“Alla ricchezza del linguaggio corrisponde l’articolazione del pensiero”

“I nostri ragazzi – me ne rendo conto nelle conversazioni che ho con loro ed agli esami e durante il corso, sia in presenza, finché è stato possibile, sia su piattaforma telematica – assorbono e parlano sempre più un linguaggio tecnico, un gergo funzionale, e perdono la lingua come capacità di esprimere concetti con ricchezza semantica. Il che, poi, non è solo un aspetto formale,  un problema secondario. Alla ricchezza del linguaggio corrisponde l’articolazione del pensiero. Come università e come delegato alla Cultura del Rettore vorrei organizzare una iniziativa che, attraverso uno scambio tra le scienze dure e le scienze umane, valorizzi l’attenzione al linguaggio. Un modo per invitare tutti, studenti in primis, a riflettere su questi temi. Siamo, tra l’altro, nell’anno di Dante, il padre della lingua italiana, ed in un Ateneo che ha una sua sede – Economia – a Capua. Come noto, il Placito Capuano è la più antica testimonianza in volgare che è giunta fino a noi ed a Capua si svolge da anni un festival della lingua”. Il prof. Antimo Cesaro, ordinario di Filosofia politica presso il Dipartimento di Scienze Politiche Jean Monnet e delegato alla Cultura della Vanvitelli, illustra uno dei progetti che ha in animo di concretizzare nell’ambito della programmazione delle iniziative culturali dell’Ateneo. “Partiremo finalmente – sottolinea peraltro il docente – dopo l’estate. Veniamo da diciotto mesi, quelli della pandemia, nei quali ho cercato, in accordo con il Rettore, di non avanzare proposte per non appesantire l’agenda dei docenti e degli studenti, già fitta di incontri ed iniziative in modalità telematica. Ho sperimentato in tanti inviti che sulle piattaforme in termini numerici la partecipazione è ampia, ma che non sono poi tanti quelli che riescono a prestare attenzione per ore davanti allo schermo. La vera cultura è fatta dal dialogo e questo presuppone una presenza dal vivo. Se didattica ed esami possono essere garantiti, in una fase di emergenza, anche da remoto, le iniziative culturali necessitano di una presenza fisica. È indispensabile il contatto umano. Appena terminata la fase emergenziale, mi confronterò con il Rettore e metteremo in campo iniziative qualificate. Siamo ancora in una fase sperimentale. Abbiamo però il cuore pieno di speranza che si ritornerà in presenza”. Aggiunge: “Mi vedrò con il Rettore per condividere con lui una programmazione molto legata al territorio, per valorizzarne le potenzialità. Saranno iniziative calate sul territorio, ma non provinciali. Avranno un respiro ampio. D’altronde si può dialogare con le culture altre senza sudditanza se c’è consapevolezza della propria. Bisogna aprirsi al dialogo consapevoli delle nostre radici, per evitare una marmellata indistinta nella quale si parla di tutto, ma non si sa niente”. Un tema, questo, molto caro al docente. Racconta: “Ho scritto un libro – ‘L’utile idiota; la cultura nel tempo della olocrazia’ – che è anche una riflessione sull’uso e sull’abuso di termini privi di ogni valenza semantica, ma che sembrano interessanti e per questo si diffondono. Un esempio: Post democracy. È un termine che non dice niente, anche se lo dice molto bene. È una parola inutile. Molto più interessante fu la riflessione di Polibio di Megalopoli, il quale venne a studiare dagli Scipioni e disse che dopo la democrazia c’è la oclocrazia, che è il dominio della folla. Post democracy suona forse bene, ma significa poco. Oclocrazia potrà forse apparire difficile, perfino cacofonico a chi non ha studiato il greco, ma è un termine pregnante di significato. E così torniamo al punto dal quale eravamo partiti: la necessità di aiutare i giovani a recuperare la ricchezza del linguaggio evitando scorciatoie alla moda, anglismi che denotano solo provincialismo e la dittatura di un gergo tecnico e funzionale. Uno dei filoni del progetto culturale che proporrò al Rettore Nicoletti, in qualità di delegato alla Cultura, sarà appunto quello di riflettere sulla necessità di recuperare il senso pieno delle parole, la ricchezza espressiva della nostra lingua, la capacità di articolare un linguaggio complesso”. Perché, come diceva Nanni Moretti in una scena molto nota e citata di Palombella rossa: “Chi parla male, pensa male e vive male”.
In attesa che prenda corpo il calendario delle iniziative culturali che l’Ateneo proporrà ai docenti, agli studenti ed al territorio, il prof. Cesaro sintetizza in questi termini le ragioni che lo hanno indotto ad accettare l’incarico: “È un compito che rientra nella passione civile che ho sempre avuto. Quando il Rettore ha voluto darmi questa gratificazione, questo onere e questo  impegno, ho accettato con piacere perché questa fase della mia vita, nella quale ho deciso di dedicarmi solo all’Ateneo, poter contribuire a quella che oggi si chiama Terza missione attraverso l’organizzazione di iniziative culturali mi dà entusiasmo. L’incarico è arrivato prima della pandemia, ma quest’ultima non ha raffreddato il mio entusiasmo. Cova come il fuoco sotto la cenere e non appena sarà possibile si trasformerà in progetti ed iniziative concrete. Professore, non lo dimentichiamo, è una parola che deriva dal verbo latino profitto, che ha a che fare con la parola, con il parlare, con l’oralità. La quale, ovviamente, rimanda a sua volta alla trasmissione dei saperi, delle storie, del pensiero”.
Fabrizio Geremicca
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