Attività del progetto ‘Pro-Ben’. Violenza di genere: un laboratorio volto a mappare i servizi di supporto sul territorio

Il benessere della popolazione studentesca non è solo un concetto astratto, ma una pratica quotidiana che passa attraverso l’ascolto e la formazione critica, come dimostrano le attività dell’Ateneo nell’ambito del progetto ‘Pro-Ben’.

Sotto la guida dei professori Fabrizio Chello, Gennaro Catone, Stefania Ferraro e Vittoria Fiorelli, delegata di Ateneo per il Gender Equality Plan, sono nati laboratori esperienziali scaturiti da un bisogno concreto manifestato dagli studenti stessi durante le attività curricolari dello scorso anno. “Volevano avere più informazioni e competenze rispetto alle questioni di genere e soprattutto rispetto alla violenza di genere sulle donne”, spiega il prof. Chello, delineando un percorso che non si limita alla teoria ma scava nel profondo della realtà giovanile attraverso una rete che coinvolge l’intero territorio campano.

Il primo appuntamento, tenutosi il 30 marzo, porta il titolo provocatorio ‘A me mi piace il malessere’, un’analisi necessaria sulla fascinazione per modelli maschili tossici. “L’obiettivo? Ragionare su stereotipi di genere relativi alla figura del ‘malessere’, un uomo che non deve chiedere mai, forte e violento, che sembrerebbe appassionare le nuove generazioni”, afferma il docente, evidenziando la necessità di decostruire rappresentazioni della maschilità che intercettano l’interesse di molte ragazze.

Questo viaggio prosegue il 20 aprile con ‘Disimparare la violenza’, focalizzato sulle dinamiche relazionali tra amici, familiari e partner, per arrivare il 4 maggio a ‘Rosso Relativo’, laboratorio tecnico-pratico volto a mappare i servizi di supporto sul territorio. “Lo scopo è fornire strumenti concreti sia nel caso in cui gli studenti vivano situazioni di violenza, sia perché i futuri educatori, assistenti sociali e psicologi sappiano fornire supporto”, sottolinea il prof. Chello, risaltando il valore professionale di saper riconoscere la rete di consulenza e i servizi di ascolto psicologico dentro e fuori l’università.

Non a caso, la scelta di limitare i posti a un massimo di 15 partecipanti per modulo risponde a una precisa esigenza pedagogica: “sono laboratori fortemente esperienziali basati su narrazione, riflessione e gioco formativo; non ci sarà una didattica frontale perché riteniamo sia la metodologia più adatta affinché ci sia un reale effetto sulla formazione”. Certamente, la sfida più complessa risiede nell’individuare i segnali più sottili, spesso mascherati da abitudini culturali: “il primo passo è riconoscere le forme di violenza e oppressione vissute nella propria vita, accettando che anche nei luoghi quotidiani abbiamo subìto o agito micro-violenze”, osserva il professore, citando l’esempio della gelosia possessiva e la necessità di scardinare rappresentazioni stereotipiche.

Per il docente, il lavoro sulle abilità relazionali è prioritario: “una delle prime competenze è la capacità riflessiva e autoriflessiva, avere quegli strumenti che consentono di rileggere la propria storia di vita in un’ottica di genere”. Questo sforzo di analisi si estende poi verso l’esterno, imparando a individuare dove le questioni di genere si trasformano in violenza economica, psicologica o emotiva, forme composite e difficili da stanare. Il percorso non si ferma alla consapevolezza passiva, ma richiede un’assunzione di responsabilità che il docente definisce come la vera sfida: “è un po’ più complicato ammettere di aver effettuato violenza, perché in quel caso serve un riconoscimento e bisogna assumersi una responsabilità”.

Il progetto, aperto a tutti i partner della Rete tramite il sito Staichill.it, include anche un quarto modulo sulle pratiche autobiografiche intitolato ‘Il desiderio di narrarsi’, partito il 25 marzo, che lavora sulle transizioni di vita, come il passaggio dalla scuola all’università, o su dettagli apparentemente banali come il significato del proprio nome, “perché la nostra storia parte già da qui”, conclude il prof. Chello, guardando con ottimismo alla partecipazione maschile già registrata e all’evento finale di settembre, dove i prodotti collettivi nati da queste 15 ore di attività per laboratorio saranno restituiti alla comunità come patrimonio comune di consapevolezza e cambiamento.
Lu. Es.

Scarica gratis il nuovo numero di Ateneapoli

Ateneapoli – n.6 – 2026 – Pagina da 41-42

- Advertisement -




Articoli Correlati