Cernobyl, 40 anni dopo: le testimonianze dei liquidatori

Cernobyl, 40 anni dopo. A Scienze Sociali le testimonianze dei liquidatori che operarono al recupero della zona del disastro. “Un pensiero, un momento di discussione, sulle conseguenze che questo evento ha avuto su tutti noi, per ricordarci che stiamo giocando la stessa partita. Riflettiamo quando assistiamo ad eventi drammatici, come quelli odierni, che ci lasciano con questa disarmante sensazione di impotenza”: le parole della Direttrice del Dipartimento Dora Gambardella, in apertura dell’incontro tenutosi il 15 aprile nell’ambito del corso di Antropologia della comunicazione. “Riflettiamo su quanto sia pericolosa l’energia nucleare, soprattutto in questo momento storico”. Il console generale dell’Ucraina a Napoli, Maksym Kovalenko, ha ricordato l’anniversario della tragedia come un periodo di profonda difficoltà collettiva e personale (“la mia famiglia è stata separata”).

La cesura storica

Ha proposto un’inedita lettura della catastrofe (“Cernobyl è un simbolo di vita”) il prof. Enzo Vinicio Alliegro, docente di Discipline demoetnoantropologiche. La disputa tra progresso e distruzione, un presente scandito dalla crisi energetica che riporta il nucleare al centro della discussione: i temi dell’intervento. L’incidenza del disastro sulla società: il fulcro dell’analisi della prof.ssa Elisabetta Bini, docente di Storia contemporanea al Dipartimento di Studi Umanistici.

“La nube radioattiva supera i confini della cortina di ferro, legando il locale al globale in maniera del tutto inedita”. La docente, specializzata negli studi sull’energia nucleare, mostra Cernobyl come una grande “cesura storica”, un passaggio fondamentale nella storia del ’900 e della guerra fredda che comporta l’accelerazione della caduta dell’Unione Sovietica e “l’affermarsi dei movimenti ambientalisti in gran parte dei paesi europei e non solo”.

Il caso italiano: “L’Italia fu caratterizzata da un’opposizione senza precedenti di civili e scienziati”, afferma la relatrice, ripercorrendo le manifestazioni e le decisioni prese in seguito al referendum del ’97 terminato con la vittoria schiacciante del “no” e con l’uscita dell’Italia dal programma nucleare. La “cesura” determinata dal disastro di Cernobyl anche nell’intervento di Tamara Mykhaylyak, ricercatrice presso il Dipartimento di Scienze Sociali e membro del Comitato scientifico e organizzativo.

Tra le drammatiche eredità di Cernobyl un ulteriore aspetto spesso trascurato, la distruzione culturale: “villaggi un tempo vivi vengono ridotti al silenzio, scompaiono i dialetti e le tradizioni che rappresentano l’anima della comunità”. Tra le case deserte e la distruzione di una natura che un tempo fungeva da principale mezzo di sostentamento, la ricercatrice mette in luce il legame profondo tra territorio e cultura: “quanto costruito nel corso dei secoli viene abbattuto” ma non tutto è perduto. Un messaggio di speranza: “non pensiamo ad una morte definitiva, ma ad una fase di profonda sospensione. Questi luoghi vivono nei racconti, nelle foto e nelle testimonianze”.

Le scorie e i sarcofaghi

Momento centrale dell’evento sono state proprio le testimonianze dirette di due liquidatori di Cernobyl: Sergii Vashchuk, ufficiale in congedo delle forze armate ucraine, e il dott. Volodymir Chartorynskyi. Vashchuck ha ripercorso la storia dell’energia nucleare, dalle prime sperimentazioni belliche fino alla tragedia del 1986. “La maggior parte dei test nucleari furono eseguiti in cinque grandi poligoni, all’epoca nessuno pensava ai problemi ecologici. La gente locale veniva usata come cavia.

Molte persone dopo questi test sono state esposte ad altissime dosi di radioattività”. All’epoca la sindrome da radiazioni non era nota, l’ex ufficiale ricorda: “un giorno, correndo durante gli allenamenti militari, non mi sono sentito bene, avevo la pressione altissima e sono stato ricoverato. Nessuno mi ha diagnosticato la sindrome da radiazioni, tuttavia ne era la causa provocata dall’intenso lavoro di liquidazione”. Chartorynskyi descrive le drammatiche fasi successive all’esplosione: l’intervento dei vigili del fuoco ignari della pericolosità del perimetro contaminato, l’evacuazione di oltre 100 mila persone e il lavoro di oltre 600 mila liquidatori, “la maggior parte del corpo dei militari di riserva, venivano chiamati partigiani”.

Per svolgere i lavori di liquidazione si cercò di impiegare dei robot tecnici cinesi, giapponesi e tedeschi, ma si ruppero in poco tempo. Molteplici le complessità del lavoro di liquidazione: “L’incendio fu estinto dopo dieci giorni, dopo si passò alla raccolta del materiale radioattivo composto da cemento, diossido di uranio e molto altro. Il fondo radioattivo era tanto alto che una semplice scheggia ricca di grafite e diossido di uranio avrebbe garantito una rapida diffusione della malattia provocata dalle radiazioni. Ci chiedemmo: cosa fare con le scorie radiative? Impiegammo le cosiddette mogily, ovvero tombe di scorie, che venivano ricoperte dal suolo e dall’erba”.

Durante il periodo di liquidazione, dal 1986 al 1990, la costruzione di un grande contenitore che serviva a limitare la fuoriuscita di materiale radioattivo, chiamato sarcofago: “l’intenzione era quella di farlo durare per venti-trenta anni; tuttavia, qualcosa non è andato secondo i piani e il sarcofago non ha retto”. Il testimone racconta di piccole fessure con la fuoriuscita del materiale radioattivo: “sostanze che si perdevano sotto il reattore e si raffreddavano creando solchi definiti ‘piede di elefante’. Il pericolo dell’87 era un’esplosione”.

Venne costruita una nuova struttura di contenimento realizzata con il supporto internazionale e costata due miliardi di euro, un nuovo sarcofago. Oggi questa struttura presenta un buco provocato da un drone russo: “se fosse stato un missile, la zona di inquinamento non si sarebbe estesa per soli trenta chilometri ma fino a Berlino”. Il messaggio conclusivo di Chartorynskyi termina con un messaggio fondamentale: “In queste zone ci sono anche le tombe delle scorie sepolte, possibile materiale reattivo che potrebbe essere utilizzato come una bomba atomica inquinante. Serve mantenere la pace. Le azioni belliche in territori dove sono presenti centrali nucleari non riguardano solo quel luogo, ma tutti i paesi circostanti”.
Carolina Ferraro

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Ateneapoli – n.7 – 2026 – Pagina 22-23

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