Le domande del pubblico

Come ha pensato di lasciare il lavoro in banca per dedicarsi alla scrittura?
“È vero, io ricoprivo un ruolo anche piuttosto importante in banca. Posso rispondere dicendo di non essere mai stato un accanito scrittore, invero non avevo mai scritto una riga, però ero un grande lettore, così come lo sono oggi; non mi aspettavo di ottenere questo successo, quindi anch’io rimasi molto sorpreso. Quando fui contattato per incontrare Domenico Procacci, il produttore cinematografico, e questi mi propose una cifra equivalente a tre anni di stipendio, capii che non sarebbe più stato necessario lavorare in banca”.
Lei ha parlato di Eduardo Galeano, lo scrittore uruguayano che ‘portò il mare’ alle persone che non l’avevano mai visto, semplicemente raccontandolo; qual è il ‘mare’ che lei vuole raccontare? 
“Come ho già detto, non credo nella dicotomia tra bene e male, ma piuttosto che l’uno non esista senza l’altro; non si può parlare di cattiveria, è vero, ma si può parlare di mancanza di compassione. Nel momento in cui questa viene meno, le cose più indicibili possono essere commesse, perché è il senso del valore umano a venire meno; ecco, il mare che voglio raccontare è l’assenza di compassione”. 
Come vive la sua condizione di scrittore in relazione alla sua profonda fede calcistica?
“Io vengo prima come tifoso del Napoli, poi come essere umano, padre, marito e così via. Anche quando mio figlio mi chiede quale sia il posto che occupa nella mia vita, io rispondo dodicesimo, perché prima ci sono altri undici. Sono il tipo di tifoso che durante la partita si chiude in casa, in un posto protetto, circondato solo da persone che non hanno alcun interesse nel denunciarmi. Per rispondere alla sua domanda, le dico soltanto che la prof.ssa Rosanna Cioffi ed io questa mattina, ancor prima di salutarci, ci siamo chiesti come andrà a finire con il Napoli”.
Perché decide di interrompere i suoi romanzi improvvisamente, come se dovessero avere un seguito che poi non hanno? 
“Come ho già detto, i personaggi sono come dei figli; essi vengono concepiti, nascono, crescono e arrivano fino ad un certo punto della strada, allorché continuano in autonomia il loro percorso. Non stupisce che talvolta non abbiano più niente da raccontare, se è vero che sono esattamente come delle persone vere. Il personaggio è portatore di una storia, il suo fine è quello di narrarla; va da sé che quando la storia si esaurisce, il compito del personaggio può dirsi concluso. L’editore mi chiama ancora oggi, in lacrime, chiedendomi di scrivere ancora sul commissario Ricciardi, ma questo non può accadere perché Ricciardi non ha più nulla da raccontare”. 
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