Giuseppe Magliulo, un ingegnere cooperante

Etiopia, Nigeria, Pakistan, Myanmar, Filippine: alcuni dei Paesi nei quali l’ing. Magliulo ha partecipato a progetti e attività di cooperazione al servizio della realizzazione di infrastrutture in aree caratterizzate da povertà, malattie endemiche, guerre

“Qualsiasi cosa tu abbia studiato puoi renderti utile. Certamente l’ingegnere è molto polivalente, ha una formazione tecnica ed è orientato alla soluzione dei problemi. Una caratteristica fondamentale quest’ultima perché in certi contesti di crisi le risorse sono molto limitate o mancano. I materiali non sono proprio quelli che servirebbero e bisogna adattarsi a quello che c’è, a quello che si trova nei mercati locali. Sono situazioni nelle quali un buon ingegnere orientato a risolvere i problemi può fare molto”. Ha raccontato la sua esperienza anche a metà gennaio, in occasione del convegno ‘No profit per lavorare’ promosso dall’Ordine degli Ingegneri di Napoli, Giuseppe Magliulo, cinquantenne ingegnere civile di Torre del Greco, il quale sta per celebrare le nozze d’argento con la cooperazione e con l’impegno umanitario. Dopo la laurea conseguita nel 2000 alla Federico II, Magliulo ha scelto di mettere le sue competenze al servizio della realizzazione di infrastrutture (pozzi, condotte idriche, acquedotti, ospedali, impianti igienici) in aree caratterizzate da povertà, malattie endemiche, guerre. Un ingegnere con la valigia sempre pronta per il quale sostare più di qualche mese a casa è l’eccezione di una vita da vagabondo.

“Il mondo in una stanza”

“Ora sono fermo – racconta ad Ateneapoli – perché 4000 persone sono state licenziate dal comitato internazionale della Croce Rossa per motivi di disponibilità di risorse economiche. Io sono tra esse. Per la Croce Rossa ho svolto quella che al momento è la mia ultima missione. Sono partito il 20 settembre 2022 per l’Etiopia e a novembre di quell’anno sono entrato in Tigray, un’area dilaniata da una lunga guerra civile. Pochi giorni prima che arrivassimo era stato firmato un accordo di pace e la missione della quale ero parte aveva il compito di occuparsi della ricostruzione: gli acquedotti erano completamente distrutti e stessa sorte avevano subito molti ospedali. Inizialmente mancava anche l’elettricità. Noi ce la procuravamo con i generatori, ma la popolazione ne era priva. Sono rimasto tra Makelle, la capitale della regione, e Shire fino al 19 settembre dell’anno scorso, quando è scattato il licenziamento e sono rientrato in Italia. Vivevo in una villetta e a Shire affittammo un piccolo residence. I miei compagni di lavoro erano una colombiana, una messicana, un indiano, un belga, un inglese e un francese. Il mondo in una stanza, si potrebbe dire”. Dall’Etiopia è tornato a Roma, dove abita da qualche tempo con la moglie thailandese e due figli di 13 e 9 anni. “La scelta di spostare la famiglia nella Capitale – spiega – è di qualche anno fa. Mi hanno seguito in giro per il mondo per diversi anni, poi con mia moglie ho riflettuto sulla circostanza che i nostri figli si esprimevano perfettamente in inglese, ma non conoscevano l’italiano. Abbiamo valutato che ci sarebbe piaciuto farli crescere in Italia e Roma è stata la meta perché c’è un’ampia disponibilità di scuole bilingue. Lui, però, è pronto a ripartire appena si presenterà l’occasione giusta. “Non riesco a stare senza fare nulla – ammette – e ad essere inoperoso. Quello che sto vivendo ora è un periodo di sosta per me molto lungo. Prima mi era capitato solo una volta di non muovermi e durò cinque mesi. Sto cercando nuove opportunità, nuovi incarichi, nuove missioni. Ho presentato domanda per un progetto dell’Unicef e lunedì (15 gennaio, n.d.r.) avrò un colloquio con la struttura governativa italiana che svolge attività di cooperazione. Si chiama Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo”.

“È stato un percorso interiore”

La pausa offre a Magliulo l’opportunità di una riflessione su quel che è stato, su quel che è accaduto negli oltre venti anni trascorsi in ogni parte del mondo e sulle motivazioni per le quali, giovane ingegnere neolaureato, scelse di dedicarsi alla cooperazione internazionale. “È stato un percorso interiore. Ho iniziato con i clochard a Napoli con un’associazione che si chiamava ‘Onda del cuore’. Inizialmente portavamo cibo, poi capimmo che volevano soprattutto contatto umano e diventammo amici dei barboni di Napoli. Ho una propensione a stare vicino agli ultimi e mi fa sentire vivo, mi fa sentire una persona realizzata”. Lo ha scoperto gradualmente. “Dopo l’università – racconta – ho trascorso un anno di volontariato in Africa e mi sentivo a casa. L’ho cercato come lavoro ed oggi ho le medesime motivazioni di venti anni fa”. Riflette: Il mondo pare basato sull’avere e sulla finanza. Ci perdiamo il meglio delle persone e di noi stessi. La conseguenza di un tale sistema di valori è la povertà drammatica in diversi Paesi del mondo. Non mi illudo di mettere le cose a posto, ma la speranza è che possa dare un piccolissimo contributo affinché accada. Questo ancora oggi mi porta ad andare lontano. Poter dire ai miei fogli che il loro papà ci ha provato”.

Sono molti i Paesi nei quali l’ingegnere Magliulo ha partecipato a progetti e attività di cooperazione in oltre due decenni. “Sono stato più volte in Etiopia con l’Unicef per un progetto per portare acqua in villaggi e in zone rurali. Ho vissuto in Pakistan, in Myanmar (Birmania, n.d.r.), in Nigeria, nelle Filippine, nello Sri Lanka. Ho vissuto anche un anno e mezzo nella Corea del Nord. Arrivai lì ad agosto 2012 e rimasi fino a novembre 2013. Lavoravo come ingegnere in sostegno alle operazioni in ospedale. C’era una equipe chirurgica ed io ero lì con il comitato internazionale della Croce Rossa”. Innumerevoli le storie, molteplici i volti scolpiti nella memoria. “Non potrò mai dimenticare un sabato di agosto del 2006. Ero l’unico internazionale in un convoglio di dieci o quindici mezzi i quali, approfittando di una finestra umanitaria, portavano acqua nella zona di Vacarai, est dello Sri Lanka. Iniziarono a bombardare, nonostante in teoria fosse una fase in cui era stata concordata tra le parti una pausa del conflitto. Ci rifugiammo in ospedale. Io con il telefono satellitare cercavo di contattare il capo missione. Migliaia di persone mi osservavano perché sapevano che ero l’unico che poteva aiutarli in quel tremendo frangente. Non dimenticherò mai quegli occhi, quegli sguardi e quella responsabilità che sentivo addosso. Nelle finestre umanitarie la gente esce dai bunker per prendere acqua”.

In Afghanistan le tombe di bambini morti di freddo

Un’altra storia: “Una routine straordinaria per me. In Etiopia, nella regione di Semera, c’era un panificio dietro il mio ufficio. Quando la sera andavo via dal lavoro mi si faceva incontro un bambino. Mi parlava, non capivo, rispondevo in napoletano e in qualche modo ci si intendeva a gesti. Gli davo il pane. La cosa che mi colpì è che a volte, quando avevo percorso solo pochi metri, il bimbo aveva già distribuito il pane agli altri bambini e spesso non lo aveva neanche mangiato. Mi colpì questo e il suo sorriso. Io sono religioso e credo che Dio, quando sei solo o ti senti scoraggiato, a volte si presenta e si manifesta a noi anche attraverso i bambini”. Ancora un episodio indimenticabile: “Ero in Afghanistan e andammo in un campo profughi a Lashkargah, nella regione Helmand. Nel sud del Paese. Il compito di noi cooperanti era di realizzare tremila bagni e settanta pozzi. Notai molti mucchietti di pietre e domandai al mio traduttore e braccio destro cosa fossero. La risposta mi raggelò: un cimitero. Mi meravigliai perché erano piccoli cumuli e glielo dissi. Mi chiarì che erano tombe di bambini molto piccoli. Morivano letteralmente di freddo. Ci mettemmo al lavoro, portammo l’acqua con i pozzi. Questo permise a chi viveva lì di realizzare con la sabbia i mattoni e con essi ripari dalle intemperie, abitazioni. Tempo dopo, nel 2014, tutti mi parlavano della città che stava lì. Avevano dimenticato che nel 2002 mancava tutto. Per me quella vicenda è l’emblema di come si possa cambiare il destino delle persone semplicemente portando loro l’acqua. Quella che noi diamo per scontata nelle nostre abitazioni. È anche il ricordo doloroso di come ancora nel 2002 in diverse parti del mondo ci fossero bambini piccoli che semplicemente e tragicamente morivano per il freddo, per le intemperie. Accade ancora oggi in certi Paesi ed è un pensiero straziante”.
Fabrizio Geremicca

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Ateneapoli – n.01 – 2024 – Pagina 19


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