Gli studenti africani “motivati, rispettosi, allegri”

Motivati, rispettosi, allegri. Tre aggettivi per descrivere gli studenti della Facoltà di Medicina di Gulu, in Uganda, nel racconto della prof.ssa Stefania Montagnani, docente di Anatomia della Federico II rientrata il mese scorso dall’Africa. Assieme ai suoi colleghi Greco, Carlomagno e Colantuoni la prof. Montagnani ha preso parte alla spedizione africana per dare un contributo alle lezioni del secondo semestre. La Facoltà è nata grazie al progetto Gulunap, dello stesso prof. Luigi Greco, docente di Pediatria. Dopo la firma dell’accordo tra il Federico II e l’Università di Gulu, nel dicembre 2003, il progetto ha preso concretamente il via lo scorso ottobre, con la partenza di un gruppo di docenti napoletani che hanno partecipato alle attività didattiche del primo semestre. Ai professori locali si sono dunque aggiunti quelli della Federico II, che anche durante il secondo semestre hanno offerto il  loro apporto didattico-scientifico a una classe formata da cinquantanove studenti, provenienti da diverse aree dell’Uganda. Tutti motivati, rispettosi, allegri (“fanno vita di campus, sono sempre insieme e fanno gruppo ”). Caratteristiche tutt’altro che scontate se si pensa che ben 32 di questi ragazzi hanno vissuto la difficile realtà dei campi profughi. Una sorpresa per la stessa prof. Montagnani, che dice: “mi ha molto colpito il rispetto e la correttezza degli studenti nei confronti delle istituzioni”. Piccoli segnali, come ad esempio il modo di vestire: “sempre ordinati e ben vestiti, anche quando provenivano da una realtà disagiata. Un modo di presentarsi, se vogliamo, formale, che però è indice del sentimento di rispetto che gli studenti provano verso l’università”. Altro aneddoto significativo, quello riguardante le prove scritte: “dopo anni di lotte con gli studenti napoletani per cercare di non farli copiare durante i compiti scritti, sono rimasta meravigliata dalla correttezza dimostrata dai ragazzi di Gulu nell’affrontare le medesime prove. Erano seduti vicino e pur avendo compiti uguali, non facevano il minimo tentativo di copiare o suggerirsi, anzi, cercavano di posizionarsi in modo da non guardare gli altri neppure per caso”. E’ un comportamento che richiama alla memoria altri tempi e altri costumi, “può ricordare la nostra università di trent’anni fa”, dice la professoressa. Gli anni in cui l’università veniva vista come un grande motore di avanzamento sociale. E’ il sentimento che vivono i giovani studenti di Gulu e che contribuisce ad alimentare la loro motivazione. “Motivati e attenti”, questo dice di loro la prof. Montagnani, non solo per via del modo di rapportarsi ai docenti e ai colleghi ma anche per la passione profusa nello studio della medicina. “Il corso di studi in Africa dura cinque anni- spiega la professoressa- I ragazzi hanno una formazione di tipo anglosassone, prima di iscriversi alla facoltà universitaria frequentano il college. Ciò che caratterizza il percorso che fanno per diventare medici è la forte tensione professionalizzante, dal momento che subito dopo la laurea saranno chiamati ad essere operativi”. E’ diversa anche l’attenzione prestata a determinati insegnamenti, per le esigenze sanitarie cui si dovrà rispondere: “viene data molta importanza alla parte clinica e a quella chirurgica dei programmi. Si tratta di territori in cui la vita media è di 42 anni e difficilmente si lavorerà ad esempio nel campo della geriatria. In Africa si soffre molto per la malaria, per l’Aids, per malattie tropicali. Le prospettive di utilizzazione dei medici sono diverse che da noi”.  Anatomia, l’insegnamento della prof. Montagnani, è stato caratterizzato da una peculiarità didattica: la possibilità di lavorare su dei cadaveri. “A Napoli non si fa praticamente mai, e se anche si potessero utilizzare dei corpi umani non avremmo le strutture adatte a farlo. Non è così in tutta Italia, ci sono delle regioni, come ad esempio il Veneto, in cui si può studiare l’Anatomia umana anche effettuando sezioni su cadaveri. Molto dipende dalla predisposizione culturale che si ha a mettere a disposizione dell’università i corpi dei defunti”.
Un’esperienza a contatto con un ambiente naturale affascinante e con persone “eccezionali, assolutamente non banali”, hanno fatto tornare a casa la prof. Montagnani con un desiderio: “mi piacerebbe organizzare uno scambio culturale tra gli studenti italiani e quelli africani”. 
Sara Pepe
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