“Credo che, sulla base delle esperienze acquisite, sia come preside della Facoltà di Lettere della Seconda Università, sia come membro del Senato Accademico e, da ultimo, come presidente della Sicsi, di aver maturato delle ipotesi di conduzione di una Facoltà di Lettere in un delicato momento di transizione. Ci troviamo di fronte alla necessità di dover adeguare un meccanismo -il tre più due- appena partito, al decreto 270 che, di fatto, ridisegna l’intero ordinamento degli studi”, afferma il prof. Arturo De Vivo, ordinario di Letteratura Latina e direttore della Sicsi (Scuola Interuniversitaria Campana di Specializzazione all’Insegnamento), il quale si candida alla presidenza della Facoltà. Sposato con due figli, cinema di qualità e musica per hobby, De Vivo si è laureato a Napoli in Latino con il professor Salvatore. Ha iniziato la carriera nel ’73 come assistente incaricato frequentando gli allievi del professor Arnaldi. E’ poi diventato associato nell’Università della Calabria, poi un breve ritorno a Napoli ed ancora uno spostamento, questa volta a Bari da ordinario. Poi l’esperienza da Preside alla Facoltà di Lettere della Seconda Università e il ritorno alle origini alla Federico II.
De Vivo non vuol sentir parlare di campagna elettorale. Accetta l’intervista, senza tuttavia entrare in questioni di politica accademica. “In questo momento aprire il dibattito elettorale potrebbe distrarre la Facoltà da problemi concreti che vanno risolti. Ora occorre collaborare con la conduzione del preside Nazzaro, con i direttori di dipartimento ed i presidenti dei corsi di laurea per perseguire tutti insieme gli obiettivi che si sono prefissati. Trovo molto saggio la decisione di Nazzaro di destinare i mesi di marzo ed aprile al periodo elettorale, visto che si sono già manifestate delle candidature”.
Professore, tuttavia, una domanda deve consentircela. In lizza per la presidenza ci sono due grossi nomi, quello suo e quello del professor Eugenio Mazzarella, che esprimono due anime culturali della facoltà: una relativa al mondo filologico–classico e l’altra al sapere filosofico. Due nomi importanti. Perché non si è convenuto su un’unica candidatura? C’è una spaccatura in facoltà? “Credo che i punti di vista possono essere diversi per tipo di formazione ma che non possano che convergere verso un solo obiettivo: portar fuori la Facoltà da un momento di transizione difficilissimo, per arrivare ad una dimensione culturalmente e politicamente stabile. Ben vengano, dunque, le candidature ed il dibattito. Non parlerei, tuttavia, di spaccatura. Semmai, siamo in una fase che definirei interessante. Ci sono persone disposte a mettere a disposizione la loro esperienza per un progetto di sviluppo per la Facoltà. Il professor Mazzarella è persona di notevole spessore. Sicuramente ne verrà fuori un confronto che arricchisce e consente una discussione più libera e più vivace”.
Pensa che alla guida della Facoltà debba esserci un intellettuale oppure un manager? “Non dobbiamo mai perdere di vista che l’Università è fondamentalmente un luogo di formazione. Per cui anche le competenze manageriali devono essere finalizzate unicamente al discorso culturale della formazione ed insistere nella ricerca. Sono questi i punti fondamentali che un preside deve perseguire. Le capacità di gestione sono sicuramente necessarie ma devono essere interpretate come strumenti per adempiere agli impegni assunti”.
E lei si sente più un intellettuale o un manager? La spaventa l’idea di abbandonare i suoi studi? “No, affatto. Ho già vissuto un’esperienza alla Seconda Università ed anche quella, non meno complicata, alla direzione regionale della Sicsi. Se non si riuscisse a coniugare i compiti istituzionali con la prosecuzione dell’attività di ricerca, si avrebbe come conseguenza un cattivo preside ed un cattivo ricercatore”.
Che ricordo ha della sua esperienza (è stato preside dal 1995 al 1998) alla Facoltà di Lettere della Seconda Università? “Ho un ricordo positivo, che ha lasciato traccia in rapporti di amicizia con colleghi ed operatori culturali del territorio; rapporti che continuano tutt’oggi con il rettore Grella e tanti amici. Una cosa che mi fa molto piacere. Non ho nessun rimpianto, anche se mentre la Facoltà decollava ed acquisiva gli spazi in cui ora insiste, l’ho lasciata per tornare alla Federico II”. La motivazione del ritorno a Napoli: “la Facoltà di Lettere della Sun, di cui, ripeto, ho un bellissimo ricordo, era ed è incardinata in un Corso di Laurea in cui la mia materia era, tutto sommata, sì importante, ma non aveva un ruolo predominante. Mi rivolgevo a studenti a cui la conoscenza del Latino era assolutamente accessoria. Ho fatto una scelta di tipo culturale. Ho preferito ritornare in una Facoltà che mi consentisse di confrontarmi con studenti e colleghi e proseguire la mia attività di ricerca nell’ambito della Filologia Classica”.
Nel caso in cui dovesse essere eletto quale sarà il suo primo impegno? Si muoverà in continuità con il preside uscente Nazzaro, oppure cambierà direzione? “La velocità dei cambiamenti che caratterizza la vita universitaria non consente previsioni nemmeno su tempi brevi. Attualmente la sede della Facoltà di Lettere è un cantiere aperto. Mi auguro che i lavori possano terminare al più presto ed in qualche modo si ritorni alla normalità. Occorre trovare, finalmente, una dimensione consolidata dopo la fatica di questi anni. Spero di poter assecondare questo processo di cambiamento e di poter indirizzare la Facoltà verso il futuro che le spetta”.
Come giudica l’operato del preside Nazzaro? “Forse, anzi togliamo il forse, la presidenza del professor Nazzaro è quella che ha dovuto fare i conti con i cambiamenti più violenti in cui l’Università è stata coinvolta negli ultimi anni. Le risposte fornite sono il frutto della capacità di lavoro che il preside ha sempre avuto. Chiunque lo sostituirà deve riconoscere lo sforzo durissimo di Nazzaro”.
Qual è il suo rapporto con gli studenti? “Con gli studenti ho sempre avuto un ottimo dialogo. E, devo dire, che sono apprezzato, visto il risultato della valutazione. Gli studenti hanno bisogno di servizi e di attrezzature: sarà questo uno dei miei impegni. Occorre procedere ad un monitoraggio sui dati del nuovo ordinamento. A marzo sarà completato il primo triennio. Sarà questa l’occasione per verificare la percentuale dei laureati, le zone di sofferenza, per intervenire laddove si evidenziano i punti di criticità. E’ evidente che la trasformazione dell’Università si gioca tutta sulla formazione degli studenti, e sugli obiettivi formativi che vanno raggiunti attraverso la qualità del servizio che si offre. In questo il tutoraggio diventa l’elemento chiave”.
Infine, un giudizio sulla riforma: “ha comportato una profonda innovazione dal momento che la Facoltà ha un’offerta didattica molto più variegata, con più corsi di laurea. Se prima lo sbocco naturale del laureato in Lettere era l’insegnamento, oggi si è aperto un ampio ventaglio di proposte. Sul mercato avremo figure professionali completamente nuove”. E’ ancora presto, però, per i bilanci: “ritengo che i risultati vadano ancora sperimentati”. La scure del costo zero: “si è moltiplicata l’offerta didattica ma con strutture invariate. Cosa che ha comportato notevoli difficoltà per docenti e studenti”.
Elviro Di Meo
De Vivo non vuol sentir parlare di campagna elettorale. Accetta l’intervista, senza tuttavia entrare in questioni di politica accademica. “In questo momento aprire il dibattito elettorale potrebbe distrarre la Facoltà da problemi concreti che vanno risolti. Ora occorre collaborare con la conduzione del preside Nazzaro, con i direttori di dipartimento ed i presidenti dei corsi di laurea per perseguire tutti insieme gli obiettivi che si sono prefissati. Trovo molto saggio la decisione di Nazzaro di destinare i mesi di marzo ed aprile al periodo elettorale, visto che si sono già manifestate delle candidature”.
Professore, tuttavia, una domanda deve consentircela. In lizza per la presidenza ci sono due grossi nomi, quello suo e quello del professor Eugenio Mazzarella, che esprimono due anime culturali della facoltà: una relativa al mondo filologico–classico e l’altra al sapere filosofico. Due nomi importanti. Perché non si è convenuto su un’unica candidatura? C’è una spaccatura in facoltà? “Credo che i punti di vista possono essere diversi per tipo di formazione ma che non possano che convergere verso un solo obiettivo: portar fuori la Facoltà da un momento di transizione difficilissimo, per arrivare ad una dimensione culturalmente e politicamente stabile. Ben vengano, dunque, le candidature ed il dibattito. Non parlerei, tuttavia, di spaccatura. Semmai, siamo in una fase che definirei interessante. Ci sono persone disposte a mettere a disposizione la loro esperienza per un progetto di sviluppo per la Facoltà. Il professor Mazzarella è persona di notevole spessore. Sicuramente ne verrà fuori un confronto che arricchisce e consente una discussione più libera e più vivace”.
Pensa che alla guida della Facoltà debba esserci un intellettuale oppure un manager? “Non dobbiamo mai perdere di vista che l’Università è fondamentalmente un luogo di formazione. Per cui anche le competenze manageriali devono essere finalizzate unicamente al discorso culturale della formazione ed insistere nella ricerca. Sono questi i punti fondamentali che un preside deve perseguire. Le capacità di gestione sono sicuramente necessarie ma devono essere interpretate come strumenti per adempiere agli impegni assunti”.
E lei si sente più un intellettuale o un manager? La spaventa l’idea di abbandonare i suoi studi? “No, affatto. Ho già vissuto un’esperienza alla Seconda Università ed anche quella, non meno complicata, alla direzione regionale della Sicsi. Se non si riuscisse a coniugare i compiti istituzionali con la prosecuzione dell’attività di ricerca, si avrebbe come conseguenza un cattivo preside ed un cattivo ricercatore”.
Che ricordo ha della sua esperienza (è stato preside dal 1995 al 1998) alla Facoltà di Lettere della Seconda Università? “Ho un ricordo positivo, che ha lasciato traccia in rapporti di amicizia con colleghi ed operatori culturali del territorio; rapporti che continuano tutt’oggi con il rettore Grella e tanti amici. Una cosa che mi fa molto piacere. Non ho nessun rimpianto, anche se mentre la Facoltà decollava ed acquisiva gli spazi in cui ora insiste, l’ho lasciata per tornare alla Federico II”. La motivazione del ritorno a Napoli: “la Facoltà di Lettere della Sun, di cui, ripeto, ho un bellissimo ricordo, era ed è incardinata in un Corso di Laurea in cui la mia materia era, tutto sommata, sì importante, ma non aveva un ruolo predominante. Mi rivolgevo a studenti a cui la conoscenza del Latino era assolutamente accessoria. Ho fatto una scelta di tipo culturale. Ho preferito ritornare in una Facoltà che mi consentisse di confrontarmi con studenti e colleghi e proseguire la mia attività di ricerca nell’ambito della Filologia Classica”.
Nel caso in cui dovesse essere eletto quale sarà il suo primo impegno? Si muoverà in continuità con il preside uscente Nazzaro, oppure cambierà direzione? “La velocità dei cambiamenti che caratterizza la vita universitaria non consente previsioni nemmeno su tempi brevi. Attualmente la sede della Facoltà di Lettere è un cantiere aperto. Mi auguro che i lavori possano terminare al più presto ed in qualche modo si ritorni alla normalità. Occorre trovare, finalmente, una dimensione consolidata dopo la fatica di questi anni. Spero di poter assecondare questo processo di cambiamento e di poter indirizzare la Facoltà verso il futuro che le spetta”.
Come giudica l’operato del preside Nazzaro? “Forse, anzi togliamo il forse, la presidenza del professor Nazzaro è quella che ha dovuto fare i conti con i cambiamenti più violenti in cui l’Università è stata coinvolta negli ultimi anni. Le risposte fornite sono il frutto della capacità di lavoro che il preside ha sempre avuto. Chiunque lo sostituirà deve riconoscere lo sforzo durissimo di Nazzaro”.
Qual è il suo rapporto con gli studenti? “Con gli studenti ho sempre avuto un ottimo dialogo. E, devo dire, che sono apprezzato, visto il risultato della valutazione. Gli studenti hanno bisogno di servizi e di attrezzature: sarà questo uno dei miei impegni. Occorre procedere ad un monitoraggio sui dati del nuovo ordinamento. A marzo sarà completato il primo triennio. Sarà questa l’occasione per verificare la percentuale dei laureati, le zone di sofferenza, per intervenire laddove si evidenziano i punti di criticità. E’ evidente che la trasformazione dell’Università si gioca tutta sulla formazione degli studenti, e sugli obiettivi formativi che vanno raggiunti attraverso la qualità del servizio che si offre. In questo il tutoraggio diventa l’elemento chiave”.
Infine, un giudizio sulla riforma: “ha comportato una profonda innovazione dal momento che la Facoltà ha un’offerta didattica molto più variegata, con più corsi di laurea. Se prima lo sbocco naturale del laureato in Lettere era l’insegnamento, oggi si è aperto un ampio ventaglio di proposte. Sul mercato avremo figure professionali completamente nuove”. E’ ancora presto, però, per i bilanci: “ritengo che i risultati vadano ancora sperimentati”. La scure del costo zero: “si è moltiplicata l’offerta didattica ma con strutture invariate. Cosa che ha comportato notevoli difficoltà per docenti e studenti”.
Elviro Di Meo








