Si è concluso formalmente SHARE Africa, il progetto di cooperazione internazionale promosso dalla Fondazione IHEA che ha coinvolto sei università italiane, tra le quali la Federico II, in percorsi di formazione e ricerca condivisi con atenei africani. Con i BEP (Blended Executive Programme) ormai ultimati e la giornata finale che si è svolta a Roma il 23 aprile, si possono raccogliere ulteriori testimonianze dei protagonisti.
Tra risultati, approcci diversi e prospettive future, le esperienze delle Università di Padova e Firenze offrono uno sguardo concreto su quanto è stato costruito. Per l’Ateneo veneto è la prof.ssa Carla Mucignat a parlare. La docente ha coordinato il BEP ‘One Health, salute globale, salute planetaria’. “Abbiamo messo insieme nostre competenze di base e altre maturate dai partner, come la Federico II e l’Alma Mater.
Il nostro obiettivo era costruire un BEP diretto alla formazione di professionisti sanitari – medici, veterinari, infermieri, esperti di salute pubblica – offrendo una preparazione trasversale sul concetto di ‘One Health’, con un’attenzione particolare alle interazioni tra ambiente, animali e uomo. L’idea era promuovere tanto la salute animale – da qui il coinvolgimento dei colleghi di Veterinaria – quanto quella umana”. Non solo colleghi italiani, però: “abbiamo coinvolto anche diversi esperti stranieri, tra cui spagnoli e guineani.
Con questi ultimi, ad esempio, abbiamo parlato di come hanno affrontato le febbri emorragiche. All’inizio pensavamo che per l’Etiopia potesse essere un tema poco coinvolgente; invece, proprio a novembre si è verificato un episodio di febbre emorragica. In quel momento ci siamo resi conto di essere stati tempestivi: avevamo fornito strumenti utili a persone che possono lavorare concretamente sul campo, e questo ci ha fatto molto piacere”.
Il BEP si è articolato in una parte online, con incontri di tre ore ciascuno, e in due settimane in presenza. La prima si è svolta a dicembre con i partner di Napoli, Bologna, Padova e Addis Abeba, con un taglio più orientato alla veterinaria. La seconda, a gennaio, si è tenuta presso l’Università Cattolica Ecusta in Etiopia, con un’impostazione più medica, tra lezioni di epidemiologia, salute alimentare e salute dell’ambiente. Per quanto riguarda le candidature, numeri a sorpresa: “abbiamo ricevuto 117 domande per 25 posti. Non si trattava soltanto di accademici, ma anche di personale proveniente da università minori e dal settore sanitario, compresi dipendenti dei ministeri.
Abbiamo selezionato persone che ragionevolmente appartenessero alla stessa fascia d’età, sotto i 35 anni, con un titolo universitario, e che fossero veterinari, medici, professionisti sanitari o comunque lavorassero nell’ambito”. Il bilancio si può definire più che positivo: “nel lavoro comune i partecipanti sono stati molto attivi. In molti hanno apprezzato il fatto che avessimo previsto attività pratiche e risorse digitali accessibili gratuitamente: penso, per esempio, agli strumenti per l’analisi dei dati. Sono nati anche progetti personali, ancora in fase germinale, molti partecipanti si sono proposti ai singoli docenti, anche per attività di raccolta dati sul terreno in contesti relativamente remoti. Si è creato molto networking, al punto che le chat aperte su Telegram sono ancora vive”.
Per l’Università di Firenze, che si è occupata di ‘Business sostenibile per nuove sfide’, Ateneapoli ha contattato la prof.ssa Annamaria Papini, referente del BEP – la direttrice è stata la prof.ssa Laura Bini. “La nostra partecipazione è legata al Corso di Studio che abbiamo attivato nel Dipartimento di Scienze per l’Economia e l’Impresa diretto dalla prof.ssa Maria Elvira Mancino. La coordinatrice del programma è la prof.ssa Giorgia Giovannetti”.
L’idea innovativa, parlando di sostenibilità, è stata quella di “mettere insieme competenze economiche e chimiche. Non si può parlare di green senza individuare le sfide attuali, che devono necessariamente passare attraverso una chimica sostenibile. Per questo sono state proposte lezioni, inizialmente da remoto tra novembre e dicembre, per fornire le basi degli strumenti quantitativi per l’analisi dei fenomeni socioeconomici, del business sostenibile e della chimica ambientale e sostenibile, oltre che delle tecnologie per un’economia circolare.
Sono stati affrontati anche i principi economici e le sfide ambientali legate al benessere sociale. A gennaio, all’Università di Cartagine, si è svolta la parte in presenza, dove si sono incontrati dal vivo corsisti provenienti da diverse regioni del Nord Africa, affiancati anche da tutor e da un giovane docente. Questo ha permesso di avvicinarsi in modo multidisciplinare a temi che stanno tra la dimensione economica e quella concreta dei problemi reali, contribuendo anche a smitizzare l’idea che la chimica non possa essere, per definizione, sostenibile. Può esserlo, ma soltanto se chi la pratica e la governa acquisisce competenze sufficienti per controllarne i processi e comprenderne le implicazioni ambientali”.
Le molecole chiave prese in esame, anche in termini di possibile trasferimento di modelli di business, sono state peptidi e proteine: “per la loro flessibilità e per le molteplici applicazioni, possono rappresentare un ambito di grande interesse per un’industria sostenibile. Non solo nel settore farmaceutico – basti pensare, per esempio, ai composti impiegati nella cura del diabete – ma anche in ambito diagnostico, agricolo e cosmetico. Tutte queste tematiche sono alla base dei project work che i corsisti stanno preparando con i tutor e che daranno luogo a tesi utili a sviluppare un modello economico di business sostenibile.
Tra gli esempi ci sono progetti come agrochemical business development, nutraceutical business development. È interessante l’idea di avviare in Etiopia un’impresa di skin care basata su peptidi sostenibili, con un modello economico integrato sul piano sociale e ambientale e orientato alla creazione di valore aggiunto. Nel frattempo si sta lavorando anche su un Google Drive condiviso. Tutto si concluderà entro maggio”.
La docente conclude esprimendo grande soddisfazione: “l’esperienza è stata davvero positiva. L’entusiasmo dei corsisti è stato eccezionale e siamo tornati tutti estremamente motivati, soprattutto i nostri giovani tutor. Credo che occorra investire sempre di più in attività accademiche come SHARE Africa”.
Claudio Tranchino
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Ateneapoli – n.7 – 2026 – Pagina 5








