Parlare oggi di diritto alla salute significa interrogarsi sulla reale capacità del sistema sanitario di accogliere le differenze e di garantire percorsi di cura adeguati, rispettosi e accessibili a tutte e tutti. Su questo terreno si è sviluppata l’Ade (Attività Didattica Elettiva) dedicata a “Diritto alla salute e identità di genere: aspetti psicosociali e biomedici”, tenutasi il 30 marzo nell’Aula Magna ‘Gaetano Salvatore’, dove il tema è stato affrontato da prospettive diverse.
Al centro della riflessione, oltre al contributo della medicina di genere, chiamata a misurarsi con la complessità dei corpi, delle identità e dei bisogni di salute, è emersa anche la necessità di una formazione più solida del personale sanitario perchè si adottino pratiche di cura appropriate, rispettose e realmente inclusive. A intervenire sono stati il prof. Paolo Valerio, Presidente onorario del Centro Sinapsi, Marina Pierdominici, ricercatrice senior del Centro di riferimento per la Medicina di Genere dell’Istituto Superiore di Sanità, e Alessandro Cecchi Paone, giornalista e divulgatore scientifico.
Ciascuno, a partire dal proprio ambito di competenza, ha contribuito ad alimentare una discussione che ha coinvolto una platea attenta e partecipe. A moderare l’incontro sono state le professoresse Giovanna Maria Pierantoni e Simona Paladino, ideatrici del convegno.
Il primo a prendere parola è stato Paolo Valerio, professore onorario di Psicologia clinica. Il docente inizia mostrando un video in cui un bambino confida alla mamma di sentirsi una bambina, in particolare “una bambina con l’organo sessuale maschile”.
La domanda che emerge, come fa intendere Valerio, vuole squarciare un velo e aprire la discussione: “Siamo una società pronta ad accogliere tutto questo? Faccio presente che la Corte Costituzionale ha stabilito che le persone transgender possono ottenere la rettifica anagrafica del sesso – e quindi documenti coerenti con la propria identità – indipendentemente da eventuali interventi di chirurgia ai genitali, fermo restando tutta una serie di condizioni che devono verificarsi”. Ad ogni modo, il docente ha provato in breve a enucleare i tanti interrogativi che sono emersi dalla proiezione.
“Siamo pronti al fatto che, un giorno, quella che sarà una donna transgender, se avrà un rapporto con una donna quel rapporto dovrà essere definito lesbico? E se con questa donna vorrà concepire un figlio? Sono sfide che la contemporaneità ci pone e soprattutto voi, come futuri professionisti della salute, dovrete affrontarle”. Un’altra domanda fondamentale: “chi decide della propria identità? La bambina transgender fa riferimento a sé, naturalmente, ma purtroppo non è così: dovrà trovare un’insegnante pronta ad affrontare gli stereotipi, per esempio. La vera discriminazione quotidiana è la femminilizzazione del maschio”.
Medicina di genere, non basta una legge
La fase stessa della pubertà “può rivelarsi una tragedia” perché avviene “un cambiamento nel corpo, che può avere una serie di ricadute psicologiche”. Insomma, se da un lato per favorire il radicamento della medicina di genere “non basta una legge per modificare un atteggiamento”, dall’altro “la presa in carico di persone transgender richiede un impegno importante per il settore sanitario, che deve resistere anche a quelle pressioni esterne che lottano affinché quel diritto alla salute non venga riconosciuto”. Spostandosi sul piano del discorso, il docente chiarisce “l’abc di alcuni concetti”.
A partire dall’identità sessuale, che è “una dimensione soggetti e personale, esito di un complesso processo denotato dall’interazione tra aspetti biologici, psicologici, socioculturali ed educativi”. Questa è composta da quattro fattori: “sesso biologico, identità di genere, orientamento sessuale e ruolo di genere”. Da parte di Valerio, prima del congedo, un auspicio: “spero che dopo questo incontro faremo riferimento non al o alla transgender – che è un aggettivo – ma alla persona transgender”.
Quanto alla dott.ssa Marina Pierdominici, ha rappresentato nell’occasione la figura deputata al racconto tramite dati e numeri per una fotografia della situazione generale. La ricercatrice parte dal suo primo incontro proprio con Valerio (e con una serie di società scientifiche, associazioni di categorie), punto di scaturigine di una discussione su una tematica mai affrontata in un’istituzione pubblica come l’Istituto Superiore di Sanità fino a quel momento: la salute delle persone transgender. “Da lì abbiamo costruito una serie di progettualità che hanno fatto emergere una serie di dati”.
Il primo riguarda la numerosità, dati che vengono da studi osservazionali: “La letteratura internazionale ci dice che la popolazione transgender va dallo 0.3% al 4.5% a livello mondiale, un range davvero ampio, dovuto a una serie di fattori, socioculturali e di metodo innanzitutto. Facendo uno studio pilota in Italia è emerso invece un dato del 7.7% ed è interessante, semplificando per fascia di età, quello che riguarda la fascia tra i 18 e i 29 anni, dove si arriva al 15%”.
Passando poi al focus specifico sulla salute delle persone transgender, il punto di partenza è una discriminante che pesa: “rispetto alle persone cisgender (persona la cui identità di genere corrisponde al sesso biologico assegnato alla nascita) riscontrano una maggiore difficoltà nell’accesso ai servizi sanitari”. Da uno studio sul tema, al quale hanno partecipato un migliaio di persone con età media di 30 anni, è emerso che “il 47% delle persone transgender non binary si è sentito discriminato in ragione della propria identità di genere nell’accesso ad ambulatori di medicina generale, pronto soccorso; lo stesso vale per il 37% delle persone transgender binary”.
Tra le maggiori criticità evidenziate e che sono ritornate pure tra le domande a fine dibattito: la mancanza di formazione del personale sanitario e il fatto che i professionisti non considerano i bisogni specifici di questa fascia, “perché non li conoscono”. Pierdominici ha mostrato poi una serie di dati e grafici sugli stili di vita e afferma che “alcuni di questi (obesità, consumo di alcol per esempio) non sono intrinseci alla popolazione transgender, ma sono in linea con le condizioni di vulnerabilità che sperimentano quotidianamente”.
Un passaggio anche sugli screening oncologici: “a oggi non ci sono evidenze che la terapia ormonale sia associata a un aumento complessivo del rischio oncologico. Si sa ben poco, mancano i dati, questo fa sì che le raccomandazioni siano le stesse che per la popolazione generale”. E non sembra affatto la strada giusta: “nella propria vita, solo il 34% di uomini transgender ha effettuato un pap-test, contro il 78% della popolazione generale femminile; una mammografia solo il 58% degli uomini transgender contro l’80% della popolazione generale femminile”.
Le cause sono diverse: “di nuovo la scarsa formazione del personale sanitario, l’uso di una terminologia non appropriata, la non conoscenza delle procedure di screening”. I medici, d’altra parte, non sono supportati: “non esistono linee guida o buone pratiche in tal senso”. Chiude il cerchio la sensazione che il campione intervistato ha sul proprio stato di salute fisico – “ritenuto buono o più che buono” – e mentale, rispetto al quale “aumenta la percentuale di coloro che lo percepiscono scarso o molto scarso”.
“Smettetela di considerarci tutti uguali”
A introdurre Alessandro Cecchi Paone ci ha pensato la prof.ssa Simona Paladino, che l’ha definito come “un ponte tra mondo accademico e società”, perché – ha sottolineato – “il sapere deve essere fruibile per tutti, e quindi bisogna innanzitutto comunicarlo”. E infatti l’approccio del divulgatore è più filosofico, culturale e dialogico.
“Il pezzo mancante”, a questo si è richiamato parlando di comunità lgbtq e minoranze: “nei discorsi che ascolto manca sempre una minoranza, perché non lo è numericamente e per questo non viene protetta, sostenuta: le donne. Che sono, per esempio, la maggioranza a questa cattedra, in quest’aula, nel Paese e nel mondo. Non vengono trattate come minoranza, eppure lo sono. Eccome se lo sono. Bisogna far capire che, pur essendo maggioranza, le donne sono trattate peggio di qualsiasi altra minoranza: le ultime a essere assunte in caso di posto disponibile, le prime a essere licenziate in situazione di crisi, quelle pagate meno a parità di mansione rispetto ai colleghi maschi; per di più, fanno un secondo e terzo lavoro a casa – gestione del marito, della famiglia, la cura dei figli.
E tutto questo non è riconosciuto dal punto di vista della retribuzione, della previdenza, di sostegno in ambito della salute. Dico questo perché fin qui abbiamo parlato di una minoranza meritevolissima, che dovrà essere attenzionata da voi, futuri operatrici e operatori della sanità, ma dimenticandoci di questa maggioranza/minoranza di cui non si occupa nessuno”. A questo punto, Cecchi Paone ha introdotto il concetto inglese di habeas corpus: “prima ancora del diritto di parola, già dal 1200 gli inglesi volevano difendere il proprio corpo contro qualunque altro essere umano e autorità: il corpo è intangibile.
E il corpo, tornando alle donne, è il primo luogo da proteggere. Quando si parla di medicina, si dà per scontato che sia uguale nelle donne e negli uomini, che la malattia sia identica per entrambi, così come l’insorgenza di una patologia, la diagnostica e la terapia. Non è vero affatto, ma in quante scuole italiane lo insegnano? In donne e uomini sono diverse la fisiologia, il metabolismo, l’assorbimento farmacologico”.
Cecchi Paone chiude il cerchio tornando al video mostrato dal prof. Valerio: “la bambina con il pene pone un problema enorme rispetto all’habeas corpus, perché bisogna gestire nel modo migliore possibile un aspetto duplice e atipico. In generale, domina un approccio sessista, maschilista e patriarcale nel trattare la donna come l’uomo. E, perciò, ribadisco sempre: smettetela di considerarci tutti uguali. In questo modo fate del male alle donne, perché queste, diagnosticate e curate come gli uomini, corrono molti più rischi per la salute. Non dimentichiamo questa maggioranza/minoranza: senza donne non si vive”.
Claudio Tranchino
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Ateneapoli – n.6 – 2026 – Pagina 28








