Una macchina da scrivere e una storia incompleta aprono la seconda edizione del Festival Antimafia Sociale organizzato dal prof. Leandro Limoccia, docente del Dipartimento di Economia, Management e Istituzioni (Demi). “L’esperienza del Festival supera i confini fisici delle aule universitarie snodandosi nella vita reale come uno spazio di intersezione tra saperi diffusi e ponendo al centro un’indagine trasversale e interdisciplinare sull’antimafia”, afferma il prof. Limoccia, ideatore e direttore scientifico dell’iniziativa.
Giustizia, istituzioni, sapere e cambiamento: i temi nella giornata di apertura del Festival che si è svolto dal 22 al 24 ottobre nel campus di Monte Sant’Angelo. La macchina da scrivere esposta in una teca del Dipartimento appartiene a una delle vittime della lotta alla mafia, Giancarlo Siani, che lascia aperta una storia che tutti noi stiamo ancora contribuendo a scrivere. “Lo sviluppo consiste nell’espansione delle libertà reali di cui godono gli esseri umani”, è con le parole di uno dei più influenti economisti e filosofi contemporanei, Amartya Sen, che il Rettore Andrea Mazzucchi ricorda cosa rende tutti i cittadini vulnerabili: l’impossibilità di scegliere.
“L’antimafia sociale è essenziale perché costruisce alternative valide alla sopraffazione e alla dipendenza”, dice il Rettore. In questo scenario, l’università ha un ruolo decisivo: “il nostro Ateneo non può limitarsi a trasmettere competenze ma deve contribuire a fornire coscienze critiche capaci di riconoscere le distorsioni del potere”. E aggiunge: “l’approccio che caratterizza il Festival è mettere in dialogo i saperi e le discipline indispensabili a comprendere il reale sotto diversi punti di vista. La terza missione è parte integrante, non aggiuntiva nella formazione”, sostiene Mazzucchi e ricorda che le conoscenze trasmesse all’università sono volte a mettere in relazione “il sapere e le necessità della vita”, traducendo la memoria non semplicemente in ricordo, ma in impegno.
“Voi siete la nostra speranza per dire no all’indifferenza”, dice, raccogliendo l’assist del Rettore, la prof.ssa Alessandra Allini, Direttrice del Dipartimento, che parla direttamente ai giovanissimi studenti delle scuole superiori presenti nell’Aula Lorenzo Mangoni: “l’università è il luogo in cui si alterna diffusione scientifica, memoria e arte. Il suo compito è educare al rispetto e alla responsabilità. L’università educa alla libertà di pensiero, allo studio del nostro passato e del nostro presente, ed è questo il messaggio lanciato anche dal sindaco Gaetano Manfredi: “cultura, educazione, conoscenza, sono le grandi leve per la crescita non solo individuale ma dell’intera comunità, che, per essere più consapevole, deve sapersi difendere dagli attacchi alla sua democrazia”. Parole importanti che guardano direttamente alla città di Napoli, che deve essere pronta a “difendere i propri diritti (alla casa, all’istruzione, al lavoro, all’ambiente) per futuro migliore per i suoi cittadini”.
In questo cosmo, ancora in definizione, non bisogna tralasciare il mondo delle carceri: realtà che vengono sempre più spesso dimenticate, nelle quali proliferano spazi riservati ai boss mafiosi e nelle quali sembra non esserci posto per la riabilitazione. Per questo motivo, il sistema carcerario è un argomento fondamentale di questa seconda edizione del Festival. Presente all’evento, la presidentessa del Tribunale di sorveglianza Patrizia Mirra: “il carcere è un mondo complesso nel quale possiamo leggere le disuguaglianze razziali e le dinamiche di sopraffazione che sono specchio della società, del mondo esterno”.
Ma il reale scopo del carcere è non “un luogo chiuso”, ma “un quartiere, un luogo di rieducazione e di prevenzione, che faccia sì che queste persone non ricadano nel reato”. Una vera e propria “rigenerazione”, dice Carlo Berdini, Provveditore dell’Amministrazione Penitenziaria della Campania: “dobbiamo fornire opportunità. In questo modo svolgiamo un ruolo fondamentale nelle azioni antimafia, rompiamo un circuito vizioso che vedeva la galera come un contenitore di disagio sociale”.
“Non possiamo rispondere al male con il male”, il messaggio lanciato dal prof. Limoccia prima di lasciare la parola ai relatori impegnati in prima linea nella battaglia contro la mafia. Il professore spiega la “genesi” del fenomeno mafioso, o meglio delle “mafie ibride” che conservano “modus operandi in parte tipici e in parte innovativi”. È questa la novità ancora più preoccupante, in quanto “permette loro di diventare parte dei circuiti produttivi”. Un’evoluzione che il docente appella con “società incivile” nella quale istituzioni giuridiche e politiche giocano un ruolo decisivo. Poi chiude con una citazione di Fedor Dostoevskij: “l’ipotesi che due più due fa quattro è eccellente, ma che faccia cinque è sublime”. C’è ancora tempo per cambiare la realtà, evolversi e lottare.
“Oggi le mafie si collocano come agenzie di servizio”
“Seguendo lo schema tradizionale detto ‘parassitario’ oggi le mafie si collocano come agenzie di servizio, in grado di velocizzare e di risolvere problemi di grossi e importanti progetti imprenditoriali”, spiega il primo relatore della giornata, Nino di Matteo, Sostituto Procuratore alla Direzione nazionale, antimafia e antiterrorismo. Ricordando inchieste e processi del passato, il procuratore presenta il problema più grande e rischioso del cambiamento mafioso: “non è la mafia che cerca l’impresa, ma è l’impresa che cerca la mafia. In questo modo quest’ultima può affermare la sua forza”.
Ma, come tiene a ricordare di Matteo, Falcone disse: “la mafia è un fenomeno umano e come tale ha un inizio, uno svolgimento e avrà una fine”. Il Procuratore illustra le strade da percorrere per la realizzazione del sogno del magistrato: la prima, “la politica, il recupero della sua supremazia nel contrasto alla mafia, percepita come una questione non di ordinaria criminalità, ma un autentico fenomeno di compressione democratica”; la seconda, imprescindibile per contribuire alla repressione del fenomeno mafioso, “la rivoluzione culturale” che “deve partire dal basso e portare ad un ripudio dei vizi antichi su cui è cresciuta la mafia”. La rassegnazione, l’individualismo e l’appartenenza a qualcosa e qualcuno sono condannati dal Procuratore che si rivolge ai giovanissimi presenti invitandoli a “scendere in piazza, purché non si trasformi in violenza, e salvare un Paese che sta perdendo memoria e speranza”.
È proprio la memoria è il punto di partenza di Antonio Balsamo, Presidente della Corte d’Appello di Palermo, il quale ricorda gli anni del tirocinio come magistrato, che lo hanno portato “ad indossare la toga in una notte, quella dopo la strage di Capaci”. I corpi straziati di Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro, hanno suscitato “dolore, rabbia e un forte desiderio di impegnarci al massimo per la salvezza della nostra terra”.
Il procuratore Balsamo dice agli studenti: “persone come Pio La Torre, Falcone, Borsellino, sono stati uomini normalissimi, che ad un tratto hanno pensato che con la loro vita avrebbero potuto fare qualcosa che facesse la differenza per il Paese che amavano. Sarei felice che qualcuno di voi diventasse il ‘nuovo loro’ attraverso una conoscenza profonda della realtà aperta agli sviluppi e alimentata da una tenace passione per gli studi”. Riflessione, pensiero critico, empatia, sono armi antimafia fondamentali e non possono essere rimpiazzati dall’IA, come ricorda Balsamo: “lavori come quello del giudice non possono essere cancellati dall’Intelligenza Artificiale, per svolgerli serve impegno, serve la dimensione umana”.
Umanità, ricordo, conoscenza sono questi gli interventi che servono a combattere la mafia, questo è anche il punto di partenza di Franco La Torre, figlio di Pio La Torre politico e sindacalista, assassinato nel 1982 per ordine di Salvatore Riina e Bernardo Provenzano, che dopo un’attenta riflessione sugli interventi pregressi – tra i quali legge la “genialità” di questa nuova mafia: “attraverso la fitta rete di relazioni vuole controllare le decisioni pubbliche” – fornisce un consiglio su come prendere parte all’azione: “siamo cittadini e cittadine e il nostro compito di fare antimafia è affermare i nostri diritti: al lavoro, a fare impresa, alla libertà, senza soggiacere a ricatti”. In questo quadro qual è il ruolo dei giovani? La Torre dice: “a voi è chiesta soltanto una cosa: studiare! Impadronitevi degli strumenti che vi permettano di vivere correttamente e di fare del futuro quello che volete. Nessun sogno è irrealizzabile se vi impegnate e so che ci riuscirete”.
Un messaggio di speranza volto ad animare le coscienze dei giovani in grado di cambiare la storia. Una riflessione richiesta a Tamar Pitch (Università di Perugia) nel suo intervento sugli ottanta anni della Repubblica, sulle difficoltà delle nuove generazioni e sulla nostra società che sembra essere diventata “società di prevenzione”.
A tutto questo, l’intervento di Mons. Francesco Savino, Vice Presidente della Conferenza Episcopale Italiana, vescovo di Cassano allo Ionio, risponde con un discorso pieno di nostalgia, tenerezza, ma anche rabbia e determinazione, ricordando ai giovani che questa è “l’ora delle responsabilità e delle co-responsabilità”, che loro non sono il futuro ma il presente e che “il cambiamento” non solo è possibile, ma soprattutto “porta il nome di ciascuno di noi”. Parlare di antimafia – connotazione esclusivamente repressiva – non basta. Piuttosto serve parlare di “antimafia sociale”. E quindi rifiutare i compromessi, tutelare la libertà e la dignità di ciascun individuo. Ma come riuscirci? “Apprendendo con gli occhi aperti! Perché i poteri e le lobby vi vogliono ignoranti”. Lo studio, al contrario, “è emancipazione e liberazione”.
Lo studio e la conoscenza come strumenti indispensabili alla formazione di un personale pensiero critico, necessario per estirpare veramente il fenomeno mafioso, sulla scia di queste riflessioni la mattinata si dirige verso la conclusione attraverso le preziose testimonianze di Don Tonino Palmese, Presidente della Fondazione Polis, e Paolo Siani, parlamentare e Vice Presidente della Commissione Infanzia e adolescenza della Fondazione Giancarlo Siani. La Fondazione è espressione di un messaggio di cui Paolo Siani si fa portavoce: “non smettiamo di parlare, di studiare, di ricordare e commemorare le vittime di questa sanguinosa battaglia. Solo così possiamo contrastare la mafia”.
Carolina Ferraro
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Ateneapoli – n.18 – 2026 – Pagina 12-13







