Genocidio. Una parola che torna con forza al centro del dibattito contemporaneo, imponendo interrogativi difficili. È da qui che prende avvio l’incontro ‘Gaza: comprendere’, svoltosi il 24 marzo nell’Aula Piovani del Dipartimento, alla cui organizzazione hanno contribuito gli studenti dell’Udu, costruito attorno alla presentazione del volume Genocidio (Laterza, 2025) di Paolo Fonzi, docente federiciano di Storia contemporanea. In dialogo con l’autore, un parterre di docenti e studiosi ha approfondito i nodi più complessi.
A completare il quadro, la mostra fotografica ‘Eyes in Gaza’, allestita negli spazi del Dipartimento e realizzata da fotoreporter palestinesi premiati dalla Lucie Foundation per la loro testimonianza delle atrocità dell’invasione israeliana. Modera l’incontro il prof. Rino Ferrante, docente di Filologia italiana, che inserisce l’iniziativa in un percorso già avviato sui temi del conflitto e della memoria: “Accogliere questa proposta è stato naturale”, spiega, richiamando anche il lavoro svolto negli anni attraverso testimonianze dirette segnate da traumi profondi.
In questa direzione si colloca anche la mostra, in cui le immagini “non sono semplicemente documentazione, ma diventano uno strumento di riflessione storica e politica”. Si parte dal volume di Fonzi, che ricostruisce la nascita della Convenzione del 1948 mostrando come “l’attuazione concreta sia stata a lungo condizionata dal contesto della Guerra fredda”. Un punto che apre a una questione più ampia: il genocidio non è solo una definizione giuridica, ma un concetto attraversato da rapporti di forza. Su questo insiste la prima relatrice, la prof.ssa Giovanna Cigliano, contemporaneista: “Il genocidio è un concetto che sembra oggettivo, ma è in realtà profondamente storico e politico”.
Il rischio è quello di costruire gerarchie tra le violenze: “Se definiamo alcuni crimini come genocidio, rischiamo di collocare tutti gli altri su un piano inferiore, creando una graduatoria dell’orrore”. Una dinamica che si lega anche ad un problema: “Non tutte le vittime hanno la stessa visibilità”, osserva, sottolineando come il riconoscimento dipenda da equilibri globali e da un’eredità ancora segnata dal contesto europeo in cui il concetto nasce. Il discorso si complica ulteriormente sul terreno della prevenzione: “Si entra nel campo dell’intervento militare umanitario – avverte – dove il confine tra intervento e aggressione diventa estremamente sottile”.
Ad introdurre una frizione è poi il giurista Luigi Daniele, docente di Diritto Internazionale Umanitario presso l’Università degli Studi del Molise, che prende posizione rispetto all’impostazione del volume: “Fonzi sceglie di non qualificare giuridicamente quanto accade a Gaza come genocidio. Una posizione che, da giurista, mi colloca quasi agli antipodi”. Il punto, però, non è solo definitorio: “Se tutto diventa genocidio, il concetto si svuota. Ma il rischio opposto è negarne l’applicabilità anche quando i fatti lo richiederebbero”.
Daniele richiama così la tensione tra genocidio, guerra e diritti umani: “Esiste una tensione tra l’espansione del linguaggio dei diritti umani e l’uso del concetto di genocidio”. Sul caso di Gaza, osserva, “siamo di fronte a pratiche che pongono interrogativi profondi”, dalla distruzione delle infrastrutture civili all’uso delle condizioni di vita come strumento di guerra. In questo quadro, aggiunge, “l’intenzionalità non va interpretata in modo restrittivo”, può consistere anche “nella distruzione delle condizioni di vita che rendono possibile l’esistenza di un gruppo”. Il tema del potere attraversa l’intero dibattito e torna nell’intervento di Salvatore Minolfi, studioso di Storia contemporanea: “Non si può parlare di genocidio senza considerare le disuguaglianze e i rapporti di forza che ne determinano definizione e applicazione”.
Un potere che si manifesta anche “nella capacità di costruire gerarchie di visibilità”, incidendo su memoria, riconoscimento e gestione delle crisi. Lo sguardo si allarga poi al piano geopolitico: “Dopo la fine della Guerra fredda, il genocidio torna al centro, ma in un contesto completamente diverso”.
Oggi il termine è sempre più intrecciato a strategie politiche: “Parlare di genocidio significa collocarsi su un piano morale altissimo, capace di delegittimare l’avversario”, con effetti concreti “dalla costruzione delle alleanze alla gestione dei conflitti”. Da qui una constatazione: “le categorie non sono mai neutrali”. Chiude l’autore, richiamando una distinzione chiave: “La tragedia è ciò che viene percepito come inevitabile.
L’atrocità è ciò che può essere evitato”. Una tensione già evidente nel secondo dopoguerra, quando “gli Stati dichiaravano di non voler colpire i civili, ma ampliavano gli obiettivi fino a includere intere città”. Ne deriva una contraddizione che attraversa anche il presente: “Si crea una tensione tra massima distruttività e negazione dell’intenzione di colpire i non combattenti”. Fonzi chiarisce infine il senso del suo lavoro: “Non volevo offrire una definizione normativa del genocidio, ma ricostruirne la genealogia”. E conclude: “Il genocidio è forse la categoria più potente tra i crimini internazionali. Ma proprio per questo non esiste un uso del concetto che non sia, in qualche misura, politico”.
Giovanna Forino
Scarica gratis il nuovo numero di Ateneapoli
Ateneapoli – n.6 – 2026 – Pagina da 24








