“Siamo considerati studenti di serie B”

In attesa della realizzazione del Policlinico a Caserta, gli studenti di Medicina bocciano la sede di San Benedetto

La qualità della didattica è eccellente, ma la struttura e i servizi lasciano a desiderare. È questo il voto in pagella dato dagli studenti del Corso di Laurea in Medicina della sede di Caserta. Sono molte le critiche rivolte al complesso di San Benedetto, nella periferia casertana, che ospita anche le sedi di Inps e Arpac. “La struttura è fatiscente e sono presenti numerose infiltrazioni d’acqua – racconta Giusy Garzone, iscritta al terzo anno – Quando piove si allagano il piazzale al piano terra e il ballatoio del primo piano, con il risultato che i custodi devono andare a sturare manualmente le bocchette di scolo. I bagni del terzo piano, gli unici aperti a noi studenti, non hanno acqua calda, manca quasi sempre la carta igienica e, cosa per noi ragazze più disagevole, non si chiudono le porte”.
L’altro lato della medaglia: “I docenti sono molto preparati e disponibili. Sto ricevendo una formazione molto solida”. In realtà i servizi igienici ci sarebbero – interloquisce la collega Elena Sofia TroianoAl quarto e quinto piano ci sono dei bagni sempre chiusi a chiave perché riservati al personale”. La studentessa sottolinea anche carenza di spazi adibiti al pranzo: “Ci sono due piccoli bar, ma non ci sono spazi interni alla struttura per fermarsi a mangiare. Non possiamo farlo nelle aule perché ci rimproverano, quindi dobbiamo scendere nel piazzale dove, però, mancano panchine per far sedere tutti. Inoltre, quando piove il piazzale non è utilizzabile, così come i loggiati”.
Non solo gli studenti hanno da ridire sulla sede: “Qualche tempo fa un docente disse che in questo ‘schifo di sede casertana’, e cito testualmente, non voleva più venirci. Il fatto è che a nessuno piace questo posto basta guardarsi intorno! – Per quanto ci dicano continuamente che stiamo per cambiare sede (la realizzazione del Policlinico a Caserta), questo cambiamento non arriva mai”. “Siamo considerati studenti di Medicina di serie B, diciamocelo apertamente! – è l’opinione di Ferdinando Antignani, laureando al sesto anno con una tesi in Chirurgia generale – L’università deve essere attrattiva e deve quindi garantire agli studenti una serie di servizi, visto anche un dettaglio tutt’altro che irrisorio: paghiamo le tasse”.

Pendolari per i tirocini

Un paragone con la sede di Napoli che ha “ogni comodità: servizi, aule in cui si seguono i corsi e spazi deputati allo svolgimento del tirocinio sono vicini. Noi, invece, dobbiamo spostarci su due sedi molto distanti. Io sono di Pomigliano d’Arco e se devo seguire i corsi macino anche 60 chilometri in un giorno, con tutto ciò che ne consegue in termini economici e di tempo. La mattina, infatti, sono qui in via Arena, mentre il pomeriggio mi aspetta il tirocinio a Napoli”.
Altro problema, anche per lui, è il pranzo: “Manca una mensa e, al di là di poche convenzioni, non abbiamo servizi vicini. Non tutti, comunque, possono permettersi di spendere 20 euro al giorno tra carburante e pranzo, quindi l’Ateneo dovrebbe pensare seriamente a una soluzione rapida. Dicono che il cambiamento stia per arrivare, ma io che sto concludendo il mio percorso non ne trarrò alcun vantaggio. Sarebbe dovuto accadere prima”. Stefano Tornotti, torinese fuorisede, è al quinto anno e anche la sua polemica è rivolta alla struttura: “Tra le promesse del primo anno c’era quella che avremmo presto usufruito del nuovo Policlinico. Ogni anno questa promessa si è rinnovata, ma sono giunto quasi alla fine del mio percorso con un nulla di fatto. La didattica è eccellente, nulla da dire, i professori sono molto coinvolgenti, ma per degli studenti che pagano le tasse servono servizi adeguati”.
L’orario ristretto di apertura delle aule studio rappresenta un disagio: “Chiudono alle 17.30, secondo me è assurdo, perché si spacca a metà il pomeriggio”. Ammette di essersi sentito spesso isolato: “In questi anni non ho sentito la Scuola e l’Ateneo, intesi proprio come istituzioni, particolarmente presenti. Forse perché non viviamo una dimensione di vitalità universitaria come quella di Napoli”. “Quello che servirebbe è un complesso come quello di via Vivaldi – prende la parola la collega Ilaria Imola, studentessa romana fuorisede – Sento molto la mancanza di una dimensione universitaria tipo campus, cosa di cui certo non potranno lamentarsi gli studenti della sede di Napoli. Avrei voluto studiare lì, ma sono entrata al terzo scorrimento e i posti erano già occupati”.
Spostarsi per i tirocini può risultare particolarmente disagevole per gli studenti fuorisede: “Per gli studenti campani è previsto un abbonamento ai trasporti pubblici in convenzione con la Regione, ma per noi che abbiamo la residenza altrove la tariffa è piena, ed è quindi molto oneroso nel lungo termine: 8 euro al giorno come minimo. Ma quello che mi pesa di più è il trovarci all’interno non di un complesso universitario strictu sensu, ma della sede Inps. Ci sentiamo ospiti un po’ bistrattati”, spiega Ilaria. Valentina, quarto anno, di Ischia, dice: “I docenti sono severi, certo, e pretendono molto, ma è proprio per questo che sento di star ricevendo una formazione eccellente”. Ha da ridire sui tirocini: “oltre a richiedere spostamenti, sono organizzati in modo caotico, come se non ci fosse dietro una progettazione adeguata”.
La collega Alessia ha un’opinione positiva della sua esperienza: “Sono di Salerno, ma alloggio qui a Caserta per studio. La sede non è eccellente, ma per me non rappresenta un grosso problema. In fin dei conti sono qui per studiare, l’importante è che la didattica funzioni come si deve”. Sulla didattica arrivano i suggerimenti di Vincenzo Fiorinelli, al primo anno, il quale pensa sarebbe interessante “disporre di aule-laboratorio permanenti con modelli anatomici completi. Chi studia per il temuto esame di Anatomia ha bisogno anche di comprendere visivamente come sia fatto un corpo umano. Un conto è guardare le figure su un libro, un altro è osservare un modello. Le uniche attività laboratoriali che effettuiamo sono le Attività formative professionalizzanti al primo anno, quando osserviamo il cranio e gli arti. È troppo poco, credo, per una disciplina così vasta”.
È concorde il laureando Ferdinando Antignani:Siamo medici e abbiamo bisogno di pratica. Ancor prima di assimilare le conoscenze che ci serviranno per salvare la vita delle persone, dobbiamo sviluppare empatia attraverso il contatto coi pazienti. Ho partecipato a poche attività pratiche, a eccezione del tirocinio, e sempre perché me ne sono interessato in prima persona, magari andando ad assistere a qualche intervento”.
Nicola Di Nardo

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Ateneapoli – n.09 – 2024 – Pagina 27

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