Il Distabif in Congo

“Innanzitutto, ci tengo a precisare: non sono un fotografo”, è una voce quasi imbarazzata quella che parla, ma da cui traspare una gran voglia di raccontare il proprio mondo e la propria esperienza. All’altro capo del telefono c’è il prof. Dario Tedesco, docente di Geochimica e di Vulcanologia al DISTABIF (Dipartimento di Scienze e Tecnologie Ambientali, Biologiche e Farmaceutiche), autore di alcuni scatti esposti nel Dipartimento a partire dal 19 gennaio e per una settimana. Il tema della mostra? Il Congo.
È una storia che parte da lontano: “Come Dipartimento, lavoriamo in Congo dal 2002, io anche da prima. In quell’anno il vulcano Nyiragongo rase al suolo un’intera città, la città di Goma. Lì ci occupiamo di capacity building per conto delle Nazioni Unite, e siamo finanziati daII’Unione Europea e da altre organizzazioni internazionali. In pratica, il nostro compito è migliorare le capacità locali a livello di previsione e prevenzione di disastri naturali, in particolare delle eruzioni vulcaniche; lo facciamo da un lato cercando di migliorare le capacità scientifiche dei ricercatori locali, e dall’altro rivolgendoci direttamente alle scuole primarie e secondarie”.
Tredici anni di studio del territorio dunque, uno studio che passa anche per l’analisi delle immagini. E così arriviamo alla mostra e alle foto scattate dal prof. Tedesco: “La maggior parte delle immagini è presa da elicottero, e questo per un motivo molto semplice: la guerra civile. Molte zone sono impossibili da raggiungere per motivi di sicurezza, e da qui l’esigenza di analizzare foto che possano essere ingrandite a piacimento e riguardate con calma”. Si parla, quindi, di foto nate per esigenze prettamente scientifiche, utili al lavoro di ricerca del Dipartimento, e che non hanno mai avuto altre pretese. A queste si aggiungono scatti naturalistici, fotografie che ritraggono i luoghi congolesi in maniera più lirica. In entrambi i casi sono foto che nascondono un doppio livello. Il primo è scientifico, naturale, il livello che serve a tracciare il lavoro di ricerca del professore. Il secondo è forse quello fruibile da un pubblico più ampio, perché le foto sono state selezionate considerando anche la loro particolarità: “Sono foto un po’ uniche, non perché particolarmente belle ma perché nessuno può accedere a quelle zone, e di conseguenza nessuno le aveva mai fotografate, se non altri operatori del settore”.
Quella ospitata dal Dipartimento, quindi, non è stata una mostra per i soli addetti ai lavori. Con quelle foto è andato in scena il tentativo di raccontare un paese difficile nel cuore dell’Africa, e insieme con esso l’importanza del lavoro pluriennale della SUN: “È un paese complesso, un paese fatto di rumori, di voci. Qualcuno dice una cosa e quella cosa si propaga a macchia d’olio, fino a diventare verità. Abbiamo lavorato su quella che si credeva essere una fossa comune creata in conseguenza dei massacri compiuti dagli M23, un gruppo armato ribelle che aveva occupato Goma. In quell’occasione abbiamo collaborato insieme al Dipartimento di Matematica e Fisica per datare i resti al carbonio14 e abbiamo scoperto che si trattava di un cimitero un po’ sui generis, il che vuol dire che non c’era stato alcun massacro. Non è stata un’ esperienza da tutti i giorni lavorare su degli scheletri”.
Situazioni difficili, scenari di guerra e, in mezzo a questa complessità, immagini che raccontano la vita e la morte. Come le foto di persone la cui vita è finita tra le esalazioni di gas vulcanici, immagini utilizzate per mettere in guardia contro alcune zone ad alto rischio perché, come ricorda il professore, la guerra genera migliaia e migliaia di profughi che tendono ad insediarsi nelle zone non presidiate, spesso le più pericolose. Oppure le foto di una casa distrutta da due missili: “Era la mia. Per fortuna non ero dentro quando è stata rasa al suolo”. Foto anche forti, che rendono la testimonianza del prof. Dario Tedesco una testimonianza ad alto impatto emotivo. Ma non per forza dal punto di vista tragico: “In Congo, e solo in questa zona, vive una particolare specie di gorilla: il gorilla di montagna. Collaborando con il parco naturale, abbiamo avuto la possibilità di accedere a quest’area ristretta, sempre attraverso numerosi permessi”. E le foto scattate sono una testimonianza di quell’occasione straordinaria, che ha portato gli scienziati dell’Università casertana ad entrare in contatto con una specie di gorilla che conta circa trecento esemplari in tutto il mondo. “Una delle nature più belle in assoluto, che però sta morendo a vista d’occhio. Vicino Goma c’è una foresta al centro di due vulcani che si sta riducendo di anno in anno, perché il legno serve a produrre carbone da usare poi per cucinare. Insomma, è un posto un po’ particolare”. Particolare, difficile, stratificato, rischioso, ma niente che impedisca al prof. Tedesco di tornare in Congo. “Noi crediamo fortemente in questa collaborazione nord-sud, perché non è possibile che siano sempre altri ad andare giù per appuntarsi gli onori del lavoro svolto. Collaborare vuol dire anche dare la possibilità agli altri di imparare e di elevarsi. Per non rimanere sempre succubi di qualcun altro che arrivi dal nord. Questa è un po’ la nostra filosofia, in cui abbiamo coinvolto anche alcuni studenti che sono venuti a lavorare giù con noi. Sempre al fianco degli studenti congolesi, mai in una posizione di superiorità, con lo scopo di renderli indipendenti e liberi. Si è sempre meridionali di qualcuno, e loro sono sempre a sud di tutti: questo non è possibile”.
Valerio Casanova
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