700 persone per l’incontro con la regista Wilma Labate

Una lezione, al tempo stesso di storia e di economia. Questo è stato l’incontro organizzato il 3 marzo a Monte Sant’Angelo dalla cattedra di Organizzazione Aziendale dei docenti Riccardo Mercurio, Gianluigi Mangia e Luigi Maria Sicca, in un’Aula Convegni Rossa gremitissima. C’erano più di 700 persone.
Protagonista la regista romana Wilma Labate con il suo ultimo film, Signorinaeffe, che racconta i trentacinque giorni di sciopero degli operai FIAT dell’impianto Mirafiori di Torino, seguiti alla consegna di 24mila lettere di cassa integrazione, 14 mila delle quali si sarebbero dovute trasformare in licenziamenti. Lo sciopero venne spazzato via dalla manifestazione di 40mila impiegati dell’azienda, che il 14 ottobre 1980 scesero in piazza per manifestare la propria insofferenza nei confronti degli operai e la voglia di tornare a lavorare. Fu la fine dello sciopero, ma soprattutto una sconfitta per il sindacato, il Partito Comunista, il movimento operaio ed un tragico passo indietro sul terreno delle conquiste operaie. Tra gli interpreti principali del film, molti attori e scrittori della nuova stagione culturale italiana, come Valeria Solarino, Fabrizio Gifuni, Filippo Timi, Sabrina Impacciatore. “Ho scelto quel momento, perché avevo bisogno di capire l’oggi nell’ottica del lavoro. Due parole che ora sentiamo in continuazione, flessibilità e mobilità, prima del 1980 non c’erano. In quell’anno, finì un’epoca e cominciò quella in cui viviamo. I produttori mi hanno chiesto spesso perché volessi raccontare una storia di operai, visto che non esistono più. Invece gli operai ci sono ancora. Si dice che in quegli anni sia morto il fordismo, basato sul lavoro dell’uomo alla macchina. Anche questo mi sembra eccessivo” dice alla platea la regista, che ha una lunga storia di cinema impegnato alle spalle. Cinquantotto anni, laureata in Filosofia, ha girato diversi documentari industriali. Nel 1992 esce Ambrogio, storia di una ragazza che negli anni ’50 vuole diventare capitano della Marina Italiana. Nel 1996 il suo La mia generazione è in concorso agli Oscar come miglior film straniero. Nel 2000 vince il Premio Italia con Dulhan la sposa e nel 2003 partecipa alla Mostra di Venezia con Maledetta mia Venezia e al Festival di Berlino con il film realizzato insieme ad altri registi, Lettere dalla Palestina. 
L’organizzazione
del lavoro
cinematografico
L’organizzazione del lavoro sul set cinematografico, attraverso l’analisi di alcune parole chiave come gerarchia, divisione del lavoro, leadership, coordinamento e competizione, è il tema al centro dell’analisi. “È un’esperienza che può servire per capire come cambiano i modelli. In Italia abbiamo avuto due esempi organizzativi importanti, la FIAT e l’Olivetti, ed entrambi hanno cambiato il modo di pensare alla gestione. Oggi parliamo di una fase storica molto dura, che non può essere semplicemente ridotta ad un confronto tra buoni e cattivi. Si trattava di due visioni positive del lavoro, di persone con forti motivazioni” spiega agli studenti il prof. Mercurio cui fa eco l’autrice del film. “Quei due mondi si identificavano uno con la lotta e il mondo operaio, l’altro con l’azienda e la carriera. Una volta il lavoro durava tutta la vita ed era motivo di identificazione. Oggi non avviene più, perchè il lavoro è spezzettato in periodi di lavoro e periodi di disoccupazione”. 
Al centro della vicenda, la storia d’amore tra due personaggi che si trovano su fronti opposti della barricata, un operaio ed una giovane impiegata, laureata in Matematica, figlia di operai meridionali, sulla quale tutta al famiglia punta per riscattarsi. “Come in qualsiasi storia di guerra in cui nasce l’amore tra due nemici. È uno schema abbastanza classico” aggiunge Labate. 
Durante la lezione sono stati proiettati due filmati realizzati da Luca Cusani, interprete di uno dei personaggi principali del film e documentarista freelance. Il primo mostra le interviste a due protagonisti di quella stagione, un operaio convinto dell’importanza di lottare per i propri diritti e un’impiegata cha partecipò alla marcia dei ‘colletti bianchi’, alla quale, 13 anni dopo, è toccato subire a sua volta la mobilità. “È stato interessante raccogliere le testimonianze di persone che non erano assolutamente abituate a non essere tutelate, a non avere un’organizzazione intorno. Oggi la situazione si è completamente capovolta. Io stesso sono un precario di 34 anni e penso che mi piacerebbe essere un po’ più tutelato”. L’altro filmato svela il vero tema dell’incontro: il dietro le quinte, l’organizzazione aziendale. “Vedremo tutta una serie di aspetti relativi a dinamiche di progettazione e processi organizzativi finalizzati allo scopo della creazione artistica, ponendo l’accento sulle situazioni e comportamenti che da queste scaturiscono, soprattutto nei momenti di crisi” aggiunge il prof. Sicca. In Italia, le riprese di un film a bilancio medio basso come Signorinaeffe durano in media dieci settimane, nel corso delle quali una cinquantina di persone stanno a stretto contatto per dodici ore al giorno. Due figure si contengono il primato sul set: il regista e l’organizzatore generale, che fa le veci del produttore. “Il regista ha dalla sua tutti i capi reparto, costumista, direttore della fotografia, truccatore, attrezzista, ognuno con una propria squadra. L’organizzatore generale mette fretta, perché prima si finisce meno soldi si spendono, mentre i capi squadra danno cieca fiducia al regista perché lo scopo è il film, tutti firmano un contratto e tutti partecipano ai successi e ai premi” (Labate). 
Le domande 
del pubblico
Come sempre in questi casi, le domande non mancano. “Questa rappresentazione serve a recuperare un modello di identità personale e sociale. Perché ora c’è uno scollamento forte tra lo status di lavoratore dipendente e quello di precario” (prof. Mariorosario Lamberti, docente di Diritto del Lavoro). Un po’ alla volta anche gli studenti, intimiditi da una platea di settecento persone, si fanno avanti e pongono le loro domande. “Al film hanno partecipato come comparse anche operai veri. Come li avete motivati a partecipare?” chiede un ragazzo. “È la loro storia”. “In Italia non esiste uno star system ed è difficile che intorno ad una regista d’autore come lei, si crei attenzione. Valeria Solarino, fidanzata di Veronesi, è una delle attrici che fa più film e porta più gente al cinema. L’ha selezionata dopo il provino, o si è trattato di un’imposizione del produttore, per portare gente al cinema?” domanda a raffica e un po’ provocatoriamente un altro studente. “Valeria Solarino l’ho scelta dopo aver pensato tantissimo alla protagonista. Lei è bellissima, molto intelligente, studia tantissimo, si è documentata molto per fare questo ruolo, è torinese di origine siciliana ed ha un aspetto appassionatissimo e algido insieme”. “Il lavoro nella rappresentazione cinematografica è completamente sparito” (ricercatore).. “È  vero, in cento anni di storia del cinema, i film sul lavoro, eccetto alcuni grandi capolavori, come Metropolis di Fritz Lang, o le opere di Chaplin, sono pochissimi. In Italia possiamo ricordare ‘La classe operaia va in paradiso’ di Petri, ma poco altro. L’Inghilterra dopo la Thatcher ne ha prodotto qualcuno ad opera di Ken Loach, ma tutti parlano di disoccupati, perché è più facile. La difficoltà narrativa sta nel raccontare l’uomo, il rapporto con il lavoro e la macchina e poi i produttori dicono che gli operai non fanno botteghino e che non gliene frega niente a nessuno perché non esistono più”. 
Invece ci sono e insieme ai precari rappresentano un soggetto debole, per il quale bisogna pensare a forme di rappresentanze e di lotta, visto che, come la regista tiene a sottolineare, poche settimane fa la General Motors ha licenziato d’un colpo 75mila lavoratori. “Se non nascerà un nuovo soggetto politico e sociale, il futuro sarà terrificante”. 
Simona Pasquale 
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