Il design, un alleato per promuovere l’inclusione. Laboratori fotografici e percettivi per non vedenti e ipovedenti

Il Design può diventare un alleato dei ciechi e degli ipovedenti non solo nella vita quotidiana, facilitando l’accessibilità degli spazi, ma anche nell’espressione artistica. Lo dimostrano i risultati del progetto finanziato dalla Fondazione Banco di Napoli e realizzato da ReMade Community Lab, con il patrocinio del Dipartimento di Architettura. Risultati che sono stati presentati nel corso di una mostra che è stata inaugurata il 13 aprile e si è protratta per una settimana nella sede della Fondazione, che è in via dei Tribunali.

“Attraverso l’unione di fotografia, intelligenza artificiale, modellazione parametrica e stampa 3D – racconta Susanna Parlato, presidente di ReMade Community Lab e ricercatrice di Design del Dipartimento – il gruppo di ricerca ha tradotto le fotografie scattate da persone non vedenti in oggetti tridimensionali esplorabili sia con il tatto che con la vista”.

L’iniziativa “ha preso vita attraverso laboratori fotografici e percettivi condotti dalla fotografa Marzia Bertelli ed ha coinvolto attivamente un gruppo di persone non vedenti e ipovedenti nell’esplorazione del rapporto tra corpo e spazio. Grazie alla collaborazione di Alfredo Spinapolice, anch’egli laureato in Design alla Federico II, le immagini sono state successivamente elaborate digitalmente per diventare modelli tridimensionali. I modelli digitali trasformati in oggetti fisici, attraverso tecnologie di stampa 3D, hanno tradotto l’immagine in una foto-forma che offre una duplice esperienza. Tattile, per consentire a chi non vede di ‘vedere’ le forme dell’immagine. Visiva, attraverso la retroilluminazione che esalta i dettagli della materia”.

Nell’allestimento per la mostra, le cinque foto selezionate vertevano su oggetti che i fotografi non vedenti o ipovedenti hanno scelto perché ad essi particolarmente cari. Un microfono, per esempio, per una signora che ama cantare, oppure il pestello, l’accendino, un libro particolare ed una matrioska. Prosegue Parlato: “L’allestimento a Palazzo Ricca (la sede della Fondazione) ha invitato il pubblico a superare il tradizionale divieto di non toccare, promuovendo una relazione profonda e fisica con l’opera, in cui la luce è diventata forma e la materia si è fatta memoria”. Aggiunge la prof.ssa Erminia Attaianese, responsabile del Laboratorio di Ergonomia Applicata e Sperimentale del Dipartimento: “L’obiettivo del laboratorio era quello di ampliare l’accessibilità della fotografia, trasformandola in un linguaggio universale che attraversa tutti i sensi”.

Sottolinea poi: “Il patrocinio che Architettura ha dato a questa esperienza si inserisce nel nostro percorso di valorizzazione del design ai fini dell’inclusione, dell’equità, del multiculturalismo, della sostenibilità ambientale, del risparmio energetico e della salute”.

Ricorda la docente: “Nel corso degli anni, nei laboratori di Design abbiamo portato avanti diverse esperienze di progettazione e realizzazione di oggetti utilizzabili per stimolare comportamenti positivi in diversi ambiti. Jam Pie Project, per esempio: abbiamo chiesto agli studenti del Laboratorio di Design dell’Interazione di progettare nuovi prodotti per il risparmio energetico in ambito domestico. Un altro laboratorio, in un altro anno accademico, si è svolto in collaborazione con l’Associazione italiana per la ricerca sul cancro ed era finalizzato allo sviluppo di oggetti utili a promuovere uno stile di vita salutare e a provare a smettere di fumare. Sono solo due esempi della concezione di Design che Architettura si sforza di proporre ai suoi studenti”.
Fabrizio Geremicca

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Ateneapoli – n.7 – 2026 – Pagina 27

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