Realtà aumentata e beni culturali: esperienza immersiva agli Archivi Centrali dello Stato grazie al team della Vanvitelli

Coinvolgimento del gruppo di ricerca di Ingegneria Informatica guidato dal prof. Beniamino Di Martino in occasione della mostra ‘28 carri di ebrei’

Un’app per i visitatori per consentire loro di visualizzare in realtà aumentata gli oggetti fisici presenti alla mostra: libri, quadri, foto. Sfogliare, seppur solo virtualmente, i fascicoli esposti nelle sale e leggerne il contenuto è stato un modo di visitare gli Archivi Centrali dello Stato davvero inedito, che ha reso la partecipazione all’esposizione molto più intensa ed emozionante. È accaduto in occasione delle commemorazioni dedicate al Giorno della Memoria lo scorso 30 gennaio a Roma in chiusura della mostra ‘28 carri di ebrei’, occasione in cui sono state invitate a partecipare le scolaresche e non solo.
Il percorso espositivo, organizzato in collaborazione con la Comunità ebraica di Roma – Dipartimento beni e attività culturali, è stato arricchito da elementi tecnologici e interattivi grazie al coinvolgimento di un gruppo di ricerca di Ingegneria Informatica dell’Università Vanvitelli, guidato dal prof. Beniamino Di Martino. “La nostra partecipazione si inserisce nell’ambito del progetto di ricerca RASTA, di cui sono responsabile scientifico, finanziato dal Ministero dell’Università su Realtà aumentata e storytelling automatizzato per la valorizzazione di beni culturali e itinerari turistici. In passato, gli Archivi di Stato ci hanno offerto ospitalità per uno degli eventi legati a questo progetto, mentre stavolta ci hanno contattati per dotare la mostra di un itinerario più coinvolgente per l’utente”, racconta il docente.
Per RASTA, il team sta anche sviluppando degli avatar “con cui sarà possibile comunicare tramite l’app, a cui ad esempio chiedere informazioni e approfondimenti sugli elementi della mostra. La sostanziale differenza rispetto alla fruizione da casa – il classico tour virtuale – è proprio quella di vivere gli oggetti in presenza a 360 gradi. Nel caso degli archivi, i documenti non possono essere toccati o sfogliati, mentre la tecnologia supera questo limite. Per i siti archeologici, ad esempio, inquadrando una struttura, la realtà virtuale mostra come era in passato, quali erano i suoi colori e le sue decorazioni. E la visita avrà un gusto tutto diverso da ciò a cui siamo abituati”, spiega Di Martino, il cui entusiasmo per le innumerevoli applicazioni della prima sperimentazione è evidente.
Nei fatti, sono molti i vantaggi offerti da queste tecnologie in diversi contesti, compreso quello artistico e culturale: attraverso uno smartphone, un tablet, una webcam, è possibile superare i limiti spaziali e temporali. Tuttavia, sono molti anche gli ostacoli che si devono superare, la maggior parte dei quali legati alla tecnologia stessa. “La principale difficoltà oggi è pensare di utilizzare queste stesse funzionalità in contesti dove la connessione è molto debole o non c’è per nulla. Senza il wifi o il 4g, spesso queste app oggi riscontrano molte limitazioni d’uso, ma superarle è soltanto una questione di tempo”, conclude il docente.

Un caso studio per la tesi di Vincenzo

Gli studenti sono stati il cuore pulsante di questo progetto. Ad affiancare il prof. Di Martino nel processo di progettazione, sviluppo e costruzione dell’app della mostra, oltre che degli aspetti legati al server, sono stati i due dottorandi Dario Branco e Gennaro Junior Pezzullo insieme al laureando Magistrale in Ingegneria Informatica Vincenzo Bombace. “È stata un’occasione preziosa perché abbiamo potuto sperimentare l’utilizzo della tecnologia cloud-edge per le attività collaborative che necessitano di computazione distribuita su vari dispositivi. La platea di circa un centinaio di persone ha messo alla prova ciò che abbiamo finora messo a punto, un test che difficilmente saremmo riusciti a condurre solo in università su numeri così alti”, commenta Vincenzo, che con il prof. Di Martino sta lavorando ad una tesi di laurea sulle applicazioni della realtà aumentata in ambienti cloud e come le nuove frontiere tecnologiche possono innovare la resa della realtà aumentata.
“La stretta connessione del mio argomento di tesi con l’occasione data dagli Archivi di Stato mi ha subito convinto. Ho potuto così applicare conoscenze teoriche e idee su un progetto pratico, reale e constatabile, che è infatti diventato il caso studio della tesi”, racconta Vincenzo. Per il mercato del lavoro, queste competenze sono imperdibili, tanto da iniziare a corteggiare i laureandi ancor prima della fine del proprio percorso di studi. “Sono stato già contattato da alcune aziende, ma la mia attenzione è stata catalizzata da IBM soprattutto perché si occupa del settore cloud, in cui ho voluto specializzarmi”.
La sede a Napoli darà a Vincenzo la possibilità di rimanere vicino ai suoi familiari, fattore positivo di cui il giovane professionista ha pure tenuto conto. Fare un’esperienza fuori può essere interessante, ma sempre di più oggi si impara a dare valore a chi decide di restare nel posto in cui si è formato.
Agnese Salemi

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Ateneapoli – n.02 – 2024 – Pagina 26

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