Alcuni sono stati assunti con fondi del finanziamento ordinario o con soldi dei PON (risorse europee) per la Ricerca e l’Innovazione. Altri hanno firmato il contratto grazie alle risorse aggiuntive che, negli anni scorsi, sono piovute sugli Atenei attraverso i fondi del PNRR post Covid. Svolgono ricerca, didattica ed attività assistenziale nel Policlinico e guadagnano circa 2400 euro al mese.
Condividono un futuro d’incertezza, perché i loro contratti vanno in scadenza e, ad oggi, non è chiaro quante risorse saranno stanziate per bandire i concorsi attraverso i quali potrebbero dire addio al precariato. Sono i ricercatori a tempo determinato di Medicina. Pasquale Pisapia, trentaseienne napoletano che da 4 mesi è diventato papà, è uno di essi. Laurea in Medicina, specializzazione in Anatomia Patologica, dottorato di ricerca, il 30 dicembre 2021 ha preso servizio come ricercatore di tipo A.
Contratto triennale, rinnovabile al massimo per un biennio, finanziato con fondi PON. Scadrà il 29 dicembre e a quel punto si troverà davanti ad un bivio. Se saranno state stanziate risorse per un concorso di ricercatore tenure track potrà partecipare e, se risulterà vincitore, dopo sei anni potrà ambire alla stabilità come Professore Associato. Se il concorso non sarà bandito o lui non lo vincerà, dovrà dedicarsi ad altro. “Potrei partecipare – dice – ai concorsi come dirigente medico o provare ad essere assunto nelle aziende farmaceutiche che hanno incarichi specifici per medici.
Tutti lavori rispettabilissimi ed importanti, ma io continuo a coltivare il sogno di restare all’università”. Il suo ambito di ricerca è quello dei biomarcatori e delle metodologie per analizzare mutazioni di interesse oncologico. “È un settore sempre più rilevante – spiega – perché nell’oncologia oggi i trattamenti sono sempre più personalizzati e calibrati sulla specificità di quel particolare carcinoma in quel particolare paziente. La medicina oncologica, ma non solo, è sempre più medicina di precisione e personalizzata”. Commenta la sua situazione d’incertezza: “Dopo tanti anni di studio crea sempre un po’ di disagio trovarsi – come si usa dire – appesi.
Mette un po’ di ansia e preoccupazione, crea un po’ di tensione. Ciò detto, io sono fiducioso perché per carattere sono un inguaribile ottimista. Aggiungo che non sono certamente l’unico a vivere questo disagio. Per quel che io sappia e nel solo Dipartimento di Sanità Pubblica, il mio, i ricercatori a tempo determinato in scadenza sono 6. Parlo di quelli assunti su fondi di finanziamento ordinario o su fondi Pon, che terminano il contratto entro dicembre. Ci sono poi i ricercatori che furono assunti con risorse del Pnrr e molti tra essi concluderanno l’esperienza a tempo determinato nel 2027”.
Il problema è anche per la collettività
Tommaso Porcelli ha 40 anni, si è laureato in Medicina a Roma all’Università La Sapienza ed è un endocrinologo. “Sono venuto a Napoli – racconta – al seguito di un docente che nell’ambito dell’endocrinologia studiava un fenomeno che mi interessa. Per passione, insomma. Ho lavorato anche all’estero, per esempio sono stato visiting a Parigi in un istituto oncologico dove prendevo 3000 euro al mese come stipendio base di partenza”.
Anche il suo contratto va a scadere a dicembre. “Se saranno appostati i fondi per il concorso a ricercatore tenure track – dice – parteciperò certamente e mi auguro che quello possa essere il mio passo decisivo verso la stabilizzazione”. Sottolinea poi: “Vero è che magari alla fine una soluzione salterà fuori per i ricercatori a tempo determinato in scadenza di contratto a Medicina.
Il punto, però, è che si vive nell’incertezza e magari chi ha figli e famiglia va all’estero o si dedica ad altro. Cerca un’alternativa negli ospedali o sul territorio. C’è il rischio che persone già formate, le quali si sono impegnate a fondo e con buoni risultati nella ricerca, lascino il campo”. Non è solo un problema per loro, sostiene Porcelli, ma per la collettività. Argomenta: “Ho la sensazione che la manovra generale sia togliere gente dall’università.
Se un ricercatore ai primi passi è umiliato e vessato e poi magari dopo dieci anni riceve pure un calcio nel sedere, finirà che sempre meno persone vorranno svolgere la ricerca in ambito universitario. Mi si potrà dire che la faranno le aziende farmaceutiche ed è vero. C’è però un particolare da non trascurare: le aziende vanno dove le porta il profitto. Concentrano la ricerca sui settori che promettono grandi guadagni, certo non su malattie molto rare o che non garantiscono rilevante ritorno economico. Investiranno meno nella ricerca su un tumore raro che in quella per debellare l’alopecia”.
Relativamente al tema dei ricercatori in scadenza di contratto, peraltro, va anche ricordato che poco più di un mese fa l’Ateneo Federico II ha annunciato di avere ottenuto dal Ministero dell’Università le risorse per 117 nuove assunzioni tra ricercatori e tecnologi grazie al piano straordinario di reclutamento promosso dal Ministero. Consentirà di finanziare, nell’ambito delle 117 assunzioni, quelle di 58 ricercatori a tempo determinato con fondi del PNRR. Nell’occasione il Rettore Matteo Lorito aveva commentato: “Programmiamo in piena sostenibilità almeno 150 nuovi ricercatori in tenure track e circa 250 annualità di proroghe per ricercatori a tempo determinato nei prossimi due anni”. Parole che alimentano la speranza di chi ha il contratto in scadenza.
Fabrizio Geremicca
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