Quasi sei anni alla guida di uno dei Dipartimenti più grandi della Federico II, poi il passaggio alla governance dell’intero Ateneo. Dal primo settembre Nicola Bianco, professore di Ingegneria e Direttore uscente del Dipartimento di Ingegneria Industriale, è il nuovo Prorettore dell’Università degli Studi di Napoli Federico II.
“Quando il Rettore Mazzucchi mi ha proposto questo incarico, ho sentito soprattutto una grande responsabilità nei confronti della Federico II”. È l’Università nella quale si è formato e nella quale ha costruito tutta la propria carriera accademica: “Poter mettere oggi l’esperienza maturata al servizio dell’intero Ateneo rappresenta per me un grande privilegio”.
Dall’esperienza in Dipartimento porta soprattutto un metodo di governo: “Ascoltare, mettere insieme competenze e sensibilità diverse, assumersi la responsabilità delle decisioni e cercare di trasformarle in risultati concreti”. Ma anche un legame umano: “sento di dovere un ringraziamento particolare a tutta la comunità di Ingegneria Industriale. Sono stati anni molto intensi, nei quali il Dipartimento mi ha dato moltissimo e ha contribuito non soltanto alla mia crescita professionale, ma soprattutto a quella personale”.
La dimensione, adesso, cambia radicalmente. E Bianco non nasconde di affrontare il nuovo ruolo con cautela: “La dimensione dell’Ateneo è molto più ampia e articolata. Affronto, quindi, questo incarico con molta umiltà, sapendo di avere ancora moltissimo da imparare”.
Il nuovo vertice di Ateneo mette accanto un Rettore di formazione umanistica e un Prorettore proveniente dall’area ingegneristica. Una contrapposizione che Bianco non sente. Piuttosto, vede nella scelta uno specchio della stessa Federico II: “Credo che fotografi innanzitutto la ricchezza della Federico II, nella quale convivono tradizioni scientifiche, umanistiche, mediche, economiche, giuridiche e tecnologiche di altissimo livello”.
Nessuno, però, è chiamato a rappresentare una singola componente. “Io non credo di essere stato chiamato a rappresentare Ingegneria, così come non credo che il Rettore rappresenti l’area umanistica. Siamo chiamati entrambi a guardare alla Federico II nella sua interezza”. Del resto, le questioni con cui l’Università deve misurarsi non rispettano più i confini tradizionali delle discipline: “Le grandi sfide che abbiamo davanti, dall’intelligenza artificiale alla sostenibilità, dalla salute alle trasformazioni sociali, richiedono sempre più il dialogo tra culture e competenze diverse”. La complessità, dunque, può diventare un vantaggio, “se siamo capaci di mettere a sistema le tante competenze che la Federico II possiede”.
E proprio da qui parte la sua idea di governo dell’Ateneo. Alla domanda su quale sia la prima cosa da cambiare, Bianco preferisce non partire dai problemi. “Più che partire da qualcosa da cambiare, credo sia importante partire da quello che la Federico II già possiede”. Le prime settimane da Prorettore sono servite a conoscere ancora meglio una realtà nella quale, dice, “moltissime cose funzionano bene”. Il punto, semmai, è riuscire a far circolare maggiormente ciò che già esiste. “Se dovessi indicare un aspetto sul quale lavorare ulteriormente, direi la capacità di condividere maggiormente questa ricchezza”. In un’Università delle dimensioni della Federico II, iniziative e competenze possono nascere in Dipartimenti, Scuole e strutture differenti “ma non sempre è facile farle conoscere e trasformarle in patrimonio dell’intera comunità”.
Dati, obiettivi, risultati
Da ingegnere, Bianco porta nel governo dell’Ateneo un approccio che parte dall’analisi dei problemi e arriva alla verifica dei risultati. “Credo che la formazione da ingegnere porti naturalmente a cercare di comprendere bene i problemi, individuarne le diverse componenti e arrivare poi a soluzioni concrete e verificabili. È un metodo che mi appartiene”.
Ci sono tre parole alle quali attribuisce particolare importanza: dati, obiettivi, risultati. “Partire dai dati, definire con chiarezza gli obiettivi e verificare nel tempo i risultati”. Non per trasformare l’Università in un sistema di numeri. “Non perché tutto possa essere ridotto a un numero, soprattutto in una Università, ma perché è importante capire da dove partiamo, dove vogliamo arrivare e se le azioni intraprese stanno producendo gli effetti attesi”. Qui, però, arriva il limite che lo stesso Bianco considera essenziale non perdere di vista. “Un’Università non è un sistema ingegneristico e le persone non sono variabili di un’equazione”. All’analisi devono quindi accompagnarsi “ascolto, confronto e capacità di comprendere punti di vista differenti”. Perché “i risultati, in una comunità universitaria, si costruiscono soprattutto attraverso le persone”.
La lezione più importante? “La complessità non si governa accentrando tutto”. Al contrario, “più un’organizzazione è grande e articolata, più è necessario valorizzare le competenze che possiede, distribuire le responsabilità e creare le condizioni perché le persone possano dare il proprio contributo”.
Quanto alle deleghe concrete del nuovo Prorettore, Bianco mantiene per ora una certa prudenza: “Il mio ruolo sarà innanzitutto quello di collaborare con il Rettore nell’esercizio delle sue funzioni e nell’attuazione del programma che ha presentato alla comunità universitaria. È questo il senso principale dell’incarico che mi è stato affidato”. L’assetto complessivo della squadra di governo non è ancora definito in ogni dettaglio: “Siamo ancora in una fase di definizione, nella quale il Rettore ha avviato un confronto con le diverse componenti dell’Ateneo”.
Tra i dossier che inevitabilmente attraverseranno l’agenda della Federico II ci sono quelli che stanno trasformando il sistema universitario e produttivo: intelligenza artificiale, transizione energetica, digitalizzazione, sostenibilità, trasferimento tecnologico. Secondo Bianco, la questione non è tanto scegliere una singola priorità quanto mettere in relazione quelle già presenti. “La Federico II possiede competenze di altissimo livello in tutti questi settori. Il salto di qualità sta soprattutto nella capacità di farle dialogare sempre di più, superando quando necessario i confini disciplinari”.
C’è poi la ‘questione’ giovani. “La Federico II non deve soltanto formare i giovani del nostro territorio, deve contribuire a creare qui le condizioni perché possano immaginare e costruire il proprio futuro”. Senza però trasformare il radicamento in una forma di chiusura. “Non significa trattenerli a ogni costo: fare esperienze fuori è importante”. Da qui un rapporto che, per Bianco, non presenta contraddizioni: “Internazionalizzazione e radicamento territoriale non sono in contraddizione”.
Sarà difficile rendere questa complessa macchina universitaria percepibile come una comunità e non come un apparato amministrativo. “È un rischio naturale per tutte le organizzazioni molto grandi”. L’Ateneo federiciano conta “decine di migliaia di persone” ed è articolato in numerose strutture. “Essere vicini alla comunità significa rendere più semplici i processi e più accessibili le informazioni”. Perché, osserva il nuovo Prorettore, “la qualità della governance si misura anche nella capacità di rendere semplice, per chi vive l’Università ogni giorno, ciò che inevitabilmente dietro le quinte è complesso”.
Resta, infine, la domanda più personale: che cosa fa più paura nell’assumere un incarico di questo peso? Non indica una questione mirata, un problema amministrativo o una sfida politica interna. Parla piuttosto del senso di responsabilità. “Più che una preoccupazione specifica, sento molto forte il peso della responsabilità”. La Federico II è “una comunità enorme, con una storia straordinaria”, e sapere di essere chiamato a contribuire al suo governo “porta inevitabilmente con sé anche qualche timore”.
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Ateneapoli – n.15 – 2026 – Pagina 4-5







