De Andrè e il comune senso dell’ingiusto

Grande tributo alla musica di Fabrizio De Andrè nell’ambito della rassegna “Cinema, Letteratura e Diritto”. Il ricordo del compianto cantautore genovese ha dato vita, il 25 novembre, ad un pomeriggio denso di emozioni per gli studenti della Facoltà di Giurisprudenza e per i moltissimi cultori di musica intervenuti all’evento. Attraverso la proiezione di video musicali e grazie all’ascolto delle canzoni più celebri, la poetica del cantautore ha scosso gli animi della platea attraversando temi sociali e giuridici di grande attualità. Il mondo del diritto penetra e si conforma al mondo delle note musicali dando vita ad una riflessione aperta su diritto e morale, sulla legge ingiusta e l’implacabilità della punizione che da sempre colpisce i soggetti più umili e indifesi. “Grazie a questa manifestazione- spiega il Preside Franco Fichera- abbiamo avuto l’opportunità di portare il mondo impegnato di De Andrè nelle aule universitarie. Una lezione pomeridiana che ci permette di ricavare il diritto dalle canzoni e dalla letteratura contemporanea attraverso una forma d’arte a volte sottovalutata: l’arte di parlare al popolo partendo dal basso della vita, valutando situazioni giuridiche che dimostrano i diversi profili sociali del diritto”. 
Leggi, giudici e testamenti: il titolo scelto per l’incontro che proprio questi ha sviluppato. “L’idea di associare le canzoni al mondo del diritto ci ha spinto verso quei testi che maggiormente richiamano suggestioni relative ai rapporti tra legge e morale. L’impatto che una canzone di De Andrè può avere sulla crescita giuridica di un ragazzo è notevole. La linea che unisce la musica degli anni Sessanta al mondo giuridico moderno non è così labile come si crede. Il comune senso dell’ingiusto passa attraverso gli anni, di generazione in generazione, trovando libero sfogo attraverso canzoni che denunciano temi sociali sempre attuali e sentiti”, spiega il prof. Angelo Scala, coordinatore dell’incontro.  
Nella prima parte -Giudici- si sono ascoltate canzoni come ‘La Città Vecchia’, dove il cantautore volge uno sguardo al mondo degli umili con un’evidente simpatia, non la legge come metro di giudizio, ma la pietà rivolta con sguardo benevolo alle vittime di una società arrivista; ‘Un Giudice’ che mette in risalto il rapporto tra potere e frustrazione personale dove il giudicante condanna per vendicare la propria infelicità; ‘Il Gorilla’, una vera e propria invettiva contro il mondo del diritto che opprime inesorabilmente il mondo dei più deboli. “Nelle prime tre canzoni- commenta Gaetano Carlizzi giudice militare e filosofo del diritto- è predominante la figura del giudice come oppressore, un uomo che infrange le condizioni di eguaglianza e fa interferire la propria sfera privata in quella pubblica. Il cantautore però ha una doppia anima, dipinge l’ineguaglianza del mondo e le ingiustizie che ne derivano ma chiede poi al potere se voglia essere giudicato. In altri testi (Storia di un impiegato, Sogno n.2) quindi è la legge che combatte il potere e si pone dalla parte dei cittadini”. 
Altre tre canzoni per introdurre al tema delle Leggi: ‘Geordie’ dove l’implacabilità del diritto è come una spada che trafigge le persone più umili; ‘Bocca di Rosa’, la legge come strumento per ristabilire la morale in un paese bigotto scosso dall’arrivo di una donna libera e indipendente; ‘Don Raffaè’, la legge come potere estremo che si riversa nella limitazione della libertà attraverso il carcere e la detenzione. “E’ evidente -spiega Annalisa Senese, avvocato penalista e componente del direttivo della Camera penale- il dualismo che c’è tra il senso comune di giustizia e la legge applicata. De Andrè mira alla conclusione che il diritto non si ottiene se non vi è il potente di turno che lo concede. Questa è una realtà molto lontana che però testimonia come a volte le persone subiscano soprusi a causa di leggi non modificabili. Si pensi al caso di Paolo Dorigo (condannato a 13 anni di reclusione per un attentato alla base Nato di Aviano di cui si è sempre dichiarato innocente) che ha subito per anni le angherie della legge italiana solo perché questa non poteva essere cambiata secondo le esigenze e le circostanze presentate”. 
La platea, completamente rapita, ascolta le ultime tre canzoni che hanno come tema Il Testamento: ‘Il Testamento di Tito’, rielaborazione dei dieci Comandamenti; ‘La guerra di Piero’ che ribadisce l’inutilità della guerra; ‘Il Testamento’ che scherza sulla morte e ridicolizza le ipocrisie legate ai lasciti accumulati senza fare il minimo sforzo. 
Molte le riflessioni e le suggestioni scaturite dall’ascolto dei brani. Si apre un vivace dibattito che attraversa il mondo della legalità, soffermandosi su concetti di giustizia e legge, su temi attuali come la pena di morte, la guerra e il comune senso della morale che da sempre fa da specchio alla legge e ai suoi propositi. “L’intento- conclude il Preside Fichera- era proprio quello di scoprire cosa si nascondesse dietro la dialettica dell’illustre cantautore e quali suggestioni tutto ciò potesse richiamare. I ragazzi hanno apprezzato questa chiave di lettura un po’ diversa, il mondo del diritto è estremamente implicato nella quotidianità e De Andrè l’ha espresso chiaramente. Una chiave grottesca e pungente che mette a confronto diverse generazioni e il comune modo di sentire la legge e la giustizia”.
Susy Lubrano
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