Da 10 a 30 mila lire i ritocchi. Contrari gli studenti ma il loro parlamentino non si è espresso in mancanza del numero legale

Nelle prossime settimane la Federico II deciderà l’ammontare delle tasse per l’anno accademico 2000/2001. Il Senato Accademico che si svolge il 16 giugno (mentre Ateneapoli va in edicola, n.d.r.) ha proprio la questione tasse all’ordine del giorno. Il Consiglio di Amministrazione delibererà presumibilmente a fine mese, al più tardi ai primi di luglio, in base alla proposta elaborata dalla Commissione insediatasi il 14 giugno. A fine maggio il Consiglio degli Studenti avrebbe dovuto riunirsi per dire la sua, ma come ormai capita sistematicamente da sei mesi a questa parte, non si è raggiunto il numero legale e la seduta è slittata. Resta a questo punto da vedere se il Presidente Marco Cantelmi riuscirà a riconvocarlo prima che la questione passi al vaglio del CdiA, che in caso contrario deciderà senza neanche il parere, meramente consultivo, del parlamentino studentesco.
Indiscrezioni e voci di corridoio lasciano trapelare l’intenzione dell’ateneo, per il prossimo anno, di aumentare gli importi di una quota pari all’aumento del costo della vita, il 2 per cento; vale a dire da un minimo di 10 mila lire per la prima fascia (facoltà umanistiche) ad un massimo di 30.600 per la quindicesima fascia (facoltà scientifiche). Una ipotesi che però non piace a Massimo Napolitano ed a Vittorio Acocella, due tra i rappresentanti degli studenti in Consiglio di Amministrazione. “Io mi opporrò alla richiesta di deliberare un aumento, per quanto modesto e pari all’aumento del costo della vita -anticipa Napolitano-. Lo scorso anno la componente studentesca ebbe un atteggiamento soft, di fronte alla delibera che aumentava gli importi e li caricava sulla neocostituita quindicesima fascia, perché il rettore in persona aveva promesso, per il 2000, una rivoluzione nel sistema della tassazione. Si parlò esplicitamente di personalizzazione della contribuzione, in base alla quale a ciascuno studente avrebbe dovuto corrispondere uno specifico importo, in base al reddito. Invece ci ritroviamo dodici mesi più tardi con il sistema identico e con un aumento, per quanto limitato. Eppure la personalizzazione sarebbe possibile, basterebbero un software ed un indice di conversione. Lo Stato italiano lo fa da cinquant’anni e che io sappia è un sistema già adottato presso qualche altro ateneo, sebbene più piccolo della Federico II. Mi riferisco all’Università di Trento”. Anticipa il suo voto contrario a qualunque ipotesi di aumento anche Vittorio Acocella, collega di facoltà di Napolitano. “L’Università di fondi ne riceve già tanti in altro modo -premette-. Il piccolo aumento che graverà sulle famiglie degli studenti potrebbe essere eventualmente sostituito tagliando qualche spesa superflua dell’ateneo. Ce ne sono varie!” Lancia una proposta: “perché non affidare il bilancio dell’Università ad una azienda di analisi della riduzione di spesa? Si potrebbe ridurre di molto”. Anche Acocella critica la latitanza del Consiglio degli Studenti: “doveva riunirsi a fine maggio per elaborare una proposta sulle tasse, ma non è stato possibile. Questa volta mancava solo un membro per il numero legale. Altre volte si sono ritrovate sei o sette persone in tutto, nella sede prevista per la riunione. Si va avanti così da dicembre: una barzelletta!” 
Contrario agli aumenti, ma anche critico rispetto al ritardo con il quale gli studenti affrontano il problema tasse, è Pasquale Petruzzo, rappresentante in seno al Senato Accademico. “La mia posizione è simile a quella degli altri rappresentanti: nessun aumento. Questo non mi esime dal dire che arriviamo sempre in ritardo -come componente studentesca- e che ci accorgiamo della questione solo quando ci recapitano la documentazione. Per sostenere efficacemente una ipotesi alternativa bisognerebbe muoversi almeno due o tre mesi prima”.
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