Prisco: agli esami “non faccio domande strane”

Studiare per crescere, studiare per capire il mondo che ci circonda, studiare per la vita. E non semplicemente per contare un esame in più sul proprio libretto universitario. Il messaggio che il prof. Salvatore Prisco cerca di dare ai suoi studenti si può riassumere con queste semplici parole, eppure c’è una buona fetta di aspiranti giuristi che non riesce a recepirlo. Chi ritiene che l’esame di Diritto pubblico comparato si svolga in maniera strana, che le domande poste dal professore siano fuori dal programma, che per superarlo vengano richieste conoscenze particolari è fuori strada. “Non è una bestemmia chiedere di ragionare piuttosto che imparare a memoria il testo”, dice il professore. E ragionando si può rispondere correttamente alla domanda “Perché quello che è successo a Prodi non sarebbe potuto accadere a Blair (il riferimento è alla recente crisi di governo, ndr)”, considerato che la disciplina è comparativa e che aggiornarsi sugli argomenti di attualità, per lo studente di Giurisprudenza, “dovrebbe essere come prendere il caffè la mattina”. Ma quando il prof. Prisco prende spunto dalle vicende del mondo per porre le domande d’esame, si sente spesso rispondere frasi del tipo: “non ho l’hobby della lettura” o “non sono tenuto a leggere i giornali”. E’ la tipica espressione del più diffuso studente-pensiero, per il quale conta soltanto l’esame fine a sé stesso: mica nel programma c’è scritto che devo leggere i giornali? E quali giornali, poi? Le cose non vanno molto diversamente quando il professore inizia l’interrogazione partendo dagli interessi personali del candidato. Prisco spiega: “in genere inizio l’esame con una chiacchierata, lo faccio per creare un’atmosfera più distesa. E’ un modo per mettere a proprio agio i ragazzi. Ma a volte le mie buone intenzioni generano conseguenze opposte a quelle che avrei voluto, e me ne dispiaccio moltissimo”. Un esempio concreto: “una ragazza aveva il cognome greco. Le chiesi come mai, e ci intrattenemmo un po’ a parlare delle sue origini. Venne fuori che aveva la cittadinanza greca, e così, volendo aiutarla, le domandai un confronto tra la costituzione italiana e quella della Grecia. Non seppe rispondermi. La signorina non si era mai interrogata sulle sue radici. Sono queste le cose che mi fanno trasecolare”. Dov’è finita la curiosità dei ventenni? E’ rimasta imprigionata tra le mura della casa del Grande Fratello? Secondo il prof. Prisco c’è un problema di immaturità: “il confronto di sistemi politico-istituzionali previsti dalla mia disciplina comporta anche una comparazione di mentalità. Probabilmente i ragazzi del secondo anno, cui il corso è rivolto, non sono ancora abbastanza adulti per affrontare un discorso di questo tipo. Studiano in maniera infantile. Perciò con la presidenza stiamo valutando di posticipare l’insegnamento più in avanti”. Si pensa anche di aggiungere un altro testo a quello tradizionalmente adottato per la preparazione dell’esame, in modo da dare agli studenti un ausilio in più. “Pizzorusso è un ottimo testo – afferma il prof. Prisco- ho pensato di affiancarlo, dal prossimo anno, ad una raccolta di saggi che potrebbe dare ai ragazzi un’indicazione più completa, così che possano avere al contempo un’informazione teorica e una esemplificativa. Però va detto che anche il testo migliore del mondo diventa vuoto se non viene interrogato da chi lo legge”. Torniamo dunque al problema di partenza: l’assenza di curiosità. “Si impara anche leggendo i giornali, guardando i telegiornali, guardando un film. Tutto fa brodo per imparare, purché l’atteggiamento sia quello giusto. Bisogna porsi delle domande”. Tutto questo il professore lo spiega ai suoi studenti all’inizio del corso. Chi segue le lezioni di Diritto pubblico comparato sa benissimo cosa il docente si aspetta e perché. Sa anche per quale motivo li si invita a non accontentarsi di voti bassi. “Alcuni si scandalizzano quando consiglio di rimandare l’esame più in là. Sui voti, poi, esorto a fare attenzione, perché dopo la laurea il voto conta. Ci sono alcuni concorsi ai quali si può partecipare solo se si è laureati con almeno 105”. Conclude il professore: “gli studenti si lamentano sempre di essere trattati come dei numeri. Io cerco di stare attento alle loro curiosità ed esigenze, e poi mi sento accusare di fare domande strane. Di questo mi dispiaccio. Da parte mia c’è la massima disponibilità nei loro confronti, però devo necessariamente invitarli ad essere più adulti e a stimarsi di più. Una buona preparazione parte sempre dal desiderio di avere una buona cultura”. 
Sara Pepe
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