Ultimi sei mesi di mandato per il prof. Roberto Tottoli come Rettore de L’Orientale: è tempo di bilanci. Le questioni affrontate nell’intervista rilasciata ad Ateneapoli sono molte: dalla riforma degli ordinamenti dello scorso anno alla visita della CEV di marzo, fino a uno sguardo retrospettivo sulla gestione della pandemia, riletta oggi anche alla luce delle ricadute sulla comunità studentesca. Nell’analisi rientrano inoltre lo stato della ricerca, il ruolo dell’internazionalizzazione in un contesto globale segnato da crisi che hanno inciso anche sul rapporto interno con studentesse e studenti, ma anche il nodo degli spazi, rimasto tra i temi aperti del mandato. Sullo sfondo, infine, le prospettive future dell’Ateneo, tra il calo delle risorse e il passaggio alla nuova governance.
Che Orientale lascia? “Parliamo di un Ateneo che ha cambiato molte cose e avviato una serie di processi. C’è stata un’ampia revisione didattica, l’istituzione di nuovi Corsi – alcuni con curricula in inglese – Master, ottimi progetti di ricerca, siamo cresciuti sul fronte dell’internazionalizzazione e il personale è aumentato. Magari, avrei desiderato che si andasse più lontano in certi settori – penso soprattutto agli spazi – ma si è innescato un movimento che potrà proseguire, se chi mi succederà sarà delle mie stesse idee”.
In questi anni si è parlato molto di innovazione didattica, tant’è che c’è stata una riforma strutturale degli ordinamenti. Qual è il cambiamento concreto che oggi uno studente o una studentessa dell’Orientale percepisce davvero? “La riforma ha specificato i percorsi mantenendo la possibilità di scelta e incrementando discipline e lingue. Dico sempre che la funzione dell’insegnamento delle lingue e delle culture in senso ampio ha una continuità secolare e tradizionale: è e sarà sempre questa la nostra missione. Certo, cambiano gli strumenti. Per questo sono nati percorsi dedicati alle Digital Humanities e si stanno intensificando i dibattiti e i confronti con l’IA. Chi arriva oggi, entra in un Ateneo molto più internazionale che si sta interrogando sull’uso di nuovi strumenti, pur mantenendo la propria vocazione storica”.
Uno dei tre Dipartimenti ha ricevuto due bollini di Eccellenza consecutivi: che giudizio dà alla ricerca in generale? “È un settore a cui ho dedicato grande attenzione. Questi anni di rettorato sono stati accompagnati dalla mia titolarità di un progetto importante, The European Qur’an, che si è concluso da poco. L’intervento in generale è stato forte: abbiamo tolto finanziamenti a pioggia e abbiamo fatto bandi competitivi per sollecitare progettualità europee. Poco tempo fa è stato pubblicato un report di cinque anni che dimostra come si può creare valore notevole con le decine e decine, direi centinaia di linee di ricerca finanziate dall’esterno. È stata una prova di forza di tutti e tre i Dipartimenti, che sono riusciti a distinguersi in un settore non semplice come quello umanistico, giudicato meno impattante e attrattivo di risorse rispetto a quello STEM. Di quanto fatto finora e di come si prepara al futuro l’Ateneo in questo settore sono molto soddisfatto”.
Spazi. “Sarebbe lungo l’elenco delle porte cui si è bussato”
L’internazionalizzazione è uno degli assi portanti per un Ateneo come L’Orientale, ha avuto vantaggi o svantaggi dalle crisi globali? “Se penso alla mobilità per gli studenti e per le attività di ricerca, sicuramente hanno causato non pochi problemi. Penso alla Russia, a tanti Paesi arabi. Detto questo, durante il mio mandato ho visitato tanti Paesi, abbiamo sviluppato rapporti, doppi titoli. È un percorso che, al di là delle sensibilità di chi arriverà, dovrà proseguire”.
Un obiettivo non raggiunto che rappresenta una criticità atavica per l’Ateneo riguarda gli spazi. Cosa si sente di dire? “Questi cinque anni hanno segnato l’unico incremento di spazi degli ultimi vent’anni (Monteverginella e gli spazi 081 in ristrutturazione) ma chiaramente c’è bisogno di molto di più. Resta un grosso problema. Sarebbe lungo l’elenco delle porte cui si è bussato: demanio, Comune, privati, Curia. Non so quanti edifici abbiamo visto – penso alla Zecca, per esempio. La situazione, per un Ateneo come il nostro che vuole restare in centro, ci penalizza. Per la prosperità dell’Orientale bisognerà risolvere prima o poi. La nota positiva è il recupero del patrimonio fondiario di Eboli con un progetto della Regione, utile per consolidare lo stato patrimoniale dell’Ateneo. Resta nel cassetto il Polo delle culture del mondo, che avrebbe avuto una grande funzione cittadina per una città come Napoli, al centro del Mediterraneo: speriamo si possa realizzarlo in futuro”.
L’Ateneo è riuscito a innalzare la no tax area a 24.000 euro e chiude i suoi bilanci in equilibrio, ma la riduzione del FFO nazionale segna il passaggio a un sistema sempre più premiale. Che futuro attende L’Orientale? “Prevedo anni non facili: ci sarà un incremento dei costi fissi, siamo pur sempre un Ateneo di dimensioni piccole senza troppe risorse esterne, se non i beni fondiari di Eboli. Ma questo discorso vale per l’università in generale: la situazione non cambierà finché sarà l’unico settore dello Stato in cui gli incrementi stipendiali non verranno riconosciuti dal finanziamento. Si bloccherà tutto il sistema. Ciononostante, in questi anni, siamo riusciti a recuperare personale, da 200 siamo arrivati a oltre 260 docenti, che ha significato ampliamento dell’offerta. Chiaramente rappresentano anche dei costi, che dovranno spingere a mantenere alta l’attenzione”.
Risorse. “Si entra in un inverno che darà meno possibilità di manovra”
Che rapporto ha avuto con studentesse e studenti? “Credo ci sia stata una buona dialettica. Durante la visita CEV è stata lodata la capacità degli studenti presenti. All’uscita c’era anche un ex Presidente del Consiglio delle Studentesse e degli Studenti che ha sottolineato l’aver avuto visioni diverse, ma penso che questo sia tutt’altro che un problema. Star zitti lo sarebbe stato. C’è stato un dialogo continuo in anni segnati da crisi internazionali in cui non sono mancate esternazioni di idee molto diverse”.
Cosa dirà a chi arriverà dopo di lei? “Partirò dalla visita CEV, dallo sforzo fatto per regolamentare e normare una serie di procedure su cui bisognava intervenire. Così come parlerò di tutti i delegati, dei Coordinatori di Corso e delle figure che hanno lavorato fattivamente nei vari settori. Siamo un Ateneo in cui ci conosciamo tutti e quindi è bene fare le consegne di chi ha agito meglio per poi lasciare scegliere liberamente una propria linea. Ad ogni modo, vedo difficile che si possano attuare stravolgimenti”.
Quale sarà la sfida principale per colui o colei che prenderà il suo posto? “Mantenere la rotta dell’Ateneo con risorse che saranno decisamente inferiori rispetto a quelle di questi ultimi sei anni. Già quest’anno c’è stato un calo notevole, si entra in un inverno (pure demografico, in prospettiva) che darà meno possibilità di manovra. Gli iscritti sono in calo ma siamo su numeri per noi effettivamente sostenibili, l’orientamento lavora da tempo affinché restino costanti. Si dovrà continuare così”.
Claudio Tranchino
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Ateneapoli – n.7 – 2026 – Pagina 3








