L’amore e la verità, che forse sono la stessa cosa, sono alla base di un romanzo che segue la vita di Platone, il filosofo per eccellenza, dalla giovinezza nell’Atene in guerra fino ai tentativi di costruire una città giusta. E il titolo, ‘Platone. Una storia d’amore’, è già esemplificativo. Il Dipartimento di Studi Umanistici ne ha ospitato, lo scorso 20 ottobre presso il Cortile delle Statue, l’autore Matteo Nucci, finalista al Premio Strega, per un dialogo che ha coinvolto docenti, studenti e cittadinanza.
Al centro, soprattutto, il rapporto tra pensiero e vita, ma anche ciò che rende la filosofia qualcosa di più di un sapere da acquisire: “la possibilità di innamorarsi delle idee fino a volerle tradurre in pratica”. La chiave di lettura è stata offerta dal prof. Gianluca Giannini, filosofo e neo-Direttore del Dipartimento, che nei saluti istituzionali ha spiegato come Nucci si muova in una struttura narrativa “ispirata ai dialoghi platonici, restituendo alla filosofia una dimensione viva, essenziale. L’amore, nel libro, non coincide con la sua declinazione più consueta, ovvero quella per il sapere: riguarda l’esistenza, il contesto politico e un periodo di sconvolgimento in cui il pensiero è chiamato ad interrogare il presente”.
Si è entrati poi nel vivo del confronto. Il primo intervento è stato del prof. Mario Cosenza, docente di Filosofia morale e moderatore dell’incontro, che ha richiamato il rapporto tra letteratura e filosofia: “Siamo abituati a pensare che questi due mondi siano separati, ma la letteratura può essere un punto di accesso alla conoscenza, perché il romanzo permette di esplorare esperienze che non sono necessariamente accadute, ma che avrebbero potuto verificarsi”.
E la domanda rivolta a Nucci: che importanza ha, in un tempo come questo, scrivere un romanzo su Platone? La risposta è partita dalla scelta stessa della scrittura, che per l’autore è già una presa di posizione: “significa scegliere che cosa raccontare senza adeguarsi necessariamente alle mode editoriali o alle aspettative dei lettori”. Anche un momento di crisi come quello attuale, ha osservato, non va inteso soltanto in senso negativo: richiama la scelta di una strada: “Dobbiamo esercitare la nostra capacità critica, decidere con la nostra testa ciò che riteniamo giusto e ciò che riteniamo sbagliato”. Una responsabilità che nasce anche dal rapporto personale con ciò che si studia. “In qualche modo, devo innamorarmi di ciò che studio”, ha spiegato Nucci. Non si tratta, però, di un innamoramento facile o immediato: “richiede fatica, impegno e la disponibilità a lasciarsi trasformare”.
Il sogno del cigno
Sul rapporto tra conoscenza ed esperienza si è soffermata la prof.ssa Lidia Palumbo, docente di Storia della Filosofia antica, partendo da Eros, dalla forza delle parole e dall’importanza del vedere, temi che il romanzo attraversa in più punti. “Il sapere non resta confinato nel passato, ma continua a trasformarsi nel modo in cui lo comprendiamo e lo mettiamo in relazione con la nostra esperienza”. Anche l’allegoria della caverna, ha aggiunto la docente, non dovrebbe ridursi ad una spiegazione da mandare a memoria, perché le parole della filosofia “acquistano significato quando riescono ad entrare nella nostra vita e ad orientare le nostre scelte”.
Un altro punto chiave. Come restituire una dimensione umana ad un filosofo vissuto più di duemila anni fa? La prof.ssa Anna Motta, docente di Storia della Filosofia antica, ha interrogato Nucci sulle fonti biografiche attinte e sui criteri con cui ha scelto gli aneddoti entrati nel romanzo. La risposta parte da lontano. “Volevo scrivere da sempre un romanzo su Platone, fin da quando ero un ragazzino”, ha raccontato lo scrittore, ricordando il viaggio in Grecia compiuto negli anni della scuola media, “tra siti archeologici visitati di notte e l’Agorà immersa nel buio”, da cui è maturato il desiderio di seguire non soltanto gli scritti ma “l’essere umano, l’individuo”.
Da qui la selezione degli episodi: “dopo anni di studio, ho scelto quelli che mi hanno permesso di raccontare il Platone che avevo imparato a conoscere”. Un lavoro durato cinque anni, in cui è confluita anche la rabbia per anni difficili, ed una scrittura che non segue sempre un disegno prestabilito ma conduce “alle zone più oscure dell’inconscio”. Tra gli aneddoti della tradizione biografica antica, il sogno del cigno restituisce bene l’impossibilità di racchiudere Platone in una definizione: un animale che sfugge alle reti dei cacciatori e che, nell’interpretazione degli accademici, rappresenta un pensiero troppo ricco per essere imprigionato. “Ognuno ha il suo Platone”, ha osservato Nucci, “c’è quello metafisico, quello politico, quello matematico. Eppure, attraverso tutti questi volti, resta l’uomo che ha cercato di tradurre le proprie idee in azione”.
L’amore e la pratica del ghosting
Libero sfogo, successivamente, alle domande degli studenti e dei cittadini, a partire dal significato del mito della caverna. A chi ha conosciuto “il sole” e, dunque, il bene, ha risposto Nucci, spetta un compito preciso: “Devi tornare dentro la caverna, da chi è ancora prigioniero delle ombre, per convincerlo a liberarsi anche quando non vuole ascoltare. Tu devi insistere. Devi fare politica”. Perché la ricerca del bene non può essere soltanto individuale. In quanto allo spazio che resta alla classicità tra i giovani la risposta è stata decisa: “Lo spazio c’è, eccome”.
Il successo dell’Odissea di Christopher Nolan, ha osservato lo scrittore, dimostra che esiste ancora “un pubblico per le storie complesse. Gli antichi continuano a parlarci e continueranno per sempre a farlo, perché raccontano l’essenza dell’umano che non cambia mai”. Sulla possibilità di tradurre l’idea di giustizia della Repubblica nei tempi odierni, Nucci ha invitato a partire dalla concretezza: “si dovrebbe, innanzitutto, evitare di investire nelle armi, destinando risorse al bene delle persone stando lontani dalle guerre”. La giustizia assoluta non appartiene ad un mondo di esseri umani fallibili, “ma esiste un modello verso cui tendere, l’idea del bene, che è quella che dovremmo sempre inseguire”. Il focus si è poi spostato sulle relazioni contemporanee.
“Che cos’è l’amore? E perché oggi prevale un’idea sempre più disfunzionale di esso?”, ha chiesto uno studente. Per Nucci, così come nel passato, “si oscilla tra il desiderio di possedere l’altro e la tendenza a sottrarsi per paura del fallimento”. Due estremi che si ritrovano nell’epoca attuale nella pratica del ghosting, definita dallo scrittore “orrenda e profondamente scorretta, perché mira a cancellare l’altro, pensando di avere il controllo”. Ma, nel tentativo di rendere invisibile l’altra persona, il rapporto di forza può ribaltarsi: “chi subisce l’abbandono, pur nel dolore, può riconoscere di essere ancora presente, mentre chi ha scelto di sottrarsi è diventato un’assenza”.
La riflessione finale è stata di Palumbo, che ha ricordato come il conflitto interiore “appartenga a ciascuno di noi” e come la disciplina possa aiutarci a governarlo, “senza cancellare le contraddizioni, e ad affrontare con maggiore consapevolezza anche le strade più difficili”. È in questo senso che il romanzo di Nucci restituisce attualità a Platone: come una bussola per “navigare in questo mare complicato che è la vita”.
Giovanna Forino
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Ateneapoli – n.18 – 2026 – Pagina 15







