“La Libia è per me una seconda casa”

I luoghi della Missione Archeologica di Ateneo raccontati dalla prof.ssa Serenella Ensoli

La prof.ssa Serenella Ensoli è tornata da poco da Cirene, in Libia, dove era accorsa intorno alla metà di febbraio per mettere in atto interventi conservativi sul patrimonio culturale dell’area, colpito duramente dall’uragano Daniel dello scorso settembre. Ordinaria di Archeologia classica al Dipartimento di Lettere e Beni Culturali, la docente dirige tutte le missioni archeologiche della Vanvitelli fuori dai confini nazionali, quattro aree in tutto che rientrano nel più ampio progetto “Ptolemaica. Cirene e il Mediterraneo Orientale”.
Oltre alla Cirenaica, l’attività del suo team si estende infatti a tutta l’area dell’Antica Palestina, in Cisgiordania e a Cipro, dunque nel Mediterraneo Orientale, dove si trovano importanti siti archeologici greco-romani. In particolare, la presenza della Missione Archeologica della Vanvitelli opera, in Cisgiordania, a Nablus, Sebastia, Beit She’an, Cesarea Marittima, Khirbet ‘Askariyeh. Importantissimo è, anche, il suo contributo a Gerusalemme, in Israele, presso il Rockefeller Museum e l’Israel Museum.
A Cipro, invece, i siti di principale importanza sono Kato Paphos, dove da antiche vestige la prof.ssa Ensoli è riuscita a risalire alla presenza in situ di un imponente mausoleo tolemaico a tre piani, il santuario di Apollo a Kourion e il tempio di Afrodite nell’odierna Kouklia. Tutte le missioni sono finanziate dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale (MAECI) e dall’International Alliance for the Protection of Heritage in Conflict Areas (ALIPH).
Di fondamentale importanza è per la docente il tema della preservazione dei beni culturali. A questo proposito, lo scorso gennaio, si è tenuto, presso l’Università di Bologna, un incontro in cui si è parlato di valorizzazione e di conservazione del patrimonio tangibile dell’Antica Palestina, fortemente minacciato dalla riapertura delle ostilità tra Gaza e Israele. “La quasi totalità dei siti archeologici che si trovavano in territorio palestinese sono stati distrutti con l’esacerbazione del conflitto”, ha raccontato la prof.ssa Ensoli, che quest’anno non ha rinnovato il suo accordo con Israele perché contraria alla guerra. “Sappiamo bene quanto sia delicata la situazione – continua – Per alcuni prendere le distanze da Israele equivale a essere antisemiti. Io non la vedo così. Sono contraria a ogni guerra, perché la guerra è antitetica rispetto alla cultura, versa sangue, porta devastazione e non è utile ai popoli civili. Questa è la mia posizione. Io tutelo la cultura.
Essendo un’archeologa non riconosco i muri di confine che vengono alzati sempre in maggior numero e sempre più spesso. Constato con molta amarezza che abbattiamo muri in Europa per alzarli nel Vicino Oriente”.
La docente si è fatta promotrice di un importante progetto di mappatura e digitalizzazione del patrimonio immobile e tangibile nell’Antica Palestina, cosicché si possa prevenire la minaccia di distruzione e, nel caso in cui il bene culturale dovesse essere danneggiato, facilitarne la ricostruzione: “Questo processo naturalmente richiede molta competenza e una strumentazione costosa – spiega Ensoli – Va inoltre considerato che non sempre è possibile far passare i macchinari alla frontiera. Israele, per esempio, è molto intransigente e la cosa non semplifica le attività di noi archeologi”. La preservazione del bene culturale non avviene però soltanto attraverso interventi diretti, bensì anche collaterali.
Considerando che l’ignoranza costituisce la principale minaccia all’esistenza stessa del bene culturale, la docente fa della formazione forse la sua mission più importante. Formare gli operatori dei beni culturali dei Paesi in cui si trovano i siti, questo l’obiettivo: “Ogni bene tangibile ha una storia intangibile, antica, profonda, che affonda le proprie radici nella vita dei popoli sin dalla loro origine. Ecco, per evitare che il patrimonio materiale venga abbandonato, devo far conoscere quella storia e far sì che venga amata così come io la amo. Questa è la chiave”.

Cirene, la più antica colonia d’Africa

Altro scenario complesso è quello libico, dove la docente si reca spesso. “Sono presente in Libia da 44 anni – racconta – Ero al secondo anno di università”. Tra le molte aree battute, la più importante è senz’altro quella di Cirene: “Si tratta della più antica colonia d’Africa, risalente addirittura al 631 a.C.. Qui traiamo ancora immense soddisfazioni dalla riscoperta dell’antico. Molto è stato fatto e moltissimo c’è ancora da fare”. Ed è senz’altro vero se consideriamo, come delineato anche in un incontro commemorativo che si è svolto presso il Dipartimento lo scorso agosto, che l’Italia è presente in Libia con la sua missione archeologica da ben 110 anni.
Oltre un secolo. Ensoli nutre un amore incondizionato per quei luoghi:Ne avverto la bellezza sulla pelle. Non solo dei luoghi fisici, ma anche di quelli ideali, rappresentati dalle persone. Nel corso di questi anni ho saputo instaurare una curiosa forma di dialogo che coinvolge tutti, una sorta di global language con la quale riesco ad avvicinarmi a chiunque, ministro od operaio. Una lingua fatta di elementi dell’arabo, dell’inglese, del francese e di tutti gli idiomi di cui via via ho appreso qualcosa. È una sensazione bellissima, difficile da spiegare”. Eppure è un Paese complicato, anche dal punto di vista dei trasporti: “Ogni volta che vado in Libia atterro a Tripoli, dove mi ritrovo con alcune personalità, tra cui il console italiano. Tripolitania e Cirenaica, dopo la rivoluzione libica, sono sostanzialmente due Paesi, per cui andare da una parte all’altra richiede l’intera giornata”.
Ciò, tuttavia, non toglie vigore alla bellezza collaterale che accompagna ogni viaggio: “La Libia è per me una seconda casa. C’è un legame profondo che mi vede connessa a questi luoghi. L’amore per l’antico, certo, che qui più che altrove si avverte vicino. E poi le persone, porzione imprescindibile di ogni viaggio”. Ecco, sostanzialmente, cosa fa un archeologo. Primariamente ama il bene culturale e poi fa di tutto per tutelarlo perché, come in ogni forma d’amore, non è possibile non avere cura di ciò che si ama.
Nicola Di Nardo

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Ateneapoli – n.05 – 2024 – Pagina 29

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