Marco Chiappetta racconta ‘Santa Lucia’, la sua opera prima

Incontro con il regista promosso dal prof. Carlo Vecce

Perdita. Senso di colpa. Ricordo. Nostalgia. ‘Santa Lucia’, uscito nelle sale nel 2021, è tutto questo. E fuori dallo schermo è pure l’opera prima del giovane regista Marco Chiappetta, ospite il 30 maggio scorso nella sede di via Duomo de L’Orientale su invito del prof. Carlo Vecce per la proiezione della pellicola e per una discussione con il pubblico. Che ha risposto presente, animando un confronto interessante, stimolato anche dai professori Guido Maria Cappelli e Laura Cannavacciuolo: a partire dall’allegoria della cecità – vera colonna portante del film, come racconta lo stesso titolo, essendo Santa Lucia protettrice dei ciechi oltre che un luogo della città – sfruttata per descrivere le ferite ancora sanguinanti di chi non accetta i traumi del proprio passato e finge di non vedere.

Nemmeno dopo 40 anni di lontananza da Napoli, come accade al protagonista Roberto, uno scrittore anziano, diventato cieco, che vive a Buones Aires – interpretato da Renato Carpentieri, ad un livello sempre alto – e costretto a tornare in città per la morte della madre.
In una Napoli plumbea e crepuscolare, ricoperta da una patina grigia lontana anni luce dall’oleografia che la vuole cartolina, Renato incontra il fratello Lorenzo, l’attore Andrea Renzi, stranamente rimasto molto più giovane di lui, che lo accompagna in giro per la città. Gli interni della casa d’infanzia, dove hanno luogo scene toccanti – lui che si accuccia accanto al corpo della madre, sul letto di morte, e torna bambino – il cimitero, la Casina vanvitelliana: tutti momenti e stati d’animo che affiorano dalla memoria del protagonista, che deve fare i conti con il trauma che l’ha spinto a lasciare Napoli, mai veramente espresso e affrontato – ‘Robè, tu non sei cieco. Tu non vuoi vedere’, gli dice infatti il fratello.
“Il mio intento – ha spiegato Chiappetta – era proprio quello di restituire una dimensione di interiorità e a ben vedere tutto il film, dalla storia ai luoghi, avvengono quasi interamente nella testa del protagonista. E lui, non potendo fare più affidamento sulla vista, deve attingere ai ricordi, producendo dunque una visione falsa, compromessa della realtà. Tant’è che lui stesso ammette che talvolta è meglio immaginarla che viverla (la realtà, ndr).
E forse è quello che fa il regista stesso nel tratteggiare Napoli, provando a immaginarla senza l’aura di città del buon umore e sempre soleggiata venduta ai turisti: nel film il silenzio domina, è a tratti irreale; così il clima autunnale. “A me non interessava dare un’idea precisa della geografia di Napoli, volevo esplorarla attraverso luoghi che ancora non avessero conosciuto la macchina da presa e soprattutto che fossero funzionali alla malinconia del protagonista. Dalle scene girate nel taxi alle prime immagini dei palazzi, volevo sembrassero quasi astratte, impressioniste”. Nel raggiungimento dello scopo Chiappetta è stato aiutato dalla Pandemia, avendo girato durante il secondo lockdown con permessi speciali. “Una città cupa, malinconica, che mi ha riportato anche a dei ricordi personali d’infanzia”.
Claudio Tranchino

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Ateneapoli – n.10 – 2024 – Pagina 32

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