Effetti psicologici della pandemia: le tesi di tre neo laureati

A un anno dall’esplosione della pandemia ancora molti sono gli interrogativi ai quali rispondere: quali sono le categorie più colpite dai suoi effetti psicologici? Perché? E, soprattutto, come? È quello che si sono domandati tre laureandi del Dipartimento di Psicologia. Luisa Almerico e Anna Pezzella, colleghe del Corso Magistrale in Psicologia Clinica, si sono dette estremamente interessate quando il prof. Vincenzo Paolo Senese, loro relatore, ha proposto di collaborare a un progetto di ricerca “portato avanti, oltreché da me, da un team impegnato ormai da diversi anni e timonato dai professori Simone Pisano (Dipartimenti di Scienze Mediche Traslazionali della Federico II e di Neuroscienze del Santobono-Pausilipon) e Gennaro Catone (Dipartimento di Scienze Formative, Psicologiche e della Comunicazione del Suor Orsola Benincasa)”, come informa lo stesso docente. Il loro lavoro di tesi, discusso a fine aprile, ha avuto lo scopo “di indagare gli effetti psicologici delle restrizioni a seguito dello scoppio dell’epidemia da Covid-19 su un campione di adolescenti appartenenti a tre istituti professionali della provincia di Napoli”, racconta Luisa. Il campione analizzato conta “326 studenti compresi tra i 14 e i 19 anni, in prevalenza maschi, intervistati tramite questionari divulgati online grazie alla collaborazione dei docenti dei loro istituti, i quali avevano già collaborato in precedenza con il gruppo di ricerca interateneo – continua la neolaureata – e da questo abbiamo potuto estrapolare dei dati molto interessanti”. Si è proceduto all’analisi di tre grandi domini di impatto, cioè le caratteristiche del contesto degli studenti, i cambiamenti nelle loro abitudini quotidiane e la preoccupazione relativa al contagio: “le misure restrittive hanno costretto le famiglie a interfacciarsi con problemi relativi alle condizioni economiche e al sovraffollamento degli spazi domestici, e infatti è emerso che oltre il 50 per cento degli intervistati condivide la propria stanza con un’altra persona e che non tutti hanno dispositivi digitali adeguati alle esigenze di tutti gli appartenenti al nucleo familiare”, chiosa Luisa. Lo studio dimostra anche che si è avuto un cambiamento sostanziale delle abitudini di vita che influisce “sulla psiche degli adolescenti e sul loro modo di percepire il mondo intorno a sé, alterando anche il ciclo sonno-veglia e manifestando i suoi effetti sulle attività della vita quotidiana”, chiosa. Gli effetti possono peggiorare in caso di storie cliniche segnate da psicopatologie pregresse. Lo studio ha messo in luce anche che, diversamente da quanto si crede, “la maggior parte degli studenti intervistati manifesta grande preoccupazione circa la diffusione del contagio, dichiarando di informarsi almeno un’ora al giorno sull’evolversi della situazione epidemiologica e di essere molto preoccupati per l’eventualità che un loro congiunto possa essere infettato”. Grande rilievo è stato dato alle categorie colpite dagli effetti economici della pandemia, “ma non si è detto abbastanza, anzi praticamente nulla, riguardo alle condizioni in cui versano gli adolescenti, che sono stati quasi accusati per il fatto di volersi riunire con gli amici per il famigerato aperitivo”, sostiene Anna. “Quel che non si è considerato – continua – è che essi rientrano in una fase della vita in cui è perfettamente normale il desiderio di relazionarsi con gli altri, poiché caratteristica dell’adolescenza è proprio il confronto sociale, e che anzi la mancanza di questa dinamica può comportare importanti squilibri. La ricerca mette infatti in luce un dato preoccupante: oltre il 47 per cento degli intervistati presenta punteggi di ansia al di sopra del valore soglia e oltre il 14 per cento manifesta punteggi oltre il valore soglia predittivo di sintomatologia depressiva”, afferma la neolaureata. Il lavoro di ricerca è valso alle studentesse una prima pubblicazione scientifica in italiano e in inglese presso due importanti testate di divulgazione scientifica: il Giornale di neuropsichiatria infantile dell’età evolutiva e l’Italian journal of pediatrics. “Grazie alla guida attenta e risolutiva del prof. Senese e del gruppo di ricerca, nonostante la distanza, abbiamo potuto concludere brillantemente il nostro percorso”, sottolineano le due neolaureate che adesso dovranno svolgere il tirocinio abilitante. E “una scuola di specializzazione per psicoterapeuti. L’intento è quello di lavorare a contatto con le problematiche della sfera evolutiva, dell’infanzia e dell’adolescenza”.
L’alterazione del ciclo sonno-veglia durante la pandemia tocca non solo gli adolescenti, racconta Salvatore Mingione, neolaureato di Psicologia applicata ai contesti istituzionali, la cui tesi si è proposta proprio l’obiettivo di andare a rilevare il cambiamento nelle abitudini del sonno degli intervistati dopo le misure restrittive. Tutto nasce con “l’amore per la materia del prof. Gianluca Ficca, la Cronopsicologia, che mi ha portato ad abbracciare la sua proposta di aderire a una ricerca promossa dal Laboratorio di Psicofisiologia del sonno, in collaborazione con le Università di Firenze e di Padova”, racconta Salvatore. Lo studio si è avvalso di un questionario online al quale hanno risposto 1622 persone di età compresa tra i 18 e i 79 anni. “Il mio lavoro si è incentrato sull’analisi dei dati per trarne delle conclusioni con il prezioso aiuto di un dottorando”, chiosa. L’indagine ha riguardato tre momenti determinanti, il primo lockdown, l’allentamento delle misure restrittive nel corso dell’estate e il conseguente inasprimento di novembre. “Sin da subito si è notata un’alterazione del ritmo sonno-veglia – dice il neolaureato – dopo il DPCM di marzo 2020 le persone trascorrevano più tempo a letto ma riposavano meno, e questo perché faticavano ad addormentarsi e il loro sonno veniva interrotto più volte. Inoltre, avevano posticipato l’orario per andare a dormire. La qualità del sonno è risultata alterata anche per coloro che hanno mantenuto le proprie posizioni lavorative, ed è presumibile che questo sia dovuto alla percezione della condizione di emergenza”. Con l’arrivo dell’estate si è avuto invece “un ritorno alle abitudini prepandemiche, con un sensibile miglioramento della qualità del sonno”. Il dato più interessante, tuttavia, è quello che riguarda la seconda ondata, che ha portato alla chiusura di novembre: “in questo caso si è notato che le abitudini sono rimaste impostate sui valori prepandemici, mentre la qualità del sonno è nuovamente peggiorata”, chiosa Salvatore. Cosa si estrapola da questo dato? “Che ad ogni inasprimento delle misure restrittive, a causa dell’ansia e dello stress da queste generati, consegue un peggioramento della qualità del sonno, ancor più in condizioni di psicopatologie pregresse”. Soddisfatto dei risultati ottenuti, Salvatore pensa di “affrontare il tirocinio abilitante e cercare lavoro in qualche azienda”.
Nicola Di Nardo

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