Pino Maddaloni, oro nel judo, al Cus per uno stage

Medaglia d’oro alle Olimpiadi di Sidney del 2000, due ori agli Europei, uno ai mondiali e molti altri riconoscimenti. Sono tanti i trofei conquistati dal judoka Pino Maddaloni, uno sportivo di livello mondiale che a sentirlo parlare si dimostra anche un campione di umiltà e coerenza. Il 17 febbraio è stato al Cus per uno stage con gli atleti della polisportiva, invitato dal maestro Massimo Parlati, suo vecchio amico nonché compagno in passato nella nazionale italiana e oggi nell’allenamento alle palestre di Ponticelli e delle Fiamme Gialle. “Ci conosciamo da quando avevamo tre anni”, ricordano. “Il judo è stato un bel percorso – racconta Maddaloni – La medaglia è arrivata, è vero, ma l’esperienza più grande è stato il cammino che ho potuto fare. Girando il mondo ho conosciuto tanti amici e creato legami che durano nel tempo”. Lasciate le gare, ora come tecnico si dedica molto ai più piccoli “perché i bambini sono come la plastichina, sono più facili da plasmare. Sento di poter dare loro degli insegnamenti, ad esempio il senso della disciplina che imparano sul tatami, che porteranno con sé anche nella vita di tutti i giorni. Disciplina è la parola chiave, nel judo come nella vita. È un qualcosa che prima ci insegnavano in famiglia ma che oggi spesso viene tralasciata. Ho ancora tanto entusiasmo e vorrei donarlo ai giovani. Il judo è uno sport che mi ha insegnato tanto ma soprattutto l’importanza dei sacrifici”. Così, nel ripercorrere la sua straordinaria carriera, Maddaloni non si sofferma tanto sui successi, quanto sulle sconfitte: “non ho sempre e solo vinto. Da piccolo, anzi, perdevo sempre, fino ai dieci anni ho subìto solo sconfitte ma i miei genitori mi incoraggiavano ed erano felici, il solo fatto che gareggiassi era già importante per loro. Il judo insegna ad accettare la sconfitta, per questo la prima cosa che si impara sul tatami è cadere. In questo modo, la vittoria, quando arriva, si accetta con gioia ma con naturalezza. Dal punto di vista emotivo, se hai imparato a perdere, vincere poi è facile”. La vittoria per Maddaloni non significa semplicemente salire sul gradino più alto del podio: “vincere vuol dire dare il massimo di se stessi in tutto quello che si fa. Quando alleno, voglio formare dei campioni, non dei primi classificati. A Sidney ero meno forte che alle Olimpiadi di Pechino nel 2008, eppure a Pechino ho perso, lo sport è così. E ho smesso dopo questa sconfitta, anche se molti ritenevano che avrei dovuto fermarmi dopo una vittoria. Ma la carriera di uno sportivo non è una favola e non abbiamo bisogno di dimostrare sempre qualcosa agli altri, dobbiamo fare quello che ci sentiamo e accettare quello che succede con serenità d‘animo”. Il ricordo dell’oro olimpico resta, però, indelebile nel suo cuore. “Quando ha suonato l’inno nazionale per me che ero sul gradino più alto del podio ho pianto. Ho pianto perché per quell’avventura siamo partiti in tanti e mi venivano in mente tutti i sacrifici fatti da me e dagli altri della squadra, ma anche dalla mia famiglia che mi ha sempre sostenuto. E sapevo che c’erano tante persone che in quel momento erano orgogliose di me. E questo mi ha commosso”. A volerlo fortemente al Cus è stato il suo amico ed ex compagno di squadra Massimo Parlati che ricorda: “quando siamo stati ai campionati del mondo in Francia, per strada c’erano tanti manifesti con il volto di Pino. È stata una cosa che mi ha inorgoglito come italiano, ma ancora di più perché ho la fortuna di essere un suo amico. Per questo l’ho invitato, perché la sua presenza e i suoi insegnamenti possono essere per i nostri ragazzi una motivazione a dare di più. Poi, lui è una persona stupenda che bada molto agli aspetti sociali dello sport. A Ponticelli, alla Nippon e con le Fiamme Gialle lavoriamo con giovani dei quartieri popolari, giovani che spesso grazie allo sport stanno lontani dalla strada e dai guai”.
Alla lezione ha preso parte anche Federica Schiappa, studentessa di Ingegneria al quarto anno. Fa judo da quando ne aveva undici e a settembre si è trasferita al Cus: “sono venuta qui perché conosco il maestro Parlati e so che è di alto livello. Poi la palestra è vicino alla Facoltà e questo per me è una grossa comodità”. Cintura nera, parteciperà ai prossimi Campionati nazionali universitari: “è una bella gara perché gli atleti sono quasi tutti allo stesso livello e quindi senti di potertela giocare e competere fino alla fine”. Non è la prima volta che assiste ad una lezione di Maddaloni: “è un modello per noi, ci lascia molti insegnamenti e poi spiega bene le tecniche e sa dare i giusti consigli”. Paola Del Giudice è una studentessa ventenne di Giurisprudenza che ha cambiato da poco Facoltà: “ho dato tre esami fino ad ora e tra pochi giorni ho Diritto privato, il più difficile di tutti, eppure oggi sono qui in palestra perché il judo è la mia vita”. Judoka cintura nera, probabilmente parteciperà anche lei ai Cnu, anche se non ha ancora deciso: “sarebbe la prima volta per me, ma da poco ho iniziato una nuova avventura sportiva: ho seguito il corso di abilitazione e sono diventata allenatrice. Adesso, qui al Cus ho una classe di 50 bambini che sono la mia gioia. I piccoli ti danno grandi soddisfazioni perché apprendono subito e ti danno molto affetto”. Anche lei ha già incontrato Maddaloni: “è un campione anche umanamente, lo si nota dall’impegno che dedica ad esempio ai giovani di Scampia”. Ma il suo legame più forte, sia dal punto di vista sportivo che da quello umano, è con il maestro Parlati. Un uomo a cui ritiene di dovere molto, tanto da arrivare a concludere: “per me il più grande campione è lui”.
Alfonso Bianchi
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