Il futuro dell’Università pubblica, dibattito ad Economia

E’ stata un’utile e proficua occasione per aprire un dibattito sullo stato dell’università pubblica la presentazione del ‘Manifesto per l’Università pubblica’, di Gaetano Azzariti, Alberto Burgio, Alberto Lucarelli e Alfio Mastropaolo. L’evento è stato ospitato il 20 gennaio presso il Dipartimento di Diritto dell’Economia. “Il volume- spiega in apertura il prof. Achille Basile, Preside della Facoltà di Economia- mette insieme gli atti del convegno che si è tenuto il 29 ottobre su ‘Università e Costituzione’. Gli interventi affrontano diversi aspetti: da quelli di carattere più generale a quelli più tecnici che riguardano le questioni toccate dai recenti provvedimenti del Governo. Gli autori, con le tecniche e i modi tipici degli studiosi, hanno, dunque, affrontato quelli che sono i temi propri del movimento di protesta che si è sviluppato negli scorsi mesi”.
Spesa pubblica e 
mobilità sociale
Il testo, in particolare, si concentra sull’analisi delle questioni legate all’articolo 16 della legge 133 relativo alla costituzione delle Università come Istituti di diritto privato. Come evidenzia il prof. Antonio Blandini, docente di  Diritto Commerciale, “il libro ha rappresentato un’occasione di approfondimento”. E aggiunge “io una riforma dell’Università non la vedo, ma vedo solo motivi di preoccupazione”. Entrando nel merito, il Preside Basile sottolinea  come  “il quadro che si sta delineando è quello dello svilimento di alcune delle funzioni tipiche dell’Università pubblica in vista di una privatizzazione che non sarà più in grado di fornire quella mobilità sociale che l’Università in Italia ha permesso negli ultimi  cinquanta anni”. Anche se l’Italia è il ventitreesimo – e quindi il penultimo- paese dell’OCSE per quanto riguarda la mobilità sociale, ricorda il prof. Massimo Marrelli, Presidente del Polo delle Scienze Umane e Sociali, come sia noto e ammesso da tutti gli economisti che “c’è una forte correlazione tra gli indicatori di mobilità sociale e la spesa pubblica”. Ed è proprio sui dati circa la spesa pubblica per l’istruzione, ed in particolare per l’Università, che si concentra l’intervento del prof.Marrelli, con lo scopo di dissipare la nube di dati più o meno attendibili che si sono accumulati sulle pagine dei giornali nelle ultime settimane.“Si sono dette tante falsità sullo stato dell’Università pubblica- sottolinea- e queste hanno aperto la strada al possibile ingresso dei privati”. 
La Federico II
tra le prime 100
università del mondo
Se, infatti, l’Italia è il Paese che investe meno della media dei ventiquattro paesi dell’OCSE nell’Università, con una percentuale dello 0,9 rispetto al PIL, contro una media dell’1,4%, i veri problemi, sottolinea  Marrelli, vengono dal fatto che “l’Italia è il Paese OCSE che spende di più per pagare gli interessi sul debito pubblico. Quindi non sono le spese per l’Università il nostro problema, che anzi sono inferiori alla media, ma è il nostro debito pubblico”. Per ogni studente universitario in Italia vengono spesi, infatti, 7.723 dollari contro i 19mila degli Usa e gli 11.100 della media OCSE, mentre un nostro laureato, dalla scuola materna all’università, costa 94.375 euro contro i 123.326 della media OCSE. Nonostante tutto, la qualità della pubblicazione scientifica è di alto livello e consente, come ricorda ancora Marrelli, alla Federico II di rientrare tra le prime cento università al mondo per numero di pubblicazioni, “anche se siamo ancora lontani per gli altri tre criteri di valutazione, tra i quali rientra il rapporto studenti/docenti che, contro la media OCSE di 15,8, per noi è di 21,8, quindi ci sono sei studenti in più per ogni docente”.
“L’università ha perso dignità culturale”
Da questi dati emerge il quadro significativo di un’Università pubblica italiana che, nonostante la scarsità di investimenti, mantiene alta la qualità della sua didattica e della ricerca. Un punto sul quale è in disaccordo il prof. Giancarlo Guarino, docente di Diritto Internazionale, che rammenta come negli ultimi anni si sia abbassato il livello culturale dei nostri atenei, in seguito alle diverse riforme che li hanno investiti. “Il tre più due si proponeva di aumentare il numero di laureati e di creare una figura di laureato intermedia che sapeva fare qualcosa ma senza sapere perché”, aggiunge e cita una circolare “demenziale in cui veniva indicato in 17,5 il numero di ore giornaliere che lo studente deve dedicare allo studio per poter raggiungere i crediti necessari alla laurea. Questo naturalmente è assurdo e ha portato da parte di noi docenti ad un abbassamento del livello qualitativo, contro un alto livello quantitativo della didattica, per venire incontro agli studenti. La nostra Università ha perso dignità culturale. Questo anche perché l’autonomia universitaria è stata applicata da una serie di Governi in termini puramente quantitativi, in termini esclusivamente di bilancio, senza pensare al risultato finale che si voleva ottenere. Non c’è da stupirsi se poi all’interno dei singoli atenei siano scoppiate le ‘guerre di religione’ per accaparrarsi i pochi fondi disponibili, con un proliferare assurdo di nuovi corsi. La nostra grande capacità di dare cultura, che ha portato i nostri laureati ad essere tanto apprezzati all’estero, si sta perdendo, quindi, a causa della polverizzazione dei corsi e degli insegnamenti”. Un altro grande danno e che ha portato grande impoverimento culturale è anche, aggiunge Guarino,  “la forte provincializzazione per cui la carriera di uno studente si svolge tutta all’interno della stessa Università, lasciando poco spazio al confronto. Il problema, dunque, non è solo di gestire quello che c’è, ma di far sì che tutto funzioni al meglio”.
Con le Fondazioni,
 CdA nominato
dagli stakeholders
Se le inefficienze non sono di carattere economico, ma di governance allora è questa che bisogna cambiare? Sono davvero troppi i baroni e gli interessi ottusi di singoli docenti? Una Università-Fondazione potrebbe davvero portare ad una gestione più oculata e a rilanciare gli investimenti? A questo proposito Marrelli puntualizza “è sbagliato pensare che il sistema della Fondazione sia utile per procacciare fondi da privati. In realtà ha solo lo scopo di creare una diversa governance universitaria per avere un maggiore sistema di controllo: il CdA di Ateneo non verrebbe eletto ma nominato da quelli che vengono chiamati stakeholders, cioè elementi esterni all’Università”. Marrelli lancia una provocazione: “immaginate si faccia una Fondazione in una Università come la Federico II, con un CdA nominato dagli stakeholders. Riuscite ad immaginare chi sono gli stakeholders sul nostro territorio? Le Istituzioni politiche – Comune Provincia e Regione-, gli industriali, che definirei ‘rubagalline’, e la camorra”.
La conclusione del prof.Blandini pone ancora il problema sotto un’ottica diversa e lancia una critica a tutti coloro che in questi mesi hanno criticato i provvedimenti di questo Governo e dei Governi passati. “La mia impressione- denuncia- è che ci sia una forte critica ma non ci siano proposte. Insomma, sappiamo tutti che il tre più due è stato un disastro perché ha consentito solo la moltiplicazione di corsi ed esami con contenuto modesto, però non è stata proposta nessuna alternativa”. E aggiunge, relativamente all’articolo 16/133 “che è quello su cui si concerta il ‘Manifesto’, il primo aspetto da sottolineare è che le Università possono deliberare, tramite il Senato Accademico, la propria trasformazione in Istituto di diritto privato. Portando all’estremo questa realtà, allora tutte le Università potrebbero diventare Fondazioni e questo mi allarma per tutte le motivazioni che sono già state illustrate nel libro e che porterebbero al disastro del Sistema universitario nazionale. E portando sempre all’estremo queste considerazioni, ancora, quale sarebbe la qualificazione giuridica di queste Fondazioni? Fondazioni di diritto privato che però vivono con fondi pubblici? Sarebbero, quindi, soggette alla Corte dei Conti?”.
Valentina Orellana
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