Una ricerca per contrastare i nemici dei castagneti campani

La Campania produce la metà del totale delle castagne italiane e la provincia di Avellino il 50% del quantitativo campano. I castagneti sono una risorsa economica, un elemento di cultura materiale, un presidio a difesa del territorio contro il pericolo di ulteriori cementificazioni e consumo di suolo. Da alcuni anni, però, quello della castagna è un settore in crisi perché gli alberi sono stati pesantemente attaccati dal cinipide e dalla cydia. Il primo è un insetto introdotto accidentalmente in Italia circa venti anni fa che attacca le foglie e i germi con effetti devastanti sui castagni. Molte piante muoiono, altre riducono drasticamente la produzione o si indeboliscono a tal punto da risultare poi suscettibili ad un fungo che vive abitualmente nei castagni, ma che in particolari condizioni provoca il marciume bruno della castagna. Un problema non da poco, quest’ultimo, perché determina l’impossibilità di commercializzare i frutti. La cydia, meglio nota come verme della castagna, è una farfalla di colore bruno, le larve della quale si nutrono dei frutti e ne determinano la precoce caduta. Nel 2018 è partito un progetto che coinvolge il CNR, l’Ateneo Federico II, l’Università del Molise ed il Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria (Crea) di Caserta finalizzato a sperimentare quali siano le armi più efficaci ed a minore impatto ambientale per contrastare i nemici dei castagneti campani. È stato finanziato dalla Regione Campania con 100 mila euro e sta per terminare. Lo descrive ad Ateneapoli il prof. Antonio Garonna, che insegna Entomologia generale ed applicata ad Agraria della Federico II. “Sono state sviluppate – spiega – azioni molto diverse. Il Cnr si è occupato di due questioni sostanziali relativi al cinipide. Ha verificato innanzitutto quello che accadeva nei castagneti nei quali si è adottato il metodo della lotta biologica tramite il Torymus sinensis. Quest’ultimo è un antagonista naturale del temibile cinipide, lo distrugge. I colleghi dell’Ateneo di Torino, per primi in Italia, hanno fatto un tentativo di lotta biologica ed hanno verificato che può funzionare. Hanno poi spedito piccoli nuclei del Torymus sinensis nelle regioni italiane puntando ad un riequilibrio naturale. Nel centro nord è avvenuto e si sta verificando anche da noi. Il Cnr – qui torno al nostro progetto – ha monitorato gli effetti di questa lotta biologica sui nostri castagni, quelli della Campania. Poiché, poi, si è verificato che alcuni alberi di castagno non subiscono l’attacco del cinipide, gli studiosi del Cnr ed il Crae di Caserta li hanno georeferenziati ed hanno proceduto alla caratterizzazione agronomica e molecolare di questi genotipi. Se risulterà che la caratteristica del frutto prodotto da questi alberi è tale da rendere queste piante meritevoli di diventare una varietà, saranno iscritte nel registro varietale del castagno. I geni potrebbero essere anche impiegati per una operazione di miglioramento genetico dei castagni campani, che li renda più resistenti o immuni al cinipide”. Sarebbe un passo decisivo nella tutela dei nostri castagneti ed eviterebbe la tentazione per i produttori di sostituire le nostre varietà con incroci europei e cinesi i quali hanno il vantaggio di non temere a loro volta il cinipide, ma producono castagne qualitativamente mediocri rispetto alle varietà campane che annoverano denominazioni di origine protetta come la castagna di Montella e la castagna di Roccadaspide. Il Cnr, prosegue il prof. Garonna, “ha indagato anche lo sviluppo di una malattia, il marciume bruno della castagna, provocata da un fungo che abbrevia molto la vita commerciale del frutto. Hanno svolto prove di efficacia con un fungicida per capire quale sia il momento migliore per intervenire ed ottenere frutti sani”. Un’altra parte del progetto è quella condotta dall’Ateneo del Molise, in particolare dal gruppo del prof. Antonio De Cristofaro: “Il collega è un esperto di lotta biotecnica agli insetti tramite feromoni. Queste ultime sono sostanze che permettono la comunicazione tra individui di una stessa specie e che, se ben impiegate, possono svolgere un ruolo importante nel contenimento di insetti dannosi per le coltivazioni”. De Cristofaro ha notato che le miscele attrattive presenti in commercio e che servono per il monitoraggio non funzionano o non sono in grado di attirare una delle specie più dannose che attaccano il castagno. Si è messo ad indagare la popolazione di cydie per capire perché non funzionano gli attrattori già noti e per cercare di metterne a punto altri più efficaci. “Diffondendo i feromoni in quantità superiori a quelli naturali – racconta il prof. Garonna – si è visto che i maschi volano a casaccio, si indeboliscono, perdono la traccia della femmina, che si confonde in quelle degli erogatori, muoiono. Si ha un calo della deposizione delle uova della specie”. Anche il contributo del gruppo della Federico II che ha partecipato al progetto ha riguardato in parte la sperimentazione di strategie a basso o nullo impatto ambientale per contrastare il verme della castagna. “In particolare abbiamo focalizzato la nostra attenzione sull’utilizzo nel terreno di funghi e nematodi (una sorta di vermi, n.d.r.) utili a combattere questa farfalla dannosa per il castagno. Sono due i momenti nei quali la cydia attraversa lo strato più superficiale del terreno. In autunno, quando, dopo la generazione, abbandona il castagno e si rifugia nel terreno, e nella tarda primavera – inizio estate, quando fuoriesce e si invola. Se si interrano nel tempo giusto funghi e nematodi ben selezionati che attaccano la cydia, si può contenere l’infestazione senza ricorrere a prodotti chimici”. La Federico II è rappresentata nella squadra che sta portando avanti la ricerca anche dalla prof.ssa Teresa Del Giudice, che insegna Economia agraria e farà indagini di mercato sui motivi della scelta di un consumatore dell’una o dell’altra castagna, esaminando variabili come il prezzo, l’origine, il marchio, allo scopo di mettere a punto una valida etichetta. È, dunque, un progetto di ricerca con una forte vocazione sperimentale. “In fondo – conclude il docente di Agraria precisando che la Federico II non è il solo Ateneo campano al lavoro sulla castagna, perché anche l’Università di Salerno è impegnata su questo fronte – anche questo rientra nella Terza Missione. Mettere a disposizione del territorio le conoscenze e le competenze dell’Ateneo”.
Fabrizio Geremicca

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