Jj4 “si è comportata da orsa”

Jj4 “si è comportata da orsa”

Polemiche e dibattito dopo la tragedia del runner trentino aggredito e ucciso da un’orsa. La parola ad alcuni studiosi degli animali e della fauna selvatica della Federico II

Cinque aprile: un uomo di 26 anni, Andrea Papi, come altre volte aveva fatto, va a correre nei boschi di Caldes, paese della provincia di Trento dove vive e dove lavora. Ama la natura e lo sport all’aperto. Alla fidanzata dà appuntamento in serata, ma non tornerà. Scattano le ricerche ed il corpo è rinvenuto nel bosco, con ferite che paiono ricondurre la morte all’aggressione di un orso. L’ipotesi sarà poi confermata dall’autopsia e le indagini genetiche sui campioni biologici che sono stati ritrovati sul cadavere permetteranno di risalire all’identità del plantigrado che ha aggredito il corridore. È una femmina classificata come Jj4 che era stata introdotta dalla Slovenia alcuni anni prima con altri nove esemplari nell’ambito del progetto Life Ursus. Presumibile che l’animale abbia attaccato l’uomo perché, mentre era in compagnia dei suoi tre cuccioli, è apparso il runner all’improvviso e lo ha percepito come una minaccia. Nei giorni che seguono la morte di Papi infuriano polemiche e dibattiti.


C’è chi ritiene che gli orsi in Trentino siano troppi, che la popolazione, la quale ha raggiunto il numero di un centinaio di individui, vada dimezzata con il trasferimento di circa metà di essi in altre aree, peraltro difficili da individuare. Il presidente della Provincia di Trento, che è il leghista Fugatti, firma una ordinanza di abbattimento di Jj4. L’orsa è catturata a metà aprile con i suoi tre cuccioli – questi ultimi rilasciati nel bosco, dove però potrebbero avere difficoltà a sopravvivere senza la madre – ed è attualmente in cattività. Il Tar, nel frattempo, sospende l’abbattimento e l’Ordine dei Veterinari lancia un appello ai suoi membri affinché non collaborino all’uccisione dell’animale. Fugatti insiste, sostiene che l’orsa che ha aggredito il runner anni fa aveva già assalito altre persone. Parla anche di fallimento del progetto Life Ursus, quello che ha ripopolato il Trentino di orsi quando erano praticamente scomparsi da quel territorio, ed insiste sulla necessità che la popolazione dei plantigradi sia drasticamente ridotta. Con le buone – il trasferimento in altre aree di un certo numero di esemplari – o con le cattive, vale a dire con gli abbattimenti degli animali che sarebbero in sovrannumero. Varie associazioni animaliste, a loro volta, minacciano denunce ed esposti e propongono soluzioni incruente, in particolare il dislocamento di Jj4 all’estero, in territori meno antropizzati.


Ateneapoli ha intervistato quattro esperti dell’Ateneo Federico II, studiosi degli animali e della fauna selvatica, ed ha chiesto loro una valutazione di quanto accaduto ed un parere su quali potrebbero essere le migliori soluzioni da adottare per tenere insieme orsi e uomini evitando, o almeno riducendo al minimo, le possibilità che si ripetano tragedie come quella del 5 aprile. “Partiamo – dice il prof. Domenico Fulgione, docente di Zoologia nonché Coordinatore del Corso di Laurea in Scienze Naturali – dall’aggressione mortale. L’orsa ha certamente percepito il povero runner come una minaccia, tanto più perché era in compagnia della prole. La sua è stata, in sostanza, una reazione di difesa, non una predazione sull’uomo”.

“Non andava catturata”

Sulla base di questa considerazione “l’orsa non andava catturata e lo dico con il massimo del rispetto per il dolore dei familiari di Papi”. Secondo Fulgione “la programmazione e la gestione della fauna selvatica non possono essere determinate dagli incidenti, peraltro per fortuna molto rari. Certo, gli orsi sono pericolosi, ma dobbiamo sapere che noi siamo i coinquilini della Terra e non possiamo pretendere di assoggettare al nostro dominio le aree naturali come se fossero urbane”.

Dunque? “Gli orsi hanno tempi e modi del ciclo biologico. Hanno periodi nei quali si riproducono, si spostano, allattano. La frequentazione da parte dell’uomo di certe zone dove ci sono gli orsi andrebbe modulata sui tempi del ciclo biologico di questi animali. Se necessario, anche vietandola in certi periodi o subordinandola alla presenza di guide e personale specializzato. Un po’ come accade quando si interdicono le lagune ai visitatori durante il periodo di riproduzione dei fenicotteri”. Del resto – per citare un esempio differente – “chi vuole salire sullo Stromboli deve essere accompagnato da una guida. Non può fare da sé. La fruizione dei luoghi naturali da parte dell’uomo – per esempio del bosco – è sacrosanta e va incoraggiata, ma in alcuni contesti va regolamentata anche sulla base delle conoscenze relative alla biologia di talune specie”. Ribadisce: “È una questione di regole e di far capire che la fauna selvatica può essere molto pericolosa. Ci sono video di persone che si avvicinano agli orsi per scattare foto e girare filmati. Altri che lasciano il cibo per i lupi e per i cinghiali e fanno sì che gli animali si spingano fin nei centri abitati. Sono comportamenti deleteri. Con l’attuazione di regole chiare, che possono anche limitare in certi periodi la libera frequentazione di alcune zone naturali, gli incidenti si possono evitare”.

Regole e radiocollari funzionanti

Aggiunge: “Il rischio zero non esiste e lo dice uno che va sui monti con altri ricercatori ed attira i lupi con ululati artificiali. Se uno sa come comportarsi, però, ed è istruito sulle regole da tenere, i margini di sicurezza aumentano moltissimo”. Fulgione è convinto che nel dibattito innescato dalla tragedia della morte di Papi non siano mancati elementi di strumentalità politica e di isteria collettiva. “Incidenti simili – ribadisco la massima solidarietà e pietà umana per i familiari del ragazzo – sono veramente rari. Non è certo l’orso il peggiore nemico dell’uomo in natura. Nel mondo muoiono ogni anno 500 mila persone per le malattie trasmesse dalla zanzara. La circostanza che il dibattito sugli orsi abbia acquisito toni così accesi è in realtà il sintomo di una insofferenza che covava da tempo e che può essere contrastata coinvolgendo sempre più le popolazioni locali sia sul versante dell’educazione alle regole di comportamento, sia sul versante della consapevolezza dei benefici della presenza dell’orso nell’ecosistema e dell’attrattività che esso può avere anche sotto il profilo turistico. Purché le regole siano chiare e siano rispettate”. Una proposta, per esempio, conclude il docente, “potrebbe essere di interfacciare i segnali emessi dai radiocollari degli orsi a sistemi di allarme tramite applicazioni sul cellulare che avvisino chi frequenta le aree dove sono gli orsi sulla presenza e sulla eventuale eccessiva vicinanza degli animali. Naturalmente questo presuppone che i radiocollari siano funzionanti. Ho letto che quello di Jj4 era scarico da tempo”.
Il prof. Danilo Russo, professore di Ecologia ad Agraria ed autorità a livello internazionale nello studio dei pipistrelli, non considera un tabù l’uccisione di Jj4. Argomenta: “Spiace abbattere un animale, ma nell’economia di un progetto così importante come è quello della reintroduzione dell’orso in Trentino può essere necessario. Quando si ha a che fare con grandi carnivori in aree antropizzate il conflitto può sorgere. Ebbene, Jj4 si è resa responsabile – a quanto ho appreso – di più aggressioni agli uomini, una delle quali fatale. Se la gente identifica nella popolazione di orsi una minaccia ed un problema, c’è il rischio che si verifichino azioni di bracconaggio le quali metterebbero a repentaglio l’intera specie in Trentino. Va evitato ad ogni costo. Anche se per farlo, occorre abbattere uno o più esemplari problematici. Non dimentichiamo che l’orso era sparito dal Trentino proprio in considerazione del conflitto con l’uomo, nel quale è sempre destinato a soccombere”.

“I boschi del Trentino non sono la riserva di Yellowstone”

Russo ribadisce: “Dobbiamo calarci anche nella realtà di chi fa il pastore o vive nel paesino ai margini del bosco. Dobbiamo considerare le esigenze delle comunità locali. Se togliamo l’uomo dall’equazione della tutela della specie, l’equazione non funziona. Parliamo di aree europee ad elevatissima antropizzazione. I boschi del Trentino non sono la riserva di Yellowstone”.
L’ipotesi di tenere Jj4 in cattività? “Una crudeltà, perché gli orsi hanno pulsioni esploratorie molto forti. Confinarli in spazi ristretti è una tortura. Ora l’animale sta in questa situazione in attesa di sentenza e forse sarebbe stato meglio ucciderlo subito”. Russo crede poco anche alla possibilità di trasferire Jj4 in altre aree, magari oltre confine: “Ha poco senso. Ci sono ormai tanti orsi in Europa e dubito che qualcuno prenderà questo. Tra l’altro non è che siano tante le aree poco antropizzate oltre confine. Senza dimenticare che in Slovenia e nei Balcani i plantigradi sono oggetto di caccia e sono previsti anche abbattimenti selettivi, qualora se ne riscontri la necessità”. Russo, peraltro, contesta con forza le affermazioni di Fugatti e di altri i quali hanno detto nei giorni scorsi che in Trentino gli orsi sono ormai troppi. “La specie – ricorda – è stata reintrodotta sulle Alpi centrali ed orientali tra gli anni Novanta e Duemila. Erano rimasti all’epoca due o tre maschi. Furono immessi dieci orsi balcanici e l’obiettivo di Life Ursus era di arrivare almeno a 50 oppure 60 animali. Quella è la soglia minima affinché la specie si autosostenga. È stata superata, ma non è vero che il tetto previsto di orsi era 50 – 60”. La popolazione, prosegue, “sarebbe attualmente di un centinaio di esemplari, per lo più in Trentino. Sono dati, tengo a chiarire, che vanno interpretati anche alla luce della circostanza che questi animali si spostano – sono penetrati per esempio in Svizzera ed in Germania – e che i censimenti vanno per approssimazione. Si attirano gli orsi con esche odorose, entrano in un recinto con filo spinato, perdono pelo e su questo si fanno le analisi che permettono di risalire agli individui. Nel 2021 ne hanno misurati 69 e su questo numero hanno stimato un centinaio di orsi”. Ritorna al punto dell’abbattimento: “È un tabù per gli animalisti, che si definiscono antispecisti e considerano determinante la singola individualità, il singolo animale. Con risultati talora nefasti perché si oppongono, per esempio, pure all’eliminazione di specie aliene come le nutrie, che provocano danni notevoli alla nostra fauna ed alla nostra flora. Non lo è per chi si occupa scientificamente di piani di gestione e considera le esigenze della specie, non quelle del singolo componente di essa”. Resta sul tappeto, in ogni caso, la questione della prevenzione del ripetersi di incidenti. “Si può fare – dice Russo – educando gli abitanti locali alla conoscenza. Istintivamente corri se vedi un orso a distanza ravvicinata, ma acquattarsi a terra è in realtà il comportamento migliore. Palesare, poi, la propria presenza con rumori è utile, perché l’orso tende a eludere l’uomo. In Giappone chi frequenta le aree abitate dai plantigradi ed i forestali cammina con le campane. Ci sono, poi, avanzati sistemi di localizzazione grazie ai quali potremmo sapere in ogni momento dove sta ogni singolo orso e regolarci di conseguenza”.

Video sui social

Sul caso interviene anche la zoologa Valeria Maselli. Jj4, dice, “si è comportata da orsa. Nulla di più o di meno. È una considerazione che ovviamente nulla toglie al fatto che ci troviamo di fronte ad una vicenda umana devastante. Era nel suo habitat ed in presenza dei cuccioli, in una condizione di protezione della famiglia. Avrà considerato la corsa del povero giovane come una minaccia”. Quali azioni mettere in campo affinché non accada più un simile dramma? In primis, risponde Maselli, “è fondamentale che tutti gli orsi abbiano il radiocollare e che ciascun dispositivo funzioni e sia sostituito, se scarico. Permette di monitorare la posizione dell’animale e verificare se adotti comportamenti anomali, per esempio ricerca dell’uomo e del contesto urbano”. Non meno importante, riflette la zoologa, “è la parte educativa, la diffusione delle corrette informazioni tra la popolazione che abita a ridosso delle aree frequentate dagli orsi. Sono animali che adottano comportamenti stereotipati i quali si ripetono a seconda degli stimoli. Conoscerli è essenziale”.
Come Fulgione, anche Maselli ipotizza che in alcuni periodi dell’anno, per esempio quello degli amori o successivo ai parti, quando gli orsi sono più aggressivi, potrebbe essere utile interdire temporaneamente all’uomo la frequentazione di certe aree. “O magari consentirla sono con l’accompagnamento di guide e personale esperto”.

Nello stesso tempo, ribadisce, vanno utilizzati al meglio gli strumenti di monitoraggio offerti dalle tecnologie informatiche. “L’idea di un’allerta orso sostiene – che possa avvisare chi va per boschi circa la presenza di un esemplare nei suoi paraggi è da considerare. Purché, però, sia svolta in parallelo la necessaria attività di informazione circa la necessità di non avvicinarsi a questi animali. Il rischio, se manca questo aspetto, è che, in presenza di un avviso che c’è un orso a poca distanza, qualcuno abbia la brillante idea di mettersi sulle tracce dell’animale per filmarlo e, magari, pubblicare poi il video sui social”. Relativamente all’ordinanza della Provincia di abbattimento di Jj4, dice la ricercatrice, “mi pare una decisione più politica che scientifica. Si potrebbe portare l’orsa all’estero, in un ambiente non antropizzato. L’ideale sarebbe di reintrodurla in natura, magari non in Trentino, con un radiocollare e di monitorare il suo comportamento. Spero non sia abbattuta”.

“Bisognerebbe ricongiungerla alla prole”

Conclude il giro di pareri degli esperti il prof. Angelo Genovese, anch’egli zoologo. “C’è un aspetto – riflette – che va sottolineato ed enfatizzato. L’orsa non ha sbranato la sua vittima. Il suo è stato un comportamento di difesa rispetto ad un presunto pericolo, non di attacco. Sono contrario ad abbatterla e credo, anzi, che bisognerebbe ricongiungerla alla prole. I cuccioli senza la madre cresceranno con problemi di adattamento dell’ambiente e potrebbero sviluppare comportamenti anomali da adulti. Un animale non educato a livello genitoriale può essere più pericoloso”. Secondo Genovese “bisognerebbe interdire l’accesso alle persone in alcune zone se non accompagnate dal personale. Sarebbe poi fondamentale il monitoraggio costante delle zone di prossimità tra aree naturali ed antropizzate. Servirebbero uomini sul territorio, ma purtroppo il Corpo Forestale dello Stato fu smantellato ed assorbito dai carabinieri alcuni anni fa”.
Fabrizio Geremicca

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