Giovanna Botteri del Tg3 incanta gli studenti

Dopo l’incontro introduttivo con Marco Fabbri, il ciclo di seminari di giornalismo su La guerra vista dalle donne a L’Orientale viene inaugurato da Giovanna Botteri, il 28 aprile, corrispondente per il Tg 3 Rai in Iraq e Afghanistan, prima ancora nei Balcani e in Africa. La Botteri si dichiara felice di parlare a studenti che “si preparano a raccogliere la nostra eredità”, soprattutto in un momento in cui sull’informazione di guerra “arrivano messaggi sbagliati”. Partiamo dall’attualità, dice, dal rapimento di Daniele Mastrogiacomo. “Parallelamente a Matrogiacomo è stato sequestrato il corrispondente della Bbc Alan Jonston a Gaza. In Italia Mastrogiacomo è stato nell’apertura di tutti i tg e sulla prima pagina dei quotidiani, per tutto il periodo del rapimento. La Bbc invece, il giorno del rapimento di Jonston, ha aperto il telegiornale con la notizia sul nucleare iraniano, parlando solo in un secondo momento del suo reporter. Il nostro giornalismo è assolutamente autoreferenziale. Non è quello che insegnavano i nostri maestri, da Hemingway a Kapuscinsky, a Terzani. Il nostro mestiere è raccontare, non essere raccontati”.  Un mestiere, quello del corrispondente di guerra, “difficile sia dal punto di vista personale, perché si bruciano molti rapporti, sia tecnico, perché bisogna conoscere la guerra per trattarla”. Una necessità non semplice “per una che come me si è sempre interessata soprattutto a chi la guerra la subisce, i profughi e le vittime. Ma come professionista ho dovuto frequentare corsi militari, imparando a riconoscere il pericolo e il nemico: sono cose che ti salvano la vita”. Un pericolo molto concreto se si pensa che solo nei Balcani furono 60 i morti tra reporter e fotografi. Perché ad un certo punto del conflitto i giornalisti diventano bersagli, nessuno ama i testimoni, soprattutto quelli ‘non embedded’, non legati alle fonti ufficiali, che ficcano il naso in giro. Ma nonostante queste necessità tecniche, “la guerra la racconto guardando alla vita quotidiana, alle madri e ai bambini, spesso i più esposti. Prima, nelle cronache di guerra, si parlava quasi solo dei soldati e del fronte. Le donne reporter hanno portato una visione nuova. Stare con i civili ha dimostrato sempre più che la guerra non ha niente di eroico e romantico ma è qualcosa di miserabile, fatta della puzza per la mancanza di acqua, i cadaveri, il sangue e la sporcizia; qualcosa che distrugge la quotidianità, la dignità e il valore dell’uomo, come oggi in Iraq. E’ stato come aggiungere un necessario controcampo al campo dello sguardo al maschile”. 
Riguardo alla preparazione che precede la partenza, “mi sono scontrata spesso con Santoro”, racconta; “per lui l’inviato dovrebbe arrivare senza conoscere nulla ed avere un approccio del tutto istintivo per produrre un racconto vicino alla realtà e privo di ideologia. Io credo invece che ci voglia un grande lavoro di preparazione e studio della lingua e della cultura dei luoghi: è difficile muoversi senza sapere cose così importanti in quei territori, come non saper distinguere sciiti e sunniti in Iraq”. Tutto questo fa la differenza tra un vero inviato e “uno che rimane sul terrazzo dell’hotel”. Perché anche se le tecnologie degli ultimi anni hanno permesso grandi facilitazioni, “i motivi per cui parti restano sempre gli stessi: essere occhio e cuore di chi ti guarda o legge a casa”. E il fatto che il governo italiano non abbia più permesso di andare in Iraq dopo la Sgrena, ha fatto si che quella guerra si sia allontanata da noi sempre più, trasformata in “una routine terribile di soli numeri. Mentre il compito dell’inviato è proprio quello di dare volti e storie a tutti quei numeri: è un ingegnere di ponti tra realtà diverse, che ha il compito di fare capire che siamo cittadini del mondo, e che ci legano alle vittime di questi conflitti apparentemente lontani molti più punti in comune di quello che crediamo”. 
Prossimi appuntamenti del seminario: il 10 maggio con Monica Maggioni ed il 12 con Maria Cuffaro, ore 10.00 rispettivamente a Palazzo Du Mesnil e a Palazzo del Mediterraneo. 
Viola Sarnelli
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