‘Sono entrato in carcere per la prima volta a 17 anni. Ho fatto avanti e indietro per dieci anni: celle minuscole e sovraffollate, trasferimenti continui. Si parla costantemente di reati e sei definito unicamente dal crimine che hai commesso, nient’altro di te sembra importare’: la voce narrante che riecheggia nel Dipartimento di Scienze Politiche il 21 maggio.
L’Aula 7 è gremita di studenti accorsi per il seminario organizzato dal prof. Gaetano Vecchione nell’ambito del corso di Analisi economica del crimine, sulla condizione delle carceri minorili oggi. Lo spezzone in questione è tratto dal podcast ‘Cattivi’, che racconta le carceri partendo dalle voci dei detenuti che l’hanno vissuto.
Presente all’evento anche la sua co-autrice, la giornalista Tiziana Guerrisi. Ma gli ospiti più attesi chiamati ad intervenire sull’argomento sono due attori del cast della serie televisiva Mare Fuori, Giovanna Sannino e Alfonso Capuozzo, che con la loro interpretazione hanno contribuito a fare luce sulle vite di questi ragazzi dalla giovinezza interrotta.
La criminalità per alcuni “è l’unica possibilità”
“I ragazzini che hanno commesso degli errori non sono il male incarnato, ma sono spesso le prime vittime di un contesto disagiato e di una mancanza di modelli positivi. Per loro la criminalità non è una scelta, è l’unica possibilità. Io stesso provengo da un contesto umile e la recitazione è stata la mia salvezza, mi ha offerto un’alternativa. Moltissimi miei coetanei in situazioni simili però non hanno la stessa fortuna – esordisce l’interprete di Simone nella fortunata fiction – Quando si è vittime di un contesto disagiato e di una mancanza di modelli positivi la criminalità non è una scelta, è l’unica possibilità”.
Analizzare il lusso di avere una scelta è importante per riconfigurare la narrazione spinta dai media di queste storie, che spesso riduce la complessità di cui sono immerse preferendo un racconto manicheo e parziale di un fenomeno assai più articolato: in merito interviene Guerrisi.
“La prima reazione dei giovani, intervistati per il podcast, a sentire del mio lavoro era sempre la stessa: respingente, nessuno di loro all’inizio si fidava di una giornalista. Non mi sento di biasimarli, il racconto che si fa dei detenuti è spesso univoco e privo di sfumature. Sono pronta a fare autocritica e a riconoscerlo. Trattare queste storie drammatiche richiede di esercitare empatia e comprensione, senza scadere nel facile giudizio. I sensazionalismi sicuramente generano maggiore scalpore ma non sono veritieri e non rispondono alle responsabilità del mio mestiere”.
L’indignazione del grande pubblico all’apprendere di tragici eventi di cronaca non è da sottovalutare, può essere grande motore di cambiamenti: un esempio lampante è ciò che è avvenuto con il Decreto Caivano, emanato dopo la terribile violenza di gruppo consumatasi nella cittadina omonima e convertito in legge nel 2023.
“Dopo il Decreto la situazione è profondamente cambiata: prima le carceri minorili erano un fiore all’occhiello del sistema giudiziario italiano, un paradigma che puntava alla rieducazione del singolo sopra ogni cosa. Adesso hanno assunto un approccio punitivo – con l’introduzione di nuovi reati, aumento delle pene per quelle esistenti, utilizzo massiccio di misure come la custodia e limitazione di messa alla prova – che ostacola la riabilitazione”, commenta Gaia Barone, avvocata penalista e parte dell’Osservatorio Minorile dell’associazione Antigone per la Campania, che con il suo operato si accerta che vengano rispettati i diritti e le garanzie nel sistema penale.
Il risultato è che, a fronte di una diminuzione del numero dei reati e delle denunce, “è aumentata la presenza negli istituti penali minorili, che sono per la prima volta sovraffollati”.
Sovraffollamento che comporta “inevitabilmente un peggioramento di un sistema che già presentava plurime difficoltà, mancanza di letti e di spazio per i detenuti, carenza di educatori e trasferimenti continui, specialmente per i minori stranieri non accompagnati, i quali risentono maggiormente delle criticità del sistema carcerario: sballottati da un istituto all’altro non viene garantita loro una continuità educativa, un contatto con il mondo esterno; tutto ciò favorisce un aumento dei tassi di recidiva – sottolinea Barone – È importante portare alla luce tutte queste problematiche, in quanto la compartimentalizzazione del mondo esterno e delle carceri è completamente erronea: parlare di carcere significa inevitabilmente parlare di società, di diseguaglianza e di tutela dei diritti fondamentali delle persone, che meritano di essere trattate come tali anche dopo essere incappate, per svariati motivi, nelle maglie della detenzione”.
Il fenomeno emulazione
Sulla centralità della formazione nelle carceri interviene il prof. Giacomo Di Gennaro, docente di Sociologia del Diritto e della Devianza: “La Federico II ha sempre creduto nei valori dell’educazione. Infatti, dal 2018, l’Ateneo fa parte del P.U.P., il Polo Universitario Penitenziario, un’espansione dei contenuti di civilizzazione. L’istruzione aiuta a forgiare alternative per questi ragazzi, i quali a causa di vissuti personali hanno un’incapacità cognitiva a distinguere il bene dal male”.
Giovanna Sannino, attrice interprete di Carmela in Mare Fuori, riflette sulla pericolosa problematica dell’emulazione che si riscontra nelle fiction che rappresentano la criminalità sullo schermo, il famoso effetto ‘Gomorra’, spesso al centro di numerosi dibattiti: “Quando mi interfaccio col giovane pubblico rimango sempre esterrefatta dall’ammirazione provata per alcuni personaggi della serie.
Mare Fuori non è un documentario, è una fiction e in quanto tale deve rispondere a delle regole di business. Ciò che è importante chiedersi dunque è perché questi modelli negativi attecchiscano e cosa questo dice dello stato attuale della nostra società”.
I prodotti audiovisivi generano interesse, sottolinea il prof. Vecchione, ma è cruciale “che i media offrano una rappresentazione variegata ed informata delle carceri, con un’analisi critica, scevra da qualsiasi giudizio, che non serve ad alcuno scopo se non al sensazionalismo”.
Il male ha sempre avuto un’innegabile attrattiva, “ma quando seduce ragazzi così giovani è importante porsi delle domande e riflettere sulle responsabilità della collettività – sottolinea il prof. Vecchione – Oggi abbiamo discusso degli effetti del male sugli adolescenti e su come provare a reinserirli ed evitare che incappino nuovamente nelle maglie della detenzione. Altrettanto centrale è però discutere di prevenzione, per evitare da principio che dei minori si debbano misurare con errori con cui fare i conti per tutta la vita”.
Gaia Cimbalo
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Ateneapoli – n.9-10 – 2026 – Pagina 17








