Alianti con microalghe nella stratosfera: l’esperimento di cinque studenti

C’è stato un periodo della esistenza della Terra, miliardi di anni fa, nel quale l’atmosfera era costituita soprattutto da anidride carbonica, non c’era l’ozono ed i raggi cosmici bersagliavano senza incontrare ostacoli il pianeta. Gli organismi viventi in grado di resistere a queste condizioni estreme erano pochissimi ed estremamente semplici, nulla di lontanamente paragonabile alla biodiversità che poi si sarebbe affermata con le condizioni dell’atmosfera che oggi conosciamo. Tra quegli organismi primordiali c’erano alcune microalghe che sono arrivate poi fi no ai nostri giorni. Highlander dell’evoluzione, che sono ora al centro di uno studio condotto da cinque giovani: una ragazza, che frequenta il Corso di Laurea in Scienze Biologiche dell’Università Vanvitelli, e quattro ragazzi, iscritti ad Ingegneria dell’Ateneo federiciano. Hanno formato una squadra che ha spedito nella stratosfera un aliante con a bordo queste alghe. Obiettivo: determinare la capacità delle microalghe di resistere a condizioni spaziali e, in particolare, la loro attitudine ad assorbire e schermare radiazioni. Il tutto nasce dall’idea che, se questi microrganismi definiti estremofi li sono riusciti a sopravvivere su una Terra inospitale per la vita, avranno necessariamente evoluto strategie molto avanzate per adattarsi. Capire come facciano, in che misura riescano ad assorbire le radiazioni ed a sopravvivere in condizioni difficili non è solo un interesse speculativo. I campi di applicazione di queste microalghe, infatti, potrebbero essere molteplici. Nella prevenzione dei rischi delle radiografi e, per esempio, nella protezione delle tute degli astronauti impegnati in missioni spaziali, nella produzione di carburante, nel recupero di metalli preziosi e rari da scarti elettronici. È una ricerca che si inserisce su analoghi filoni che hanno consentito, per esempio, di somministrare queste alghe come integratori alimentari agli astronauti. I ragazzi protagonisti del progetto sono: Altea Renata Maria Nemolato, Scienze Biologiche alla Vanvitelli, e Gianmarco Valletta, Claudio Vela, Fulvio Petti (Ingegneria Aerospaziale), Andrea Detry (Ingegneria Meccanica) della Federico II. Ciascuno ha fornito il suo contributo in relazione al settore disciplinare. Gli aerospaziali, per esempio, hanno dato una mano nella realizzazione dell’aliante che ha già portato una volta le alghe nella stratosfera. Detry ha stampato in 3D i supporti indispensabili a caricare le alghe a bordo del velivolo. Nemolato si sta occupando dell’aspetto di natura più specificamente biologica, è un po’ il perno intorno al quale ruotano tutti i suoi colleghi impegnati nel progetto. Per sostenere i costi necessari, per esempio, ad acquistare i reagenti da impiegare per studiare le alghe e gli altri materiali indispensabili, gli studenti hanno realizzato una colletta. Ciascuno ha messo a disposizione alcune centinaia di euro. Non meno importante il contributo da parte di ciascuno sotto forma di attrezzature, per esempio Detry ha assicurato la disponibilità della stampante tridimensionale. Ad oggi è stato effettuato un lancio dell’aliante a San Miniato in provincia di Pisa, il 16 febbraio scorso. È durato tre ore ed il velivolo ha raggiunto l’altezza di 30 chilometri. I campioni microalgali sono stati collocati sulle lastre stampate con tecnologia 3D, dotate di sensori per la rilevazione di raggi gamma e neutroni, e posizionati nella fusoliera dell’aliante, progettato dall’ing. Amedeo Lepore e dal team ABACHOS. Al rientro, tutto il materiale biologico è stato recuperato ed è partita la fase di studio presso il laboratorio di Botanica della prof.ssa Claudia Ciniglia del Dipartimento di Scienze e Tecnologie Ambientali, Biologiche e Farmaceutiche dell’Università Vanvitelli. Per fronteggiare le difficoltà della emergenza coronavirus e proseguire nelle indagini, Nemolato ha poi acquistato un microscopio ed ha attrezzato una sorta di minilaboratrio nella sua casa casertana. Sono stati anche effettuati test a terra presso alcuni laboratori di fisica, per iniziare ad acquisire dati sulla capacità di questi organismi di schermare e assorbire radiazioni. I risultati sono promettenti ma, ovviamente, bisognerà continuare a lavorare per avere dati certi ed attendibili. Nel 2020 sono stati programmati altri tre lanci, il più importante dei quali avrà come luogo di partenza la Svezia ed avrà una durata pari a circa due mesi, nei quali saranno raggiunte altitudini elevate. “Ho 21 anni – racconta Nemolato – e già qualche anno fa presi parte, con una squadra differente, ad un progetto spaziale. Ero al liceo e fui scelta con altri due coetanei da TeamIndus, la compagnia spaziale indiana che partecipava al contest Google lunar Xprize. Ideammo e costruimmo uno strumento di protezione dai raggi spaziali da installare su una sonda diretta alla Luna. Vincemmo la selezione dedicata a chi aveva meno di 25 anni. Questa nuova ricerca è un filone che è scaturito da quella idea. Mi appassiona e lo stesso si può dire per i miei compagni di avventura. Mi piacerebbe se diventasse in futuro la mia tesi di laurea e, perché no, una pubblicazione, un articolo su una qualche rivista scientifica”.
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