Caterina, schiava e circassa, madre di Leonardo

Caterina, schiava e circassa, madre di Leonardo

Il documento in cui si parla di Caterina schiava “l’ho trovato per caso circa cinque o sei anni fa”, racconta il prof. Carlo Vecce, docente a L’Orientale, autore di un best seller

Una storia di amore e violenza, schiavitù e liberazione; di abili mercanti che trafficano in spezie ed esseri umani, restituendo un rovescio della medaglia oscuro sul Rinascimento, epoca della civiltà per antonomasia. Una storia che racconta di mondi e culture diverse, che si riverberano a partire dalle acque del Don, passando per il Caucaso fino a Costantinopoli, Venezia. E soprattutto Firenze. In questo itinerario che sa tanto di passato quanto di presente, tanto allegorico quanto reale, si staglia un nome: Caterina. Donna, originaria della Circassia, niente meno che madre di Leonardo da Vinci. È questa la scoperta del prof. Carlo Vecce, docente di Letteratura Italiana a L’Orientale, regalata al pubblico ne “Il sorriso di Caterina”, edito da Giunti lo scorso marzo.

Da esordiente a ‘novelist’ su google

Un romanzo storico e biografico, imperniato saldamente su documenti rintracciati diversi anni fa e sui quali “ho condotto una ricerca lunga e segreta” che, oltre a riaccendere la miccia mai doma del dibattito su Da Vinci, restituisce al suo autore, italianista che vanta una lunga sequela di pubblicazioni scientifiche, una seconda giovinezza. “Possiamo dire che sono un esordiente”, dice emozionato, “una strana dimensione che mi porta a trovarmi su google come novelist”.
Professore, quando si tratta di un romanzo biografico e storico, la domanda è inevitabile. Quanto c’è di vero e quanto di inventato nel suo libro?Beh, questa domanda mi è stata posta più volte – anche dal New York Times fin dalla pubblicazione. Faccio una premessa. Quando si parla di romanzo storico, si opera una distinzione, a partire da Manzoni, tra ciò che è storia e ciò che è finzione in questo tipo di componimento misto. Alcuni personaggi sono inventati; altri sono reali. Quello che racconto nel mio libro invece, mi sento di dire, è tutto vero. Nessuno dei personaggi è stato inventato. I nomi che utilizzo sono quelli che ho rintracciato nei documenti che ho studiato nel tempo. Dal punto di vista dello storico, ci sono certezze: innanzitutto l’identificazione di Caterina, schiava e circassa, come madre di Leonardo, è l’ipotesi con più alto grado di probabilità. Dall’altro lato, c‘è la verità della vita, raccontata dall’opera letteraria. Anche in questo caso mi sento di dire: è tutto vero”.
Perché la scoperta dell’identità della madre di Leonardo è così importante? “In tutta la seconda parte del libro riporto i documenti che ricostruiscono la storia vera e concreta di questa donna, collegata ovviamente a quella di da Vinci. Nella prima parte, invece, racconto il viaggio incredibile di Caterina: una ragazza partita dagli altipiani del Caucaso, fatta poi schiava, che passa da Costantinopoli, Venezia. Ebbene, seppur ricostruito in forma immaginaria, il tutto si fonda su documenti storici del periodo: cronache, relazioni dei viaggiatori veneziani, libri dei conti dei mercanti, che trattavano specie, sete e teste, cioè esseri umani. Documenti che parlano di altre Caterine, di altre Maddalene, Marie, ma tutte convergono nella stessa figura”.

“A un certo punto è la storia che sceglie te”

Lei ha alle spalle una lunga carriera da docente, costellata da tante pubblicazioni scientifiche. Perché in questo caso ha scelto il romanzo? “Rispondo con una frase di Pasolini, che è tra i miei autori preferiti e sul quale proprio lo scorso anno ho pubblicato un libro (sul Decameron pasoliniano, ndr). Quando gli chiedevano perché avesse scelto proprio il Decameron, rispose dicendo ‘non sono io che l’ho scelto, è il Decameron che ha scelto me’. Alla fine del libro lo dico: ho provato a scriverlo in forma accademica, in forma di storia raccontata, alla Stephen Greenblat; non ci sono riuscito. Quindi credo che a un certo punto sia la storia che sceglie te. Sono cose che sapevo teoricamente grazie alla docenza, ma non l’avevo mai sperimentato in prima persona e devo dire che è vero. Si inizia a immaginare la storia, il personaggio, che poi bussa alla tua porta e chiede di vivere ed esistere”.


Ricorda il momento preciso in cui ha fatto questa scoperta su Caterina? Qual è stata la sua prima reazione?
“Studiavo Leonardo già da tanti anni. Il documento in cui si parla di Caterina schiava, l’ho trovato per caso circa cinque o sei anni fa. Non ci credevo, mi sembrava impossibile. Quasi preoccupante per le conseguenze che poteva avere sull’interpretazione di Leonardo e del Rinascimento. Un’epoca messa sempre sul piedistallo, monumento alla gloria e alla cultura della civiltà italiana. In realtà dietro la facciata ci sono storie di schiavitù, di sfruttamento del lavoro umano, dell’inizio della globalizzazione e del capitalismo, che poi passa alle Americhe e nell’età moderna si diffonde in tutto il mondo. Da quel documento ho cominciato un lavoro di ricerca in segreto, per dimostrare che questa schiava non fosse davvero la madre di Leonardo. Tuttavia, ogni documento che saltava fuori contraddiceva questa ipotesi. Mi son dovuto arrendere: Caterina, madre di Leonardo. A breve uscirà il primo numero di una nuova rivista internazionale di studi leonardiani, il Direttore è il prof. Pasquale Sabbatino, nel quale sarà pubblicato un mio articolo scientifico con tutti i documenti originali, note e bibliografia”.
Ha intenzione di imbastire delle lezioni universitarie sul suo libro?
“Lo stiamo già facendo. Proprio ora sta avendo luogo il corso per la Magistrale sul romanzo storico. Ho cominciato con Manzoni e concludo con due scrittori contemporanei: Melania Mazzucco e Antonio Scurati. Non immaginavamo, io e gli studenti, che ci saremmo trovati a parlare anche de ‘Il Sorriso di Caterina’, le lezioni sono diventate molto più vive e gli studenti stanno partecipando in modo molto attivo. Tra l’altro domani (18 aprile, ndr) avrò l’onore di presentarlo a Milano proprio con Scurati. Assieme parleremo di come la letteratura entri in rapporto con la storia e serva poi per interpretare il presente”.
Quanto creda abbia inciso sulla scrittura del romanzo il sostrato culturale de L’Orientale, che costitutivamente ha lo sguardo rivolto oltre confine, verso l’Est del mondo in particolare?
“Non è affatto un caso. Mi sono trovato quasi spontaneamente ad indagare su popoli tra Europa e Asia con queste culture così diverse, sulle quali facciamo una grande ricerca qui. C’è un continuo confronto con le culture orientali, del Medio Oriente. In più, a L’Orientale abbiamo sviluppato grandi studi culturali, con particolare attenzione alla condizione femminile. Non dimentichiamolo, il libro non è su Leonardo, ma è la storia di una donna. Della violenza che ha subito e della sua liberazione dal mondo che la circonda”.
Nel passaggio dalla dimensione accademica a quella di un romanzo, pensa che un docente sia avvantaggiato? “Credo proprio di sì. Dà una dimensione nuova, per esempio sulla comunicazione. Io ho capito che noi docenti, soprattutto con i ragazzi, dobbiamo comunicare in modo diverso, perché è tutto il sistema della comunicazione che ci sta intorno ad essere totalmente differente. Vent’anni fa ebbi il piacere di incontrare Umberto Eco e ci trovammo a parlare proprio di questo. Da un lato, devo dire, non avrei immaginato che mi sarei unito alla schiera di professori che si improvvisano scrittori; dall’altro, lui diceva che dobbiamo essere attenti a comunicare”.
Claudio Tranchino

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