Il Suor Orsola propone una nuova sfida, la ‘quarta missione’ dell’Università

Un breve libretto di riflessioni proposte per discutere di Università e in particolar modo degli Atenei non Statali. È il documento realizzato dal Suor Orsola Benincasa, in occasione della Primavera delle Università. “Gli atenei non statali sono caratterizzati dal rapporto quasi simbiotico con la società civile e il territorio – sottolinea il Rettore Lucio d’Alessandro – E storicamente hanno sempre saputo rispondere alle esigenze del mondo aziendale”. Oggi una delle nuove frontiere è rappresentata dalla Green Economy, settore per il quale verrà inaugurato il prossimo Anno Accademico un Corso di Laurea specifico, in collaborazione con numerose realtà imprenditoriali. Un modo fattivo per drenare la fuga dei cervelli e proporre soluzioni al mondo dei saperi iperspecialistici. “La vera innovazione – prosegue il Rettore – nasce dalla collaborazione fra i diversi approcci”. La sfida è riuscire a porsi come capofila di un raggruppamento impegnato nelle tecnologie per i beni culturali, al centro del quale c’è la proposta di rendere la cittadella universitaria parte del patrimonio UNESCO. Ma che ruolo deve avere la formazione universitaria? Deve avere una funzione professionalizzante? L’Università può creare lavoro dando vita a nuove imprese? Sono queste le domande che pongono l’istituzione accademica di fronte a nuove sfide, quasi una quarta missione in cui risiede la proposta istituzionale: affidare alle università, soprattutto a quelle che hanno affinato le proprie capacità di collocamento nel mondo del lavoro, accettando la sfida della formazione continua, le politiche attive di formazione professionale. “Le grandi riforme universitarie sono sempre state collegate a progetti di nascita, o rifondazione etico-politica, e le buone stagioni possono essere auspicate, ma non nascono dai decreti o dai bandi ufficiali”, sostiene la Preside della Facoltà di Lettere Emma Giammattei, difendendo il concetto stesso di Facoltà, istituito da Vincenzo Cuoco nel 1811 e annoverando gli interventi maggiormente significativi condotti in questi anni: unificazione dei curricula di Scienze del Turismo e di Conservazione dei Beni Culturali, riformulazione di quelli Magistrali in Lingue per le Professioni e per l’Insegnamento e arricchimento del Dottorato in Humanities and Technologies, unico in Campania. Manifesto dichiarato: ricostruire il rapporto fra maestro e allievo, trasmettere competenze più che nozioni, formare laureati addestrati nell’acquisizione permanente dei saperi, mostrare e spiegare come apprendere i nuovi modelli di organizzazione, selezione critica, orientamento e comunicazione delle conoscenze che la rivoluzione digitale ha contribuito ad estendere, ma anche a rendere indistinte. Tutto per contrastare quella che Adorno definisce ‘la mezza cultura, cultura senza soggetto’. Enrico Maria Corbi, Preside della Facoltà di Scienze della Formazione e Delegato del Rettore per la formazione degli insegnanti, affronta il rapporto con la Scuola. “È necessario ripensare il carattere militante delle discipline pedagogiche – scrive – per frenare lo sbriciolamento dello spazio pubblico e la progressiva sostituzione della dimensione contabile a quella politico-democratica nell’educazione”. Da tempo in Occidente l’alta formazione promuove la flessibilità nei rapporti di lavoro e la mobilità nei ruoli, creando un orizzonte condiviso in cui le aspettative personali non sono più collegate a un ruolo sociale, ma alla capacità di adattamento al cambiamento. Prontezza nell’interpretare e assecondare le tendenze dei mercati vincenti, in luogo dell’intelligenza critica e della capacità di assunzione di responsabilità. La risposta? Percorsi formativi che mettano al centro il tema della scelta, respingendo l’idea che anche la formazione e l’educazione siano solo un prodotto di mercato. Nel suo contributo, Aldo Sandulli, Preside di Giurisprudenza, traccia un bilancio a tinte fosche delle novità apportate dalla Legge Gelmini: introduzione di un vertice politico-tecnico, MIUR-ANVUR bicefalo; indebolimento di tutti gli attori del sistema a eccezione della CRUI; consistente ridimensionamento dell’autonomia universitaria; governance imposta dall’alto; aziendalizzazione dei processi; introduzione di meccanismi competitivi tra atenei per stabilire indicatori sulla base dei quali erogare i finanziamenti pubblici e intercettare quelli privati. “La scissione del vertice ha dato vita a un Dottor Jeckyll/Mister Hide dalla doppia personalità, una stortura che deriva dalla separazione tra politica e tecnica. L’azzeramento della già scarsa autonomia ha nuociuto alle piccole e medie università, e di qualità della mobilità non si è vista neppure l’ombra. Anzi, dal 2008, l’Università è il comparto della Pubblica Amministrazione che ha subito l’emorragia più significativa”. A questi fattori si sommano i prossimi provvedimenti, che investiranno anche gli Atenei non statali: controllo di gestione, ciclo delle performance, piani anticorruzione, amministrazione trasparente. Mezzi virtuosi, ma applicati senza mettere ordine alle centinaia di norme sparse sull’Università, rendendo quasi impossibile ricostruire un codice delle leggi in materia. Sommati all’attivismo dell’ANVUR, rischiano di diventare una mistura avvelenata. “Un tremendo k.o. per un pugile già suonato. La valutazione è un elemento importante, ma va costruita e valorizzata con strumenti sostenibili, rispondenti a un bilancio costi/benefici”. Il nuovo inizio risiede nella ricostruzione di un ruolo sociale per le Università e i professori universitari. Poi si potrà passare al piano normativo, cominciando dal redigere un testo unico delle leggi dell’Università italiana.
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