La storia di Antonio

La voglio raccontare questa storia, anche se è una storia, molto triste. La voglio ricordare sul giornale dell’Università, a chi vive nell’Università, perché è qui che Antonio Cicatiello visse gli anni migliori della sua vita breve, ed è qui che realizzò il suo sogno di essere Ingegnere. La voglio raccontare, anche se raccontare non è il mio mestiere, perché da Antonio ho imparato infinitamente più di quanto Antonio abbia potuto imparare da me.
Lo incontrai per la prima volta circa quindici anni fa. Era iscritto al primo anno del corso di laurea in Ingegneria Meccanica e frequentava assiduamente tutti i corsi. Era impegnato nel vivere le attività della Facoltà come tanti altri giovani, nonostante gravissime difficoltà di salute lo affliggessero. Il padre, a Lui perennemente dedicato, lo accompagnava sempre, fino alla soglia delle aule o dei dipartimenti, poi discretamente spariva. A quel punto entrava in azione un collega, un amico inseparabile che lo aiutava sempre in ogni sua minima necessità, con pazienza, con intensità, con amore. Il collega, che si chiama Gianluca, è parte integrante della storia di Antonio perché la loro amicizia era sempre viva, non solo nei momenti della scuola. Antonio, infatti, era stato sfavorito al massimo dalla natura; camminava, a stento, solo se accompagnato. Riusciva a sedere nei banchi o a stare in equilibrio sugli sgabelli dell’aula da disegno come se avesse raggiunto un piccolo traguardo, con evidente sofferenza che sempre, però, minimizzava, come se fosse un fatto marginale, che riguardasse soltanto lui. Una volta raggiunta la posizione di stabilità dimenticava tutto: partecipava con la massima intensità alle attività didattiche, ascoltando attentamente, intervenendo, facendo domande. Era allora che Antonio assumeva il ruolo di studente di riferimento, quello che il docente naturalmente presceglie per stabilire il collegamento migliore con l’aula, per verificare il grado di attenzione e di partecipazione dell’uditorio. Agli esami poi, dava il meglio di se, quasi che mirasse a fare in modo che le limitazioni di cui soffriva non inducessero chi lo esaminava a mostrarsi per queste, pur se involontariamente, indulgente. Antonio risolveva questo problema in modo radicale, addirittura prima che sorgesse, poiché rispondeva sempre, ad ogni domanda, con puntualità, con sicurezza, con ogni dovizia di particolari e con ogni possibile approfondimento. I suoi vivacissimi occhi scuri mostravano insieme gioia e soddisfazione, quando i trenta ed i trenta e lode concludevano le sue fatiche. Il suo eccellente curriculum scolastico non poteva che concludersi con una tesi di laurea giudicata meritevole del massimo dei voti e la lode, come quella dell’indivisibile amico Gianluca di cui io stesso fui relatore.
Una volta conseguita la laurea Antonio e Gianluca si divisero, perché quest’ultimo fu subito assunto a Roma dall’azienda che gli aveva offerto, con la stage, un premio di laurea per lo svolgimento della Tesi. Per Antonio fu solo un poco più difficile, perché le sue condizioni di salute rappresentavano un evidente ostacolo. Ma anche le grandi aziende sono fatte di uomini. Ci fu chi, in un ben noto Centro di Ricerca, superando ogni riserva, accettò di metterlo alla prova. Da quel momento in poi l’Ingegnere ebbe il sopravvento. L’impegno, la preparazione, la tenacia ed il talento di Antonio si rivelarono un’importante risorsa, una scommessa vincente per chi aveva creduto in Lui. Dalla sua workstation venivano sempre fuori le soluzioni più brillanti ed accurate per i problemi di analisi strutturale, di dinamica, di lubrificazione che gli venivano proposti. Le sue capacità ed il suo rigore di ricercatore m’indussero, più volte, negli ultimi anni, ad invitarlo a tenere dei seminari per gli allievi che frequentavano il mio corso. Antonio era felice di ritornare nella sua Facoltà per questi incontri. Suo padre lo accompagnava sempre e rimaneva ancora in disparte, come al tempo degli studi.
Quando si senti male, circa tre settimane fa, era al lavoro e pregò un comune amico di avvisarmi prima che lo portassero in ospedale. Fu ricoverato in un reparto di terapia intensiva, dove non mi è stato mai possibile visitarlo. Ha sofferto molto prima che si spegnesse, il nove di febbraio del 2005, all’età di trentatré anni, come Gesù Cristo.
Ho partecipato al suo funerale nella Chiesa dei Santi Cosma e Damiano a Porta Nolana, nel quartiere dove era nato ed aveva vissuto. E’ stato un funerale bellissimo, se un funerale si può definire bello. Un funerale di popolo napoletano, con tanta gente ed una rara partecipazione di sentimenti e di affetti. Il sacerdote che officiava il rito funebre ha raccontato tanti particolari della vita di Antonio, ricordandone la Fede indomita, l’altruismo, la forza, la sensibilità. Ha potuto, però, dire poco, della sua vita universitaria. Ho pensato che quest’onore dovesse essere riservato a me. Per questo ho scritto la storia di Antonio, allievo, ingegnere ed amico esemplare.
Prof. Francesco Caputo
(Docente Facoltà di Ingegneria)
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