L’università, un posto in cui si corre

Cosa succede dopo la laurea triennale? Uno spazio sull’università della riforma si apre in tv su un tema mai affrontato prima. Ippocrate, il programma televisivo di Canale 10 ideato e condotto dal prof. Luigi Finelli, in collaborazione con Ateneapoli ha dedicato una nuova puntata al mondo dell’università e delle professioni. Dopo lo speciale dello scorso dicembre, in cui ci si era soffermati ad analizzare le caratteristiche dell’ordinamento didattico del 3+2, un nuovo incontro con esponenti del mondo accademico, del mondo produttivo e della popolazione studentesca, stavolta per parlare degli sbocchi occupazionali offerti dalla laurea triennale, è stato trasmesso mercoledì 9 e domenica 13 febbraio in prima serata. Insieme per cercare di dare una risposta all’interrogativo con cui si era chiusa la precedente puntata: cosa succede dopo la laurea triennale? Il primo a prendere la parola è  il prof. Luigi Nicolais, docente di Ingegneria e assessore regionale all’Università, il quale sottolinea la necessità di imparare a pensare da cittadini europei, un cambiamento di mentalità che investe tutti i campi del vivere civile, anche quello dell’educazione e della formazione. “Il giorno che decidemmo di entrare in Europa decidemmo anche di diventare cittadini europei. Spesso è difficile pensare che non siamo più solo campani ma campani ed europei. I primi ad avere avuto l’impatto con questa realtà sono stati gli studenti e i docenti. Noi a Ingegneria eravamo abituati al 2+3, al biennio più il triennio, non al 3+2 del modello anglosassone”. Con poche battute Nicolais conferma nuovamente la durezza dell’impatto della riforma non solo per gli studenti ma anche per i professori e introduce la riflessione sul problema del cambiamento culturale, ripreso dal dott. Bruno Scuotto, Vice Presidente dell’Unione Industriali di Napoli,  nel suo intervento: “c’è un problema di cultura che la nostra associazione ha tentato di affrontare in vari modi. Ad esempio abbiamo organizzato dei forum”. Scuotto evidenzia il vantaggio che per le imprese può rappresentare l’avere a disposizione dei laureati in età molto giovane insieme ai quali si può intraprendere un discorso di crescita professionale, e conclude: “preso in valore assoluto questo sistema ha un valore eccezionale, ma in questo territorio manifesta delle criticità particolari perché c’è carenza di managerialità nelle nostre imprese”. Il conduttore del programma, prof. Finelli, si rivolge poi al Preside di Ingegneria Vincenzo Naso,  membro del CUN (Consiglio Universitario Nazionale), facendo un esempio concreto di quello che spesso è l’atteggiamento delle aziende nei confronti di chi ha solo la laurea di primo livello: “mi è capitato di parlare con un top manager dell’ENI, il quale mi ha detto che loro i laureati triennali non li vogliono. Prof. Naso, come la mettiamo su quest’argomento?”. Il Preside risponde parlando dell’esperienza della sua facoltà: “quella di Ingegneria è una facoltà molto grande con un vasto panorama di percorsi formativi. Intanto noi siamo dei formatori e stiamo rispondendo a una domanda”. E riferendosi ai laureati triennali, continua: “è evidente che chi oggi ha conseguito in tempi brevissimi la laurea triennale è giustamente ambizioso e vuole giustamente proseguire con la specialistica”. 
E’ troppo presto per dare
un voto alla riforma
Dunque forse è troppo presto per parlare dell’accoglienza riservata dal mondo del lavoro a questi giovanissimi laureati, ed è troppo presto anche per dare un voto alla riforma, come sostiene il prof. Sergio Sciarelli, docente della Facoltà di Economia Federico II, componente della Commissione didattica: “dobbiamo evitare discorsi definitivi – perché non si può giudicare l’esito della riforma se non dopo una prova su strada- e neppure generali, perché le facoltà sono diverse. Io, da aziendalista, sono convinto che la triennale formi i quadri e la specialistica i dirigenti. Discorso diverso è quello delle libere professioni, dove è difficile riuscire a configurare due livelli diversi”. Ma mentre in campo di imprese, aziende e managerialità la distinzione dei ruoli che assumeranno i laureati triennali e magistrali potrebbe essere anche netta come quella accennata dal prof.Sciarelli, in campo umanistico la questione si complica oltremodo. Lo testimonia il Preside della Facoltà di Lingue de L’Orientale, prof. Domenico Silvestri. “Ci stiamo interrogando su una pluralità di possibili sbocchi diversi dall’insegnamento”, dice, e riferendosi all’esperienza di questi ultimi anni, ricorda le difficoltà che il nuovo sistema comporta in itinere per gli studenti: “oggi si deve imparare bene in tre anni quello che prima si imparava in quattro. E’ un problema di matematica culturale e di conti che non tornano”. Una cosa però è certa per il prof. Silvestri: “gli studenti sono stati splendidi e impegnatissimi”, segno della volontà dei ragazzi di vivere bene la novità della riforma e superare le difficoltà assieme ai docenti. Un nuovo intervento del prof. Nicolais punta l’attenzione sulle rigidità che nel nostro paese rendono così difficile l’affermazione del nuovo modello formativo e culturale, in particolare sul valore legale del titolo. Col 3+2 il valore legale della laurea dovrebbe sparire, secondo Nicolais, per lasciare spazio al solo valore intrinseco della laurea. Ma questo quali problemi comporterebbe? Cosa significherebbe in termini giuridici l’abolizione del valore legale del titolo? Quale sarebbe l’incidenza sugli ordini professionali, ad esempio. In studio c’è il Presidente di un prestigioso Ordine Professionale, quello dei Farmacisti di Avellino. Il prof. Ettore Novellino, che è anche Preside della Facoltà di Farmacia della Federico II, dice qualcosa in proposito basandosi sulla sua esperienza: “l’accettazione di questi laureati da parte dell’Ordine è stata inizialmente molto scarsa. Un po’ per la stratificazione della professione del farmacista, un po’ perché non si è ben capito cosa avrebbero poi fatto questi laureati. Come Presidente della Conferenza dei Presidi di Farmacia ho suggerito di istituire il minor numero possibile di lauree triennali e con dei nomi tali che fosse facile riconoscere la specifica professionalità del laureato. In particolare noi abbiamo legato le lauree triennali alla farmacoterapia del benessere. Infatti inserire una figura junior di farmacista avrebbe comportato dei problemi collocativi e di inquadramento che non si sarebbe saputo come risolvere”. Il prof. Finelli azzarda un’ipotesi: e se si abolissero gli Ordini, a volte praticamente inutili? Il dibattito continua coinvolgendo il ProRettore dell’Università del Sannio  Filippo Bencardino che afferma: “la laurea triennale, come stiamo sperimentando a Benevento, può essere utile allo sviluppo locale, al territorio in cui l’Università è insediata, anche creando figure professionali nuove, in parte ancora da individuare, in parte potrebbero essere sollecitate dalle imprese locali. Molto spesso però la laurea triennale è servita a ridurre gli anni di studio da 4-5-6 a 3 o poco più”. Bencardino auspica un aumento delle occasioni di incontro e di informazione per le imprese, delle famiglie e degli studenti, coinvolgendo il direttore di Ateneapoli Paolo Iannotti, che traccia un breve ritratto della frenetica e caotica università post riforma. La sua è una critica decisa agli ordinamenti e alla “faciloneria” con cui si prendono certe decisioni “a danno degli studenti e delle loro famiglie”. Dice: “gli studenti, le famiglie, nel momento in cui hanno deciso di sottoscrivere, con l’iscrizione all’Università, un contratto, hanno detto: accettiamo questa sfida culturale. Ma voi ci assicurate che questo investimento valga la pena? Cioè che con la laurea triennale si possa ottenere una figura professionale ed uno sbocco e non è invece un investimento a vuoto? I dati, purtroppo, mostrano che l’investimento è stato fallimentare. Intanto perché sono irrisori i numeri dei laureati nei tre anni. Poi perché ancora non sono stati sciolti alcuni nodi fondamentali: a) che figura professionale sarà quella del laureato triennale? B) una volta assunto, come sarà retribuito? Come il diplomato o come il laureato? C) nei pubblici concorsi è prevista la figura del laureato triennale? E se si, a che mansione corrisponde?”. “Dopo 20 anni di Ateneapoli e un po’ di esperienza del mondo universitario, se qualcuno dovesse chiedermi come definiresti l’Università della riforma? Risponderei: un luogo dove si corre, si corre come pazzi. Corrono gli studenti per trovare un posto in aule non adeguate ad una riforma che obbliga alla frequenza e al tempo pieno; corrono tra corsi di mattina, esercitazioni e corsi pomeridiani; corrono per superare gli esami ogni 5-6 mesi, altrimenti si va subito fuori corso. Corrono i docenti perché anche a loro la riforma va stretta, perché è una riforma a costo zero che non incrementa gli organici dei docenti ma aumenta il numero dei corsi, delle esercitazioni. E i docenti tengono più discipline o moduli didattici senza aumenti retributivi”. Una riforma che “fa male a tutti e che molto spesso abbruttisce gli studenti, che riduce l’Università ad un esamificio, che annulla gli stimoli culturali, il confronto tra studenti di discipline diverse. Non a caso uno dei numeri di Ateneapoli sulla riforma, riportava nel titolo la definizione di alcuni studenti: “Oggi l’università è un luogo in cui si soffre”.
Lavori da inventare,
da scoprire
La parola, infine, al prof. Francesco Pastore, docente alla Facoltà di Giurisprudenza della Seconda Università, promotore alla SUN di un convegno tenutosi lo scorso dicembre, dal titolo “L’Unione Europea: le opportunità per i giovani neolaureati”. “Pensiamo che la riforma rappresenti una grande opportunità nel momento in cui ci si affaccia al mondo del lavoro – dice- Abbiamo riscontrato un grande interesse delle imprese e anche delle istituzioni locali per figure nuove come quelle dell’euro consulente”. Figure nuove: di certo è questa la sfida da vincere, riuscire a delineare nuove figure professionali, come sostiene anche il prof. Silvestri. “Ci sono lavori che dobbiamo inventare, scoprire – dice Silvestri rispondendo alla domanda di uno degli studenti presenti in studio- e noi dell’università non possiamo stare in una torre d’avorio ma piuttosto ci dobbiamo impegnare in un contesto civile”. 
Il dibattito diventa sempre più vivace, saltano fuori altri temi, tutti di grande interesse. 
Un richiamo da parte di Iannotti anche agli enti locali e agli Adisu (gli ex Edisu) per il Diritto allo studio Universitario. “Gli studenti possono arrivare al traguardo della laurea se vengono loro messi a disposizione un maggior numero di servizi: biblioteche”, spazi didattici, laboratori, mense, case dello studente, borse di studio. Pronta la risposta dell’Assessore all’Università della Regione Campania, prof. Luigi Nicolais: “la Conferenza Stato Regioni del 3 febbraio ha definito un aumento considerevole del numero delle Borse di studio, in maniera tale da pagare a tutti gli studenti, bisognosi e meritevoli, le borse di studio. Oggi riusciamo a pagarne solo il 50%”. Inoltre, aggiunge Nicolais, “come Regione Campania, stiamo aumentando gli investimenti, la legge approvata lo scorso autunno che stanzia 65 milioni di euro ai sette atenei campani da spendere in servizi primari rivolti soprattutto agli studenti”. E poi cita “il piano per le case dello studente, in parte aperte in parte in via di apertura”.
In chiusura, i professori Nicolais, Naso e Sciarelli hanno invitato a “non trarre conclusioni affrettate, non è tutto nero il bilancio della laurea triennale. Anche se gli studenti hanno sperimentato sulla propria pelle una serie di disagi”.
Sara Pepe
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