Massimo Troisi, un napoletano moderno

Il 20 febbraio alla Federico II la Laurea honoris causa alla memoria del grande attore che avrebbe compiuto 70 anni 

La sensazione, ogni volta, pare sempre quella provocata dal finale de Il Postino. Una tristezza doppia. Cinematografica, perché Mario – il protagonista – muore. Solo dopo una lunga scalata però. Quella in bici verso le cime più alte di Procida per raggiungere il poeta; quella metaforica, verso la potenza delle parole e dei concetti, tanto per descrivere la malattia amore, quanto la coscienza politica. Poi la tristezza reale, oltre la cinepresa. Perché muore l’attore, l’artista, l’amico. A soli 41 anni. “Al nostro amico Massimo”, la dedica riportata sullo schermo alla fine dell’ultima sua fatica (in tutti i sensi), è il sentire di ognuno. Ma come tutti i grandi, Massimo Troisi ha saputo andare oltre la morte, lasciando un’eredità. Che verrà celebrata dalla Federico II il prossimo 20 febbraio (il 19 sarebbe stato il suo 70esimo compleanno) con il conferimento simbolico della Laurea honoris causa in Discipline della Musica e dello Spettacolo. Storia e Teoria, Dipartimento di Studi Umanistici, su proposta dell’amico Enzo Decaro, alla presenza di cariche istituzionali, addetti ai lavori, familiari ed ex colleghi. Per l’occasione, ad Ateneapoli, la complessità dell’artista Troisi, ritenuto all’unanimità un innovatore in tanti campi dell’arte, è stata raccontata e ripercorsa da alcuni docenti di Studi Umanistici, dove alberga una profonda tradizione di studi sull’attore. Dal sovvertimento dei luoghi comuni su Napoli (la pioggia scrosciante in ‘Scusate il ritardo’ contro la narrazione-cartolina costruita su sole, mare e Vesuvio o il 26enne desideroso di viaggiare etichettato come emigrante in ‘Ricomincio da Tre’) alle famose pause nel parlato, l’utilizzo del dialetto, la mimica. E poi i discorsi spezzati, zoppicanti. Che custodivano un’intima riflessione interiore. È la prof.ssa Anna Masecchia, Coordinatrice proprio del Corso di Laurea del quale sarà onorato simbolicamente Troisi, a chiarire innanzitutto i motivi del conferimento: “È un modo attraverso il quale restituiamo una presenza forte del nostro panorama, che non è solo campano. Ci ha lasciato molto presto, è vero, ma l’eredità de Il Postino per esempio, che è una pellicola più hollywoodiana rispetto alle precedenti, sanziona la sua grande capacità di restare legato al locale, pur diventando fenomeno internazionale”. Dal punto di vista attoriale, secondo la docente, la vera peculiarità di Troisi sarebbe stata tutta nel saper unire la dimensione tradizionale della recitazione per clichè, con quella basata sul tacere, sulla non enfasi, sull’inflessione di corpo e voce. Caratteristiche anche di altri attori, penso per esempio al Vittorio De Sica maturo di Pane, amore e…”. Oltre i tanti ragionamenti sulle qualità dell’artista, c’è pure il rapporto con Napoli e i napoletani. Viscerale. Masecchia offre la propria visione di questo legame, ricostruendo il percorso di Troisi a partire dalla Smorfia: “Il trio era composto da ragazzi molto giovani che si affacciavano sulla scena di fine anni ’70. E lo hanno fatto tramite la televisione, che proprio in quel periodo entrava sempre di più nella quotidianità dei telespettatori”. Poi ci sono i temi di stringente attualità, raccontati con ironia e sagacia: Hanno trattato il femminismo, gli stereotipi sui meridionali, fatti sociologici, rivolgendosi ai giovani, a un pubblico molto ampio. Erano molto aggiornati rispetto al presente”. Proprio per tutti questi elementi, i napoletani “si sono visti incarnati, perché la Smorfia partiva dall’orizzonte partenopeo, per forzarlo e romperlo nei limiti. Basti pensare a Gaetano che, in Ricomincio da tre, ribadiva spesso di non essere un emigrante”. Un ulteriore confine che Troisi ha saputo erompere con la propria forza comunicativa è la lingua. Con una scelta precisa: il dialetto. Di solito, pensato come “mezzo di comunicazione funzionale a discorsi legati al passato, ad una cultura agricola, materiale – spiega il prof. Nicola De Blasi, linguista – Nel caso di Troisi, invece, si tratta di un dialetto che non è vita della tradizione, ma è ricerca di sé stessi. Il parlare di sé, nel suo cinema, spesso è un parlare di sé in dialetto, che va incontro ai giovani, che aderisce sempre ai temi dell’attualità”.

Un fuoriclasse e un  talento naturale

In questo senso va letta la definizione dell’artista data da Renzo Arbore in una vecchia intervista: “mi piacerebbe dire che Troisi fosse un napoletano atipico, in realtà era un napoletano moderno”. Espressione che è pure titolo di un volume scritto da De Blasi insieme alle colleghe Patricia Bianchi e Carolina Stromboli, cioè ‘Massimo Troisi, un napoletano moderno’ (2021). “A me questa frase piace molto, innanzitutto per la nozione di atipico. Perché, se parliamo di una tale persona, facciamo riferimento a un tipo che corrisponde ad uno stereotipo, a uno o più luoghi comuni. Invece Troisi era immerso nella realtà del suo tempo, è stato in grado di cogliere certi cambiamenti della storia. E i problemi dell’epoca, per i giovani, erano soprattutto di comunicazione, di relazione con i coetanei. Pensiamo ai dialoghi con la ragazza di Firenze in ‘Ricomincio da Tre’, alle infinite conversazioni con l’amico Lello Arena sotto una pioggia scrosciante in ‘Scusate il ritardo’. Pure la pioggia è un sovvertimento di stereotipi. Nel secondo film si vede una realtà cittadina dove arrivano temi nuovi. Il disagio personale sotto una pioggia battente che non racconta la Napoli del sole e del bel clima”. Nonostante su Troisi si sia detto quasi tutto, per la prof.ssa Giuseppina Scognamiglio, autrice di due corti sull’attore, del volume ‘Studi e testi teatrali da Bracco a Troisi’ e membro della giuria del Premio Troisi assieme ai docenti federiciani Anna Masecchia, Pasquale Sabbatino (Presidente), Vincenzo Caputo e Matteo Palumbo, c’è un aspetto assai sottovalutato. Quello del Troisi regista: “Lui è stato molto versatile, ma credo che come regista sia stato molto sottovalutato. Rivedrei tutti i film nei quali ha avuto questo ruolo, perché era un artista a tutto tondo. Gli si leggeva già tutto in faccia, come Totò, Peppino De Filippo. Era un fuoriclasse straordinario e soprattutto un talento naturale. Non ha mai frequentato accademie, nessuno gli ha insegnato nulla, se non i punti di riferimento che lui stesso indicava. Insomma, Troisi si nasce. L’ultima battuta, sulla strada che ha aperto ai comici – e non solo – di San Giorgio a Cremano: Ha realizzato un sogno. Cioè appagare l’ansia di riscatto di una città intera.

Claudio Tranchino

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