangiavano i nostri nonni era tutta un’altra cosa? Ma mangiavano?”. Mostrando attraverso una serie di diapositive i metodi di lavorazione e conservazione di alcuni alimenti, il prof. Masi ha chiesto ai presenti in aula se realmente preferirebbero mangiare cibi preparati in quel modo, in condizioni igienico-sanitarie spesso precarie. “Siamo tutti pronti a celebrare l’innovazione quando si tratta di automobili, aerei, sale operatorie. Sul mangiare, invece, c’è tabù. Ma è solo l’uso improprio delle tecnologie che può causare danni. Pensiamo a quanto è aumentata non solo l’età, ma anche l’altezza media della popolazione dai tempi dei nostri nonni ad oggi. Un uso corretto delle tecnologie ci permetterà di vivere tutti meglio, anche dal punto di vista edonistico”. Difatti, è anche l’edonismo che viene in gioco quando si parla di gusto e qualità. Il dott. Teodoro Cardi, ricercatore di Genetica e Biotecnologie Vegetali del CNR-Istituto di Genetica Vegetale di Portici, ha posto l’accento sulla serietà del problema qualità. “Ci sono progetti di ricerca anche alla Federico II sul sapore degli alimenti”, ha detto, “però bisogna sempre partire da domande come: se i pomodori non hanno lo stesso gusto di una volta, c’è una ragione? La gente è davvero disposta a pagare di più, come diceva Citati nel suo articolo, per ritrovare i sapori di un tempo? E bisogna rinunciare alle false verità. Non sono così sicuro che prima si mangiava meglio. Io credo che oggi non ci possiamo permettere il lusso di rinunciare a nessuna tecnologia, dobbiamo solo capire qual è quella più appropriata caso per caso”. Il prof. Matteo Lorito, docente di Patologia Vegetale e Biotecnologie Fitopatologiche, ha fatto un excursus storico sui metodi di trattamento delle piante, partendo da quando, 2000 anni fa, le malattie delle piante erano considerate una maledizione, per arrivare all’utilizzo degli arsenicoderivati per curare le patologie, durante il dopoguerra. “Una volta si mangiava meglio, ma a questo punto dobbiamo chiederci: una volta quando?”, ha concluso. Ha infine ricordato che la Facoltà di Agraria è pienamente coinvolta nella “New green revolution” della gestione fitosanitaria delle colture e delle derrate. “Anche il consumatore a volte ha ricordi confusi, parla per sentito dire, oppure i sapori sono diversi perché si assaggiano varietà diverse”, ha commentato il prof. Luigi Monti, docente di Genetica Agraria e Miglioramento Genetico, Presidente della Fondazione “PlantG&M”, il quale ha ricordato come si faccia selezione e modificazione genetica fin dai tempi di Mendel, e come le caratteristiche degli alimenti siano cambiate nel corso dei secoli. Il dott. Pietro Caggiano, imprenditore agricolo e agronomo laureato con una tesi proprio in Miglioramento Genetico, ha affermato con decisione che “non si possono paragonare due mondi diversi con due stili di vita diversi”, il nostro e quello dei nostri nonni, appunto. “Siamo di fronte a un falso problema, frutto di processi mediatici che non hanno nulla di scientifico”, ha detto. 
“La semplificazione 
antiscientifica”
Tutti gli interventi sono stati attraversati da un richiamo a “Scienza e sentimento”, il libro di Antonio Pascale, edito da Einaudi, definito dal prof. Monti “libro contro la semplificazione antiscientifica nel nostro particolare settore, quello dell’agroalimentare”. Pascale è un esperto del settore, laureato alla Facoltà di Agraria di Portici. Ad un certo punto ha sentito il bisogno di affrontare il tema del rapporto con la scienza affidandosi “all’approccio del buon laico”, come ha spiegato alla platea dell’Aula cinese. “Il buon laico cerca di verificare le cose che incontra caso per caso, come lo scienziato che fa a meno di ogni generalizzazione e non crede ai miracoli”. Un discorso che si intreccia con una particolare evoluzione personale. Tutto iniziò nel 1996, ha raccontato lo scrittore, quando Franco Battiato pubblicò la canzone ‘La cura’. “Una canzone d’amore in cui lui diceva a lei: tesserò i tuoi capelli come trame di un canto. Quando uscivo con delle amiche, loro mi guardavano storto: io non ero così. Io sono un tipo che preferisce dire: hai qualcosa nei capelli, spostati un po’ che provo a levartelo”. Più che della cura, cioè, lo scienziato deve occuparsi della manutenzione, della tecnica. “E’ possibile farlo se ci si libera di due modi di pensare che viziano l’esperienza moderna, cioè il sapere nostalgico, secondo cui solo ciò che è accaduto nel passato ha un valore, e la teoria dell’apocalisse, per il quale viviamo nel periodo peggiore della storia e ci incamminiamo verso la catastrofe”. A questi due modi di pensare è riconducibile l’ostilità verso le innovazioni dell’industria alimentare, a cominciare dagli Ogm. “Vidi a ‘Uno mattina’, una trasmissione rivolta a un pubblico ampio e popolare, Mario Capanna, che non mi risulta essere un esperto, spiegare cosa sono gli Ogm. Prendiamo un pesce, poi prendiamo una fragola, li uniamo e ne esce la fragola-pesce. Ma non è così, i giovani devono sapere che questa non è l’apocalisse e non c’è nessuna fragola-pesce che incombe dietro la porta. Il mio libro è il tentativo, da parte di uno scrittore competente, di raccontare cos’è l’industria alimentare oggi. Si deve rispettare la sapienza dei tecnici, creare un’accademia perché su questi temi non c’è una fonte riconosciuta e ognuno dice quello che gli pare. La ricerca è bloccata e le migliori menti della nostra generazione sono condannate al silenzio”. Ha concluso l’incontro l’intervento di Bruno Provitera, assessore del Comune di Portici, tra i fondatori della Fondazione Portici-Campus, che punta alla diffusione scientifica e tecnologica a servizio dell’imprenditoria. 
Sara Pepe
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