Spettacolo di Rakugo, popolare arte declamatoria giapponese, a L’Orientale

Un ventaglio, un piccolo asciugamano e una voce narrante: attraverso questi tre semplici elementi prende vita il Rakugo. Si tratta di una delle più antiche e popolari arti declamatorie giapponesi, che gli studenti de L’Orientale hanno avuto la possibilità di apprezzare da vicino, grazie alla presenza del maestro San’y?tei Ri?raku. Un unico interprete, seduto di fronte al pubblico su di un cuscino al centro del palco, che narra delle storielle comiche. Puntando il dito soprattutto contro i vizi umani.
Lo spettacolo si è svolto il 3 novembre nella Sala conferenze di palazzo Du Mesnil, sede del Rettorato, e ha visto la partecipazione di molti studenti, docenti e dottorandi. Ad introdurre il maestro Ri?raku, la prof.ssa Matilde Mastrangelo, dell’Università di Roma ‘La Sapienza’: “In origine, il Rakugo veniva utilizzato in Giappone per spiegare i testi buddhisti – ha detto la docente – Tuttavia, nel corso degli anni, si è man mano allontanato dal messaggio religioso, provando ad accattivare il pubblico attraverso l’umorismo. Per arrivare a questo scopo, ci si serve di due metodi essenziali: il primo è quello di utilizzare le tipologie umane (l’avaro, l’ubriacone, etc.), senza distinzione di rango o posizione sociale; il secondo è l’impiego di giochi di parole, sfruttando le numerose omofonie presenti nella lingua giapponese”.
Il declamatore, o rakugoka, prima di iniziare la rappresentazione vera e propria, ha mostrato come due semplici oggetti, come asciugamano e ventaglio, possano assumere la forma degli utensili più disparati: attraverso una sapiente mimica il ventaglio può diventare una pipa, o una coppia di bacchette per prendere il cibo; così come l’asciugamano si trasforma, a seconda delle circostanze, in un piatto o un porta tabacco. E’ questa la nota distintiva del Rakugo: le storie sono semplici, ma ciò che le rende caratteristiche è il modo in cui vengono raccontate. Il maestro ha interpretato due scene: una in italiano e l’altra in giapponese, riuscendo a far comprendere quest’ultima anche a coloro che non conoscono la lingua. Il tutto attraverso la gestualità e l’utilizzo di alcune espressioni in italiano, intervallandole alla narrazione in giapponese. Il primo racconto ha avuto come protagonisti padre e figlio. Entrambi bevitori di sakè, un giorno decidono di smettere. Alla fine non ci riescono e, dopo una serie di gag in cui si mentono a vicenda assicurando di non essere ubriachi, si scoprono ancora in balìa del vizio. Durante l’intervallo tra la prima e la seconda rappresentazione, il maestro Ri?raku ha presentato alcuni dei tratti tipici del Rakugo: dagli ideogrammi agli oggetti utilizzati in scena, ogni cosa ha la propria simbologia: “Nei diversi tipi di scrittura sono racchiusi significati diversi. Se, ad esempio, nell’ambito di uno stile di scrittura viene usato molto inchiostro, quindi gli spazi bianchi sono pochi, è perché si spera che anche i posti vuoti a teatro siano altrettanto limitati. Lo stesso kimono (haori), che il maestro indossa al suo ingresso, reca lo stemma della scuola di recitazione di appartenenza. Quando il rakugoka lo toglie, è il segno che la parte iniziale è finita e anche gli spettatori possono mettersi in relax perché sta iniziando lo spettacolo”.
Il pubblico ha apprezzato particolarmente la rappresentazione. Martina, studentessa di giapponese, ha detto alla fine dello spettacolo: “Era da tempo che non ridevo così di gusto. Questo è un tipo di comicità alla quale non siamo abituati. E’ semplice, senza troppi artifici, ma allo stesso tempo diretta e ugualmente divertente. Entrare in contatto così vivo con la cultura che studiamo è un modo per apprezzarla di più e per dimostrare che oltre all’impegno sui libri si può apprendere molto anche attraverso manifestazioni come questa”.
Anna Maria Possidente
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