Angela e Chiara raccontano come conciliare attività sportiva e studio

Dalle pagine dei libri di Ingegneria e Medicina ai pesi e ai canestri

“Diventare atleta federiciana mi è servito psicologicamente per non percepire inutilità nel mio amore verso lo sport”: è il commento a caldo di Angela Carrabba, vicecampionessa italiana di Panca piana nonché uno dei 93 studenti appena selezionati dalla Federico II per entrare nel programma finalizzato a promuovere lo sport e sostenere gli studenti impegnati nella conciliazione della doppia carriera, universitaria e sportiva agonistica, attraverso strumenti ad hoc. In palestra quattro giorni a settimana, Angela ha iniziato a sollevare pesi affascinata dal fatto che “per quanto si ricerchi il maggior livello di forza possibile e esprimibile, il tutto avviene sempre con attenzione alla tecnica di esecuzione dell’esercizio, perché tanto meglio lo fai, più riesci a esprimere forza. Stessa cosa nella vita: più impegno ci metti, più sarà alto il risultato finale”. Per lei il rapporto tra università, dove attualmente frequenta il primo anno Magistrale in Ingegneria dei materiali, e sport non è sempre stato facile. Sogna di sfruttare le sue competenze per occuparsi di sostenibilità ambientale perché crede che “il mondo vada lasciato in una condizione migliore rispetto a come lo abbiamo trovato quando siamo nati”. Racconta di aver vissuto, prima di laurearsi alla Triennale, “un periodo in cui sentivo che l’allenamento potesse essere d’intralcio allo studio e stavo anche pensando di smettere per almeno un po’ di tempo e dedicarmi agli esami”, salvo poi rendersi conto che non solo non era vero, ma che anzi lo sport le aveva insegnato proprio a non arrendersi mai: “ho imparato a lavorare sempre sull’essere mentalmente attiva e sveglia, anche nel momento in cui sopraggiunge la fatica. A volte capita che sei, magari, all’ottava ripetizione e vorresti solo fermarti o ‘arronzare’, ma non lo puoi fare perché poi ti fai solo del male. In questo vedo un parallelismo nel modo in cui porto avanti lo studio: quando si è stanchi è importante continuare ad andare avanti e distaccarsi anche un po’ dalla fatica. La senti, ma non te ne fai condizionare”. La conferma che la strada sportiva intrapresa era quella giusta è arrivata quando si è resa conto di non sentirsi affatto a disagio al pensiero di avere tutti gli occhi puntati su di lei durante le gare, cosa che invece le accadeva con il suo precedente sport, il karate. “Una persona che non si intimorisce al pensiero di altri che la guardano sta bene in qualsiasi pedana”, afferma. Tuttavia, purtroppo, è proprio il sentirsi a disagio a causa di sguardi poco gentili che, invece, dissuade tante ragazze dall’avvicinarsi a questa disciplina, soprattutto quando incombe il giudizio sul fisico: “Purtroppo, uno sport di questo tipo non lo si associa mai ad una ragazza: quando entro in palestra sembro sempre quella strana, quella muscolosa… C’è chi mi guarda anche un po’ con disgusto, perché ho le braccia grosse. Ci sono tante giovani che si lanciano in questo sport e vanno alla grande, ma poi si fanno fermare dall’aspetto fisico, perché hanno paura si pensi sia troppo ‘mascolino’. La ragazza muscolosa non è nei nostri standard di bellezza ed è invece qualcosa a cui ci si deve abituare”.
A non essere particolarmente incoraggiato a livello femminile è anche il basket, lo sport del cuore di Chiara De Rosa, studentessa al primo anno di Medicina, anche lei appena designata ‘atleta federiciana’. Avvicinatasi alla pallacanestro ormai dieci anni fa, racconta di come, quando era più piccola, “non c’erano tante squadre di basket femminile e giocavo solo con i maschi. Ero l’unica ragazza, ma la possibilità di essere parte di un gruppo dove tutti sono accomunati dall’amore per lo sport mi ha aiutato a superare la mia timidezza e a trovare persone con cui confrontarmi e che mi capissero. In questo senso lo sport ti forma: sono migliorata dal punto di vista umano e mi sono resa conto di come funzionano i rapporti tra le persone e come si interagisce con gli altri”. Allenamento dopo allenamento, Chiara è salita di livello fino ad essere scelta, all’età di 16 anni, da una società all’epoca in Serie A2, purtroppo poi fallita “perché nessuno era disposto a investire. Ci sono poche persone che si interessano a questo settore. Anche in serie B si giocava in scuole di liceo. Nonostante si è a livelli alti, non ci sono sponsor e non si investe nelle strutture”, motivo per il quale è particolarmente fiera di far parte della sua nuova squadra, Napoli Next Generation, con la quale è impegnata nel campionato di Serie C, nonostante faccia la pendolare da Giugliano a Cercola: “qui rappresentiamo la volontà della società di dare vita a un settore femminile sia giovanile che senior”, e di aiutare il sud Italia (dove le uniche squadre in A1 sono Battipaglia e Campobasso) a crescere in tal senso. La gestione sport e studio, nonostante l’obbligo di frequenza previsto dal suo percorso universitario, al momento non le crea difficoltà. Alla domanda “Medicina o basket in futuro?” sorride e risponde: “Non voglio che uno dei due impegni mi conduca a dover abbandonare l’altro. Nello sport più si va avanti più è difficile fare in modo che questo diventi una carriera. Nella mia vita non mi sono mai trovata al posto giusto e al momento giusto per compiere quel salto di qualità ma – confessa – se dovessi avere l’opportunità lo farei. La strada di Medicina è già tracciata, nel basket invece mi sento ancora indietro rispetto a persone che conosco che stanno vivendo esperienze che vorrei fare anche io”. Motivo per il quale ha colto al balzo l’opportunità del programma atleta federiciano, realizzando un grande “investimento” sulla sua carriera agonistica.
Giulia Cioffi

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Ateneapoli – n.04 – 2024 – Pagina 7

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