Michela Casaburo, neo-laureata in Medicina con la Fondazione Airc, racconta il suo percorso in laboratorio

Michela Casaburo, 27 anni, si è laureata il 24 marzo in Medicina e Chirurgia, precisamente in Patologia generale. Dopo essersi candidata lo scorso anno per AIRC4Youth, un percorso di sostegno alla formazione che Fondazione AIRC offre a chi studia in area biomedica, è entrata nel laboratorio della prof.ssa Francesca Carlomagno, e ne è uscita pochi giorni. E i risultati sono arrivati. Eccome.

“Per la tesi – ha detto ad Ateneapoli – mi sono occupata degli effetti dell’inibitore tirosin-chinasico Pz-1 su modelli di leucemia mieloide acuta dipendente da ETV6-TRCK in vivo”.

Detto altrimenti: “su modelli murini abbiamo valutato se il farmaco è in grado di ridurre l’infiltrazione leucemica di midollo osseo e milza e se è in grado di bloccare la proliferazione di cellule di leucemia che iperproliferano a causa di questa stessa mutazione. Per il momento ha funzionato molto bene sui modelli in vivo, speriamo in futuro si possa passare anche a una ricerca clinica”.

L’esperienza di Michela racconta dell’opportunità rappresentata da AIRC4Youth, che è tornato anche nel 2026. Studentesse e studenti selezionati (le candidature andranno presentate entro il 15 aprile), infatti, avranno l’opportunità di lavorare a una tesi sperimentale in ambito oncologico frequentando un laboratorio della rete AIRCampus, per un minimo di 6 e un massimo di 18 mesi. La neodottoressa racconta di esserne “venuta a conoscenza tramite l’università. Ho iniziato il progetto nell’estate del 2025 e l’ho concluso pochissimi giorni fa.

Sono stata affiancata da ricercatori del laboratorio, che mi hanno insegnato le tecniche, come funziona un laboratorio dall’interno”. Questo cammino lungo quasi un anno le ha fatto capire bene che la Patologia generale è nel suo futuro. “Mi ha sempre colpito molto come una singola mutazione possa causare una serie di segni e sintomi che impattano tanto sulla vita del paziente e che scoprirne il perché può aiutare a trovare un farmaco. Infatti spero proprio di poter continuare in un laboratorio, l’ho capito ancor prima di entrarci”. Racconta: “ero a lezione di Patologia, ho visto una slide in cui ci è stato mostrato il pathway molecolare della necrosi, poi cosa succede dal punto di vista istologico e poi da quello macroscopico, con un piede in quella situazione.

Può fare impressione dall’esterno, ma, per un medico, seguire tutto il percorso dal micro al macro è incredibile. Voglio fare questo nella vita, nessun dubbio”. Sull’esperienza che ha vissuto in laboratorio: “innanzitutto, mi sento di dire che va frequentato, bisogna trascorrerci tanto tempo. Alcuni esperimenti durano giorni, i risultati possono arrivare dopo tanta attesa. Se non si fa così si perde anche un po’ lo spirito di questo luogo”.

E sono diversi gli aspetti di laboratorio ad averla attratta – di solito, a Medicina, lo si abbandona un po’ al terzo anno: “ho imparato come si organizza un esperimento, i vari calcoli di matematica, che sono importantissimi. Poco per volta sto diventando sempre più autonoma”. Michela ci tiene anche a smentire un luogo comune sui laboratori: “questa attività viene vista come solitaria, non è assolutamente vero. Ci sono tanti ricercatori, studenti, professori con cui il dialogo è sempre vivo e intenso”.

Non manca un consiglio a chi ha appena intrapreso lo stesso percorso di laurea: “dico di non mollare, è un percorso lungo e difficile, è fisiologico avere la sensazione di star studiando senza uno scopo preciso, tra il terzo e il quarto anno. Ci si sente un po’ persi. È tutto passeggero: bisogna tenere duro perché le soddisfazioni arrivano”.
Claudio Tranchino

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Ateneapoli – n.6 – 2026 – Pagina 30

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